Ci sono cose che vale la pena raccontare. E altre che sono più interessanti.
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Sono a Bangkok, nel centro internet del mio albergo. Venduto come il terzo albergo di Bangkok per antichita', e' semplicemente un vecchio hotel che sopravvive dei fasti di cinquant'anni fa, gestito da un gruppetto energico di cinesi, come tutti i cinesi del resto.
Sono atterrato stamattina, dopo un volo lunghissimo. Partito da Milano sono arrivato, operativo Alitalia, a Mosca dopo quattro ore, in anticipo sulla tabella di marcia. Li' ho aspettato altre quattro ore che si imbarcasse il mio volo per la Thailandia, girovagando per negozi che vendono matrioske, bevendo vodka e mangiando caviale, mentre fuori soffiava la bufera e la tempesta di neve. In ritardo di due ore il volo Aeroflot, compagnia di bandiera Russa, parte, tra gli scricchiolii di un aeromobile forse troppo vecchia per volare e che delle comodita' di cui godono tutti i voli intercontinentali non ne ha nemmeno una, se si esclude il cibo scadente ma abbondante.
Atterrati a Bangkok ci sorprende l-afa tropicale, nonostante non sia la stagione piu' calda. In taxi per il centro, con il guidatore rigorosamente sulla destra, all-inglese, scivoliamo su un'autostrada che sfreccia tra costruzioni modernissime e all'avanguardia, anche se non particolarmente di gusto. Uguale era l'aeroporto, inaugurato da pochi mesi, magnificente e enorme.
Lasciati i bagagli in hotel ci spostiamo a visitare la citta' vecchia con il palazzo reale e il tempio del budda di cristallo, un must per chi passa da Bangkok, anche solo per mezza giornata, come noi. L'architettura buddista e' lontanissima come concezione e gusto dalla nostra architettura religiosa e non, e anche rispetto a quella cinese questa tailandese e' molto diversa: colorata, sgargiante, brillante, con la predominanza pressoche' ovunque dell'oro e degli specchi. Per entrare nei templi ci si toglie le scarpe e si cammina rigorosamente in senso orario, per avere sempre la spalla forte, quella destra, rivolta verso il Santuario. E guai a quando ci si siede, che i piedi non si volgano verso il Buddah! Da qui le varie singolari posture in cui siedono o si inginocchiano i fedeli. Il Palazzo Reale, dove ora non vive piu' il sovrano, assomiglia alle costruzioni di Disneyland, che mescolano un gusto rinascimentale con qualcosa di bizzarro e fiabesco.
Percorriamo l'esterno del muro di cinta del palazzo pranzando tra le bancarelle che vendono spiedini di banane fritte, pollo, riso e frutta fresca. Dietro raggiungiamo il tempio dove e' contanuto il Buddah piu' grande di tutta la nazione> quarantacinque metri di statua dorata sdraiata con un percorso di secchielli di ferro tintinnanti dove i fedeli snocciolano monetine da un Bath.
Usciti da li' andiamo a prendere una barca che ci fa attraversare il fiume per vedere il terzo tempio che completa la triade degli Wa di Bangkok, in stile cambogiano, piu' sobrio e monumentale, il Wa Aruna. Da li' un'altra barca ci fa assaporare la calma del fiume che, seppur gremito di long tail boat cariche di turisti, sembra allontanarti dal caos delle strade.
Scendiamo nei pressi della zona centrale di Bangok dove le vie piu' caratteristiche, case basse e mura antiche, sono piene zeppe di negozi di souvenir, tatuatori, bar, ristoranti, bancarelle e via dicendo. Pittoresco.
Per cena ci scegliamo un ristorantino all'aperto lungo il fiume, con tanto di formiche volanti e gechi che scivolano tra i tavoli. La cucina thailandese e' buona e non pesante come quella cinese. Assaggiamo un po' di tutto: riso, noodles, zuppe, antipasti, verdure, fino a che non ce la facciamo piu', e nemmeno la birra nazionale ci da' una mano.
Camminando pochi metri torniamo al nostro Albergo, distrutti dalle ore di insonnia e dal fuso. Domani la sveglia suona alle 4 di mattina, ora locale, per correre in aeroporto dove ci aspetta il volo per la Birmania, Yangon. Arriveremo la' alle 8 (con mezz'ora guadagnata dal fuso) e con tutta probabilita' sosteremo una notte li', o forse no, perche' ci aspettano altri due voli interni per arrivare a Kengtung, nel nord est, ma sono linee che non sono collegate tutti i giorni, quindi ci tocchera' vedere un po' la tabella aerea e decidere.
Per ora il bilancio e' piu' che positivo. Ritrovarsi il giorno di natale sotto la neve di Mosca a meno 15 gradi e dopo poco nel sole tropicale di Bangkok fa un certo effetto...
A tra poco, spero.
Ci sono due cose cui non potrei mai rinunciare nella vita, nonostante tutto e tutti. Una è scrivere, l'altra è viaggiare.
Non è un caso che qui spesso scriva di viaggi.
Quest'anno non mi sono fatto mancare niente. Prima sono stato due mesi a New York poi una puntatina a Los Angeles. A maggio un paio di giorni a Malta per lavoro, a giugno qualche giornata a Parigi, ad agosto tre settimane in Cina, un paio di settimane fa a Berlino e ora mi appresto al viaggio più difficile.
Parto il 25 di dicembre e torno il 6 di gennaio.
Destinazione: Myanmar.

A molti cui l'ho detto in questi giorni il nome ha provocato un'alzata di sopracciglio: Dov'è questo posto? Myanmar è il nome che il regime nazionalista che governa il paese ha imposto per sostituire il coloniale Burma (Birmania) che designava quella strana penisola tra il Bangladesh e la Thailandia, a sud di India e Cina.
La Birmania è l'ultimo stato dell'Asia non ancora occidentalizzato, e questo perchè da quarant'anni è messo in ginocchio da una dittatura militare molto severa che ha provocato la reazione di tutto il mondo che ha fissato l'embargo per tutti i prodotti occidentali e non (la Coca Cola si trova solo sul mercato nero). A questo si aggiunge che la parte democratica birmana, messa in silenzio dal regime, e ispirata dal Premo Nobel per la Pace agli arresti domiciliari Aung San Suu Kyi, invita a non visitare il Myanmar per non far affluire soldi occidentali al regme militare che controlla gran parte delle strutture per turisti. Se in teoria questo modo di vedere le cose sicuramente tende a mettere spalle al muro il regime, di contro il turismo è forse l'unico modo che molti birmani avrebbero per entrare in contatto con "l'altro", in una realtà dove internet è posto sotto controllo, la cnn e la bbc non si possono vedere, i telefoni cellulari sono inutilizzabili e la libertà di opinione è un ricordo da oltre quarant'anni.
La decisione di andare in Birmania me la porto dietro da molti anni. Il fratello di mio nonno è morto negli anni '70 facendo il Missionario nel nord ovest della Birmania. Da allora quasi ogni anno sacerdoti missionari birmani in visita al Vaticano allungano fino alla Brianza per rendere omaggio ai parenti di questo missionario martire con il cognome di mia madre, lo stesso di quello dei prosciutti (Rovagnati).
La mia infanzia è stata costellata di pranzi con vescovi dalla pelle scura che bevevano birra e thè e che ci regalavano borse colorate con disegni ricamati di perline e conchiglie. Così, approffittando dei contatti accumulati dalla famiglia, ho organizzato il viaggio. Immediatamente mi è venuto naturale decidere di partire con mia madre e mio padre.

Parlando (con grande difficoltà a causa di collegamenti telefonici precari) con il vescovo appena dimesso di Kengtung il progetto era quello di atterrare a Bangkok e da lì prendere un volo interno in Thailandia e arrivare a Chang Rai, città al confine con la Birmania, dove una macchina della missione ci avrebbe recuperati per aiutarci ad attraversare il confine e arrivare a Kengtung, evitando i posti di blocco e le zone di guerriglia di cui il territorio ovest della Birmania è teatro da moltissimi anni.
Prenotato il biglietto ricevo una telefonata dal Myanmar che mi avvisa che il confine di Mae Sai, dove saremmo dovuti passare, è impraticabile in quanto l'esercito indipendentista Shan ha acuito gli scontri e la guerriglia blocca tutte le strade. Così all'ultimo momento siamo stati costretti a ripiegare su Yangon, la tranquilla capitale, da dove cercheremo di prendere un volo interno che arrivi al piccolo aeroporto di Kengtung, la princiale cittò Shan, dove saremo ospitati da alcune persone del posto che ci porteranno a visitare i vilaggi dei dintorni, lontanissimi da qualsiasi forma di turismo, e culla di alcune delle etnie più pure e lontane dall'occidente rimaste in Asia.

Il paese è difficile: non si possono usare le carte di credito, nessun villaggio è raggiunto dall'acqua corrente, il sistema fognario è rudimentale e anche nelle città l'elettricità c'è solo per poche ore al giorno. Il viaggio sarà faticoso e probabilmente anche pericoloso (la zona è continuamente teatro di piccoli e grandi scontri), ma lo affronteremo con responsablità e testa sulle spalle, sicuri che quello che ci porteremo a casa sarà unico e indimenticabile, ma mai quanto la nostra vita e la nostra sicurezza.

Telefonicamente non sarò raggiungibile in nessun modo, e nemmeno via internet, ma questo non vorrà dire che starò male o che sarò in pericolo, sarò solo in balia della curiosità, in un paese fuori dal mondo. Al mio ritorno non mancheranno i resoconti e le foto (se non mi sequstreranno la macchina fotografica a qualche posto di blocco).
Intanto ne approfitto per fare gli auguri di Buon Natale e Buon Anno a tutti, dove andrò non li festeggia nessuno...

SENZA PAROLE
(come le vignette dell'ultima pagina di Famiglia Cristiana)
L'altro giorno ho passato una mezza giornata in un posto dove volevo andare da un paio d'anni: Calcata.
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Al confine tra la provincia di Roma e quella di Viterbo, è un paesino arroccato su una roccia a strapiombo su una vallata verde anche d'inverno. Le strade sono strette e tortuose, i davanzali pieni di fiori e ogni particolare è curato con attenzione.
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La gente che popola le poche case (sessanta residenti nel centro storico, mi ha detto un ragazzo) è strana ma cordiale, sono hippie che da trent'anni hanno formato una comunità che vive di artigianato e arte, lontani anni luce dalla civiltà: pochissime antene della tv, nessuna parabola, poche macchine e tanti sorrisi.
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Mi dicono che di sabato e di domenica si popola di curiosi e turisti da tutto il mondo, ma di mercoledì mattina c'è un piacevole deserto.
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Da visitare.
Una delle camere da letto dove abbiamo dormito a Berlino

A Berlino c'è un ristorante dove non si vede niente. Proprio niente di niente.
Non è lontano da Rosa Luxemburg Platz, in una delle zone più in fermento della città. Si entra in un cortile e lo si attraversa fino in fondo. Unsicht Bar si chiama ed è gestito da persone non vedenti.
Si sceglie da mangiare da un menù presentato nell'ingresso, un menù criptico che racconta i cibi più che descriverli e che ha anche un "menù sorpresa", in cui non sai cosa ti sarà servito. E non lo saprai nemmeno quando ti arriverà il piatto, perchè non lo vedrai. Come non vedrai posate, bicchieri, acqua e vino, nè chi sta al tavolo con te. Proprio come succede ai ciechi.
Accompagnati da un ipovedente scivoliamo in un tunnel a serpentina che ci getta nel buio fino alla sala ristorante. Completamente buia. Solo i suoni delle risate, delle chiacchiere e delle posate indicano che altre persone ci sono accanto.
Sediamo al tavolo e cerchiamo di abituarci al nero. La conversazione assume un'importanza diversa, si pesano le parole e le si ascolta meglio. E così succede con gli odori, non appena arriva il cibo e, ancora di più, con il gusto, appena troviamo la forchetta e iniziamo la cena.
Un'esperienza unica, multisensoriale, da sperimentare.
Il cielo non è mai limpido, e anche quando c’è il sole sembra come appannato. Ma sotto Berlino brulica come un formicaio in fermento.
All’inizio è come se ti respingesse, ti apre le porte ed è pronta ad abbracciarti, ma l’abbraccio è insolito, fin troppo caloroso per essere sincero. O per lo meno così pensi. Se poi però all’abbraccio ti abbandoni ne scopri la dolcezza e la verità.
E allora ti piacerà scivolare tra le vie ricolme di negozi vintage e gallerie d’arte, scoprirti seduto tra un gruppo di punk colorati, sbrodolarti di unto ad un chiosco che vende currywurst, scaldarti il corpo con il vino caldo e speziato che sa di Natale, ballare una musica al limite dell’inascoltabile in una grotta artificiale sotto un ristorante cinese, dormire in una camera che è un museo, sentendoti parte di un processo creativo che invade ogni angolo della città. E tornare migliore, con gli occhi pieni e che rimarranno pieni per un bel po’, almeno fino al prossimo viaggio e oltre.
Perché con gli occhi pieni si vede meglio.
O forse perché io altrimenti non riesco a vedere.
Eccomi in partenza. SOno in una pausa al lavoro, ma già con la testa a Berlino. Dormiremo là quattro notti, cambiando due alberghi, non perchè non abbiamotrovato posto nello stesso, ma perchè volevamo provarli entrambi, affascinanti uno per un motivo, l'altro per l'altro. Il primo si chiama Art'Otel ed è una costruzione moderna e tecnologica costruita dentro un palazzo rococò del Mitte.


L'altro si chiama Arte Luise Kunsthotel e ha ogni camera arredata in maniera differente da un artista europeo. La prima sera dormiremo nella stanza dei giganti,

la seconda in quella del povero poeta

E di cose da vedere per la città ne ho già una lista...
Manco dal blog da qualche giorno. Sto lavorando molto e sono lontano da internet e dal computer. Mercoledì parto per qualche giorno con Maria Chiara. Destinazione: Berlino. Vi terrò aggiornati su tutto quanto con foto e resoconti...