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martedì, 23 gennaio 2007

Diario Birmano
 
Settimo Giorno
Mandalay, la grande città
 
02/01/2007 h 22:18
 
Subito dopo la sontuosa colazione sulla veranda dell’Hotel che affaccia sul lago ci arrampichiamo su per una lunga scalinata, verso un monastero che domina l’insenatura del lago. Rispetto agli altri complessi religiosi che abbiamo visitato in questi giorni, qui si respira molto si più l’aria religiosa e mistica. Forse è perché non c’è un’anima viva in giro, se si esclude un monaco che, piegato su un tavolino, scrive e legge bevendo tè. Il ragazzo che ci accompagna ci racconta delle cose sulla religione buddista e impariamo che ogni volta che qualcuno fa una donazione ad un tempio deve picchiare sulla campana, affinché il suono si oda più lontano possibile, e tutti sappiano che “ha donato”. E nel caso in cui la donazione fosse maggiore allora bisogna prendere anche dell’acqua e rovesciarla sulla terra, per far sapere anche a lei del gesto che è stato fatto: il compiere buone azioni (anche sottoforma di donazioni) è il principio base del buddismo.
Caricati i bagagli andiamo in aeroporto e, dopo mezz’ora di volo, atterriamo alla grande Mandalay, la città più cosmopolita (si fa per dire) e occidentale (anche questo si fa per dire) del Myanmar. Già dall’aeroporto, nuovo e spazioso, si capisce che qui tutto è diverso. “A Mandalay tutto è grande”, ci dicono dei birmani che incontriamo durante il viaggio.
Per pranzo ci fermiamo in un ristorante dove fanno cucina europea, e qui nostri stomaci stroncati dai sapori forti della cucina birmana, cercano ristoro.
Con un taxi raggiungiamo il Palazzo Reale, un’immensa costruzione al centro ci Mandalay, circondata da spesse mura che racchiudono anche vari edifici amministrativi. Il palazzo era il centro della vita imperiale, fino alla caduta del regno per mano degli inglesi, un centinaio d’ani fa.
palazzo di Mandalay
Distrutto dal tempo e dalle folle, il palazzo è stato minuziosamente ricostruito ad uso dei turisti dal regime militare che vede nel recupero della tradizione monarchica un rifiuto del periodo di colonizzazione. Da vedere non c’è un gran che, le stanze sono tutte uguali e tutte vuote, e le cose più interessanti sono le storie che il nostro accompagnatore ci racconta mentre scivoliamo da una stanza all’altra.
torre al palazzo di Mandalay
Raccontano di sovrani senza cuore, madri che sposano i figli, principi che sterminano l’intera famiglia per salire al trono, famiglie poligame e dai rapporti complicati, delitti, suicidi e misteri. Sembrerebbero storie da mille e una notte e invece tutto questo risale a poche decine di anni fa, qui in Myanmar. Usciti dal palazzo andiamo allo Shwenadaw Kyaung, un monastero in legno di tek, vecchio più i duecento anni, completamente intagliato con decorazioni religiose che sono sopravvissute al tempo e alle guerre.
tempio di tek a mandalay
Il tempio necessita sicuramente di un restauro ma questo suo aspetto decadente e la colonia di monaci bambini che corrono tra le stanze ne rappresentano il suo fascino.
moanci al tempio di tek
Evitando di spezzarci le gambe salendo a piedi, ci inerpichiamo in macchina lungo la strada che sale alla Moon Hill, il punto più alto di tutta Mandalay. Il tramonto rende qualsiasi luogo spettacolare e Mandalay non è da meno.
tramonto a Mandalay
Tra i palazzi coperti di nebbia e smog spuntano pagode e stupa. I troppi turisti (birmani e stranieri) si affollano lungo la balaustra. Una studentessa birmana di inglese si avvicina, con tanto di certificato, per fare conversazione in inglese. Mi presenta il suo professore e mi riempie di domande in un inglese basic e un po’ naif. Quanti anni hai? Come ti chiami? Hai figli? Sei sposato? Da dove vieni? Da quanto sei in Myanmar? Bombardato da domande cerco di farne qualcuna anche io, sulla vita della città, ma le mie parole cadono nel vuoto, vittime di un inglese troppo complicato per una ragazzina del primo anno. Per fortuna riesco a sbarazzarmi presto della ragazza, con la scusa delle foto al tramonto (chissà se ha capito?).
tramonto alla Mandalay hill
Con l’ascensore scendiamo verso la città e ci dirigiamo verso la Sandamani Paya, una pagoda d’oro circondata da centinaia di stupa contenente le 1774 lastre di pietra su cui sono stati incisi i tre libri della “bibbia” buddista.
Sandamani Paya a Mandalay
Da una venditrice ambulante con in testa una gabbia piena di volatili compriamo degli uccellini che liberiamo, come un dono che facciamo al cielo. Esprimo un desiderio.
Sandamani Paya a Mandalay2
Mentre è già buio passeggiamo tra le bancarelle del mercato, tra vestiti cinesi e vecchi libri in inglese del periodo colonialista. Compro un libro di racconti popolari birmani, pubblicato ad Oxford cinquant’anni fa.
Dopo cena andiamo a vedere uno spettacolo di marionette tradizionali. Costruito ad uso dei pochi turisti (la sala ha solo una ventina di posti, ed è il luogo principale per assistere ad uno spettacolo di marionette in Birmania) lo spettacolo è in realtà godibilissimo e interessante. Le marionette sono molto elaborate e tenute in piedi da decine di fili che muovono perfino le falangi delle dita e le bocche. Ogni tanto il sipario che nasconde i manovratori si alza svelando le tecniche complicate che fanno danzare i pupazzi.
myanmar puppets
Le storie sono prese dai racconti tradizionali e raccontano di un mondo governato da magia e divinità, tutto mescolato. Gli artisti che compongono lo spettacolo (tra cui un’orchestra tradizionale birmane, con tanto di tamburo circolare e una suonatrice di arpa birmana) sono pieni di passione per il lavoro e per la tradizione, e trattano i turisti presenti come fossero loro famigliari o amici. L’aria che si respira è autentica, nonostante attorno a me ci siano più occhi azzurri che a mandorla…

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domenica, 14 gennaio 2007

Diario Birmano
 
Quinto e Sesto giorno
Da Mong Lar di nuovo a Kengtung e da lì al bellissimo Lago Inle
 
01/01/2007 h 19:00
 
Siamo partiti da Mong Lar la mattina presto.
La strada è ancora più immersa nella nebbia e il paesaggio tropicale ancora più suggestivo. Passiamo velocemente i posti di blocco che il nostro autista addolcisce con delle bottiglie di vino (della messa), una rarità per la gente di queste parti. Poco più avanti ci fermiamo lungo la strada, dove vediamo un’accozzaglia di palafitte di legno, per fare pipì e il capo villaggio ci invita a casa sua, dove un buco nella terra fa da cesso. Mentre salutiamo la gente che nel frattempo si è accalcata attorno alla nostra auto, vedo passare alcune donne diverse da quelle cui siamo abituati.
Mi dicono che sono dell’etnia Loè, e si possono facilmente riconoscere dal turbante che indossano in testa.
Arrivati a Kengtung facciamo un giro attorno al lago e saliamo all’albero solitario, un enorme pianta alta quasi cento metri e vecchia di 250 anni che svetta sopra tutta la città.
 
Un ragazzo di Kengtung ci dice che c’è una leggenda tra la gente del paese che vuole che quando morirà quell’albero cadrà anche la città.
Dall’aeroporto di Kengtung voliamo a Heho, sono solo quaranta minuti di volo, ma la strada che collega queste due città non è percorribile per gli occidentali, a causa di alcune zone bellicose che attraversa. Appena atterrati ci aspetta un caro amico del vescovo, un ragazzo sui quarant’anni, di etnia Shan, che scopriamo essere uno degli imprenditori più facoltosi della Birmania: produce tek, lo commercia, ha una clinica privata, alberghi e molto altro. Con un pulmino ci porta in uno splendido Resort sul Lago Inle, uno dei pochi posti del Myanmar raggiunto dal turismo organizzato. L’Hotel è totalmente in tek e bamboo intrecciato, costruito come un’antica dimora Shan.
Ci aspettano le suite costruite come palafitte in stile Intha, la popolazione che abita la zona. In camera sono da solo è ho quattro letti e un bagno grande come casa mia con una vasca da bagno che occupa tutta una stanza. La povertà della Birmania qui, dove arrivano i turisti, è lontana anni luce. Ma basta fare qualche passo fuori dal Resort per ritrovare quello che abbiamo appena lasciato… 
La notte scende presto qui, e con la notte anche il freddo. Oggi è Capodanno, ma da queste parti non si festeggia. Il proprietario dell’Hotel però, per andare incontro ai turisti che popolano il suo complesso (pochi, a dire la verità) ha organizzato un piccolo spettacolo di musiche e danze Shan, con gli strumenti di cui avevo letto sui libri. Il nostro accompagnatore ci spiega i vari numeri e ci racconta delle storie popolari che ad essi sono legate. Dice che gli spettacoli dei Pwe, le feste in onore dei Nat, le divinità animiste che fanno parte del Pantheon buddista birmano, non sono molto dissimili da questo. La serata si conclude con la liberazione in cielo di alcuni fire baloons, dei grandi palloni di carta leggerissima che vengono gonfiati dal calore di alcuni pezzi di legno, legati al loro fondo, che bruciando spingono con il calore i palloni su nel cielo. 
I fire baloons fanno parte integrante delle feste degli abitanti di queste zone, la più grande è ad ottobre (Tazaungmon) ed è una festa di mongolfiere che raccoglie sul lago gente da tutta la nazione.
 
Andiamo a letto che ancora non è scoccata la mezzanotte.
 
La prima mattina del 2007 si apre con un’immagine tra le più belle che il mio occhio ha mai catturato, e che la macchina fotografica restituisce solo in parte.
Dalla veranda della mia camera vedo spuntare il sole tra la nebbia che avvolge il lago, mentre gli abitanti già si muovono velocemente sulla superficie liscia dell’acqua immobile.
Il lago Inle è qualcosa di sconvolgente per la sua bellezza e per la quantità di emozioni diverse che mi ha suscitato. Il turismo di massa sta iniziando a portare qui i suoi tour “BurmaThai o BaliBurma”, ma i gruppi sono ancora pochi e poco invasivi. Sul lago prevale ancora la vita delle comunità locali, e i ritmi dettati dall’agricoltura e dalla pesca.
Saliamo dal pontile dell’albergo su una long boat a cinque posti e dal fondo che pesca poco, adatto a queste acque che non sono più profonde di qualche metro (anche molto meno in alcuni punti). Oltre al ragazzo Shan che ci accompagna in questi giorni e che è cresciuto poco al di là del lago, è con noi anche Miynle, un ragazzo Intha, della tribù che popola il lago, cresciuto in città e in grado si parlare inglese.
Mentre scivoliamo tra ninfee e fiori di loto sorge potente il sole tropicale che riscalda l’aria anche a mille metri d’altezza, come siamo qui. A fare da cornice si intuiscono attraverso la nebbia le montagne dell’altopiano dello stato Shan. Lungo quasi 22 chilometri questo lago è popolato da una delle tribù più ingegnose ed operose di tutto il Myanmar, gli Intha che, non avendo terre da abitare, ha scelto di vivere sull’acqua.
Ogni costruzione (case, monasteri, templi, etc) è costruita su delle palafitte di sottilissimi bastoni di bamboo inchiodati sul fondo del lago. Anche le case sono di bamboo così come le pareti per cui hanno inventato un geniale sistema di intrecci per rendere le sottili foglie di legno più duttili ma resistenti.
Per vivere praticano l’artigianato, la pesca con grandi nasse a forma di cono, ma soprattutto l’agricoltura, inventandosi un metodo di coltivazione per cui sono famosi in tutto il mondo. Non avendo terreno fertile, hanno deciso di costruirselo: recuperano le piante acquatiche che crescono naturalmente nel lago, le sradicano e ne fanno degli ammassi informi su cui poggiano rifiuti naturali e terra che scavano dal fondo del lago.
Su questa ‘terra galleggiante’, che ancorano al terreno con dei lunghi bastoni di bamboo ma spostano anche a loro piacimento, piantano i semi che crescono rigogliosi, avendo una naturale ed infinita riserva d’acqua. Il lago Inle fornisce il 60% dei pomodori di tutto il Myanmar e la maggior parte delle primizie. Per muoversi tra i “campi” e i canali gli Intha hanno sviluppato anche un ingegnoso sistema per remare: al posto delle mani che si stancano facilmente, utilizzano una gamba che intrecciano al remo.
Questo permette loro anche di poter stare in piedi e riconoscere meglio le insidie che si nascondono nei fondali bassi e individuare più velocemente le piante da prelevare per costruire le isole galleggianti.
La prima tappa che facciamo qui sul lago è il mercato di Indein, un villaggio che solo da sette anni è stato aperto agli stranieri. Qui, a terra o su stuoie di bamboo, si vendono i prodotti coltivati sul lago ma anche gli animali allevati sulle montagne e i prodotti di artigianato delle tribù lontane che ci mettono anche quattro giorni di cammino per venire al mercato a vendere le proprie cose (è anche per questo che il mercato di Indein c’è ogni cinque giorni).
Facciamo una pausa sedendoci tra i locali su alcuni tronchi di bamboo. Ci servono del riso rosso con della carne di maiale, il tutto avvolto in una foglia di banano.
L’igiene qui lascia a desiderare, ma sono dell’idea che nella vita si debba provare (quasi) tutto quello che ti capita davanti. Stuzzichiamo anche tra altre bancarelle, buttando l’occhio ai vestiti e ai volti delle persone che mi passano attorno.
 
Riconosco, anche con l’aiuto della mia guida, delle donne Pa-o e degli uomini Taungyo, oltre agli Intha e agli Shan che sono la maggior parte.
 
La tribù degli Shan è l’unica in Birmania che non indossa il longy, la gonna, per gli uomini. Al suo posto utilizzano dei bellissimi pantaloni molto larghi che annodano in vita come fossero dei parei, lasciando il cavallo molto basso. Sarebbero un successo lungo le nostre spiagge trendy e sempre in cerca di novità esotiche… Dietro al mercato visitiamo un complesso di stupa (Nyaung Okale) completamente in rovina.
Ogni costruzione è ricoperta da vegetazione sotto la quale si riconoscono sculture in stile Shan e indiano.
La sensazione è quella di stare in una scena di un film di Indiana Jones… Prima di risalire sulla barca beviamo del latte di cocco infilando una cannuccia direttamente in un frutto che un ragazzo ci spacca davanti agli occhi. Poco più in là un gruppo di donne si lava nel fiume: qui l'acqua corrente non esiste.
Tra le palafitte ci insinuiamo in quella che, riflettiamo, avrebbe potuto essere Venezia prima del suo splendore, e visitiamo alcune case dove gli Intha fanno piccoli lavori d’artigianato: stoffe di seta, longy di cotone, piccoli oggetti d’argento, sigari arrotolati a mano.
Tra gli altri posti visitiamo anche una delle poche case dove intrecciano un tessuto che ha un nome che in italiano si potrebbe tradurre come “loto”. Prendono le piante del fiore di loto, e rompono i gambi tirando fuori i piccoli filamenti che produce naturalmente la pianta (simili a quelli che ha il sedano, ma più sottili). Arrotolano i vari fili uno sull’altro e lentamente formano una matassa di filato. Il procedimento è lunghissimo e per ottenere abbastanza filo per fare una camicia ci vogliono circa sei mesi di lavoro continuato. Se si aggiunge anche il fatto che la pianta si può raccogliere solo pochi mesi l’anno, si capisce come mai questo sia il tessuto più ricercato e più caro di tutta la Birmania, nonché uno dei tessuti più preziosi del mondo. Inizialmente con questo procedimento venivano fatte solo sciarpe votive da poggiare su statue del Budda o da donare ai monaci, oggi, grazie al lento sviluppo del turismo, se ne producono di più, ridando vigore ad un’attività che stava per morire. Inutile dire che mi compro una sciarpa che da quando sono tornato indosso quasi tutti i giorni…
Sempre ad uso dei turisti alcuni commercianti del lago hanno prelevato alcune donne Palaung dallo stato Kayah per mostrarle ai curiosi. Le donne Palaung avevano l’abitudine di fissare al proprio collo, fin dall’infanzia, degli anelli sempre più numerosi che facevano sì che il loro collo si allungasse, abbassando spalle e scapola.
Le chiamano donne giraffa ma ormai non ne rimangono che 150 sole al mondo, molte delle quali sono giovanissime e hanno riesumato questa pratica che stava andando in disuso solo perché hanno capito che poteva fruttare loro del denaro. Le donne Palaung utilizzavano questa forma di ornamento in maniera rituale, sostenendo che un tempo serviva per proteggere il collo dalle fauci delle tigri. Quando iniziò l’attività dei missionari cattolici in Birmania, duecento anni fa, i preti (che proprio dai Palaung dello stato Kayah partirono con la cristianizzazione) spinsero queste donne ad abbandonare questa pratica che ritenevano animista. Il risultato fu che molte donne che avevano superato l’adolescenza morirono con l’osso del collo spezzato.
Ora le donne giraffa stanno emigrando nella vicina Thailandia del nord, dove il turismo etnico è molto più sviluppato rispetto alla Birmania, che addirittura proibisce di entrare nello stato dove loro vivono che ancora oggi è sede di guerriglia.
 
Completiamo il giro sul lago con un paio di monasteri.
Il primo è il ‘Phaung Daw Oo Paya’ ed è uno dei principali luoghi di pellegrinaggio per i buddisti birmani: le statue del Budda che troneggiano al centro del tempio sono rese irriconoscibili dalle foglie d’oro che le ricoprono, donate dai fedeli accorsi da ogni parte della nazione. Nel tempio troviamo anche dei Silver Palaung, una rarissima etnia, chiusa in una zona proibita agli occidentali, arrivati qui dopo 200 km di cammino per pregare. Sono semplici e spauriti e quando notano che nella mia macchina fotografica si vedono le immagini mi chiedono di essere fotografati. Sui denti hanno incastonati dei rubini e degli zaffiri.
silver palaung kayah
Mentre già il sole sta tramontando passiamo dal ‘Monastero del gatto che salta’, dove i monaci buddisti hanno come passatempo quello di allenare i gatti a saltare dentro un cerchio.
Mentre torniamo al Resort il sole scende lentamente, e i pescatori vanno a gettare le nasse in acqua mentre i contadini tornano alle palafitte dopo una dura giornata di lavoro.
Tra cinquecento anni, stimano i geologi, il lago, il cui livello cresce ogni anno per i detriti degli affluenti, sarà solo un ricordo da raccontare. E gli Intha forse vivranno una vita più comoda, anche se, ai nostri occhi, meno affascinante.

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giovedì, 11 gennaio 2007

Diario Birmano
 
Terzo e Quarto giorno
Il mercato di Kengtung e Mong Lar la città della droga e dei bordelli (chiusi)
 
30/12/2006 h 21:30
 
Ieri la giornata è iniziata alla grande, con un giro al mercato di Kengtung: un enorme agglomerato di bancarelle dove affluiscono centinaia di persone da tutte le valli per vendere e acquistare quello che coltivano o che producono. Tra i banchi anche tanti oggetti di manifattura cinese, il primo sintomo di cambiamento per questa regione. Camminando prendiamo delle bacche di tamarindo da succhiare e dei vermi di bambolo fritti, dal sapore di patatine.
Moltissime sono le etnie che cerco di riconoscere dalle capigliature e dai vestiti, ma quella che più salta all’occhio è sempre quella degli Aka, le cui donne sono piene di ornamenti. Ci fermiamo anche ad una delle bancarelle dedicate alle donne di questa etnia e acquisiamo alcuni regali: cinture, copricapo, borse, braccialetti, ornamenti, perline.
Più tardi saliamo sul pick up per affondare la lunga strada che va verso Mong Lar, detta anche Mengla o Mongola. Dal finestrino vedo ancora scorrere campi e risaie, animali e persone. Tutto sa di nuovo e tutto e come se già mi fosse famigliare.
A metà strada rifermiamo in un villaggio Shan cattolico, stretto tra una piccola chiesa e un convento di suore. Facciamo un giro tra i maiali e i banani che circondano le case di legno e paglia.
Da una parte riconosco l'albero del cotone.
Anche in questo villaggio si vive al limite della sussistenza, ma l’impressione è quella di una maggiore ricchezza, forse dovuta anche alla presenza del convento.
A pranzo siamo ospitati nella casa del prete del piccolo villaggio dove alcune delle donne ci preparano una decina di piccoli piattini utilizzando tutte verdure che coltivano nell’orto e animali cresciuti nelle loro stalle.
Alla fine del pranzo gli orfani della comunità ci dedicano un paio di canzoni e ricambiamo con dei pacchetti di caramelle italiane.
Risaliti in macchina ci arrampichiamo sulle montagne. Qui l’aria è pungente e limpida e le foreste di bamboo e alberi della gomma colorano di verde tutte le valli.
Lungo la strada affrontiamo alcuni posti di blocco, sia dell’esercito birmano, sia dell’esercito Shan, che qui controlla la regione. Il nostro autista conosce molto bene tutti e chiama tutti per nome mentre mostra il lasciapassare che ci siamo fatti fare in mattinata dall’autorità di Kengtung.
 
Arriviamo a Mong Lar nel primo pomeriggio. Qui siamo a pochi metri dal confine cinese e tutto sa di Cina. Le insegne sono bilingue, si paga in yuan cinesi, si parla la lingua cinese e il cibo è quasi esclusivamente cibo cinese. Le strade sono grandi viali su cui affacciano imponenti costruzioni colorate e kitsch di impronta cinese. In un’unica strada ci sono più macchine che in tutta Kengtung e sulle targhe si legge SR4 Special Region 4, essendo questa una zona che gode di mille benefici da parte del regime Birmano proprio in virtù della vicinanza con il confine. “Questo è un angolo di libertà in Myanmar” mi dirà più tardi il parroco (certo che parlare di libertà e riferirsi alla Cina è quasi paradossale…).
Fino ad un paio di anni fa Mong Lar era per i cinesi una specie di Campione D’Italia, un territorio franco fuori dai confini. Inizialmente era soltanto una cittadina che riposava lungo un fiume, governata dalla terribile tribù degli Wa che fino a trent’anni fa sgozzava i nemici e ne impalava il cranio ai bordi delle strade. Poi tutto è cambiato, con la crescita del mercato dell’oppio, l’arrivo dei soldi e con l’apertura dei casinò. Qui arrivavano con 17 voli al giorno da tutto l’immenso continente cinese centinaia di persone che scialacquavano soldi nei casino e nei bordelli, negli spettacoli di varietà e in mille altri intrattenimenti. Questo fino a due anni fa, poi il governo cinese ha proibito con una legge ad hoc la costruzione di Casinò nelle immediate vicinanze del confine per tamponare l’emorragia di denaro dal confine dello Yunnan, qui a Mong Lar. Così la città si è svuotata.
Chiusi i casinò, hanno smesso di venirci i turisti. E gli spettacolini hard di transessuali che ballavano in cima alla collinetta si sono ritrovati senza persone, così come lo zoo, gli spettacoli di varietà, gli enormi hotel, gli alberghi ad ore, i ristoranti di lusso e tutto quanto girava attorno al mercato dei turisti. Tra le altre cose ha chiuso anche una specie di zoo delle birmanità che occupava posto subito dopo il confine sinobirmano, in un’area che oggi giace deserta e abbandonata, vittima del suo squallore. Qui erano esposte in piccole casupole/gabbie tutte le varie etnie birmane presentate intente nei lavori domestici, pronte a farsi fotografare (poco importava che, ci dicono, non fossero persone appartenenti alle varie etnie ma indossassero solo i costumi tradizionali di quel posto).
Lungo il fiume sonnecchiano ancora le mille attrazioni in stato di abbandono che non sono potute essere spostate: come ad esempio un allevamento di coccodrilli dove decine di animali riposano rinsecchiti in un grande recinto con un piccolo lago.
Con la macchina arriviamo anche fino ad una zona dove allevano orsi per estrarne la bile che i cinesi credono curativa. Entriamo in un enorme stanzone e siamo attaccati dal puzzo degli animali che si agitano nelle gabbie, in attesa di essere trucidati.
Riscendiamo verso valle e ci fermiamo dove un tempo c’era uno spettacolo con un elefante e oggi è rimasto solo l’elefante che sonnecchia in attesa di tempi migliori.
Appena l’allevatore ci vede arrivare svelto inizia a lanciare cerchi all’animale che gioca annoiato, sollevandosi sulle zampe davanti e su quelle dietro e accogliendo noi che gi saliamo in groppa e sulla proboscide.
Poco più in là visitiamo anche uno zoo aviario, dove ci sono ancora una decina di pavoni e qualche struzzo. Tutto sa di decadenza, ed è questo l’unico fascino. Tutto sa di stato d’abbandono, ma nei colori e nelle dimensioni dei vari posti ci accorgiamo di come qualche anno fa doveva essere di lusso per la Birmania. Alcuni libri che ho letto parlano di Mong Lar come una Las Vegas del sud est asiatico, ma oggi non c’è niente di più lontano. I birmani, gli shan, i wa, i palaung e molte altre popolazioni si riprendono a poco a poco la propria città e il proprio mercato, dove accanto alle migliaia di prodotti cinesi rispuntano anche bancarelle che vendono amuleti e medicamenti misteriosi.
La gente del posto dice che qui le cose cambieranno a breve, promettono che nel giro di due anni tutto tornerà come prima, perché la gente birmana ha trovato un escamotage per costruire i casinò poco più lontani.
Non so cosa sperare per la città e i suoi abitanti.
Più tardi ci fermiamo da un’amica di una suora che ci prepara il latte di papavero, una specie di crema dolce fatta con i semi di papavero d’oppio macinati e cotti, un latte bianco che non stordisce ma nutre, il prodotto di chi fa necessità virtù, essendo che, da molti anni, nei villaggi della zona si è iniziata anche a soffrire la fame a causa della trasformazione delle coltivazioni. Molti hanno abbandonato il riso per dedicarsi all’oppio, coltura molto più faticosa ma potenzialmente più redditizia, se non fosse che per mille inconvenienti (uno su tutti quello di essere fuori legge) ci si può ritrovare a fine anno senza niente in mano. E allora ben vengano i semi di papavero da cuocere.
Il problema della droga nella regione è fonte di centinaia di scritti, articoli critici e considerazioni di vario genere. La zona di Mong Lar e dintorni è nota come quella di maggior produzione d’oppio e derivati (eroina e anfetamine) di tutto il mondo e questa faccia negativa non giovava certo al fiorente crescere dalla città di confine.
Così U Sai Lin, un cinese/wa capo del ESSA, esercito dello stato Shan orientale, e principale ex trafficante di droga della zona, ha deciso, una volta insediatosi al potere, di stabilire che tutta la zona era stata epurata dalle droghe. E per sancire con maggior forza questa sua affermazione, ha costruito un museo, il Drug Eradication Museum che ha dell’inquietante.
chiesa di mong lar
In una costruzione mastodontica, in una valle tra la chiesa cattolica e il tempio buddista, racconta di come la zona fosse infestata da coltivatori di droga e fumatori d’oppio (con tanto di foto e documenti) e di come grazie al lavoro del ESSA ora tutta la regione sia libera e i drogati guariti e impiegati in altre attività. Completano la mostra decine di foto del generale che brucia gli stessi campi da cui aveva comprato oppio pochi anni prima e una vetrina con manichini a grandezza naturale che descrivono il percorso di redenzione di un drogato che è mostrato prima con i capelli lunghi, i vestiti occidentali e una siringa nel braccio, poi catturato, riabilitato, e infine ripresentato alla società con tanto di longy tradizionale birmano e spilla del ESSA sul petto.
 
All’esterno in un piccolo campo crescono alcune piante di papavero d’oppio e, quando la città era nel suo splendore, i soldati mostravano come viene estratto l’oppio, raschiando il bulbo del fiore.
Parlando con alcune persone che vivono a Mong Lar ho avuto la conferma del fatto che, appena dietro ai monti, ancora si estendono centinaia di ettari di campi di papavero che sono ancora adesso la principale fonte di sostentamento per i contadini delle montagne.
In serata siamo ospiti a cena, invitati dal braccio destro cinese di U Sai Lin nel ristorante di sua proprietà. Il cibo è ottimo e le chiacchiere sono un po’ imbarazzate anche perché devono passare da un triplo filtro di traduzione: dall’italiano all’inglese, dall’inglese al birmano, dal birmano al cinese.
Naturalmente non si parla né di oppio né di droga, e si fanno ampi e grandi sorrisi. Ci alziamo dal tavolo satolli e storditi.

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mercoledì, 10 gennaio 2007

Interrompo solo per un attimo il mio Diario Birmano per dirvi che sabato sera al Cinema Teatro Moderno di Latina (in via Sisto V) proietteranno il mio cortometraggio girato a New York "Guilty", in concorso al Terzo Festival Pontino del Cortometraggio.

pp

queens

Qui si può vedere il trailer del festival montato utilizzando anche alcune delle mie inquadrature.

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martedì, 09 gennaio 2007

Diario Birmano
 
Secondo giorno
Kengtung e i villaggi circostanti.
 
28/12/2006 h 17:45
 
Penso che esistano solo pochi posti al mondo che ancora sono come Kengtung e un po’ mi dispiace. C’è un unico percorso per arrivare qui provenendo dal resto della nazione ma la strada passa in una regione ancora piena di disordini, di lotte etniche e di repressione e quindi è proibita agli stranieri. Kentung così è raggiungibile per noi solo in aereo e con pochi collegamenti. Questo fa della cittadina un gioiello isolato, apparentemente chiuso su se stesso, in realtà punto di riferimento per le centinaia di piccoli villaggi di tutta la regione. Quando arriviamo all’aeroporto di Yangon scopriamo che l’unico volo che va direttamente a Kengtung e che non vola nemmeno tutti i giorni è della compagnia statale Myanmar Airways che, a causa dei molti incidenti, è sconsigliata da tutte le guide e dai libri che ho letto. Armati di coraggio arriviamo alla sala chek-in (uno stanzone con delle vecchie bilance e delle sedie mezze rotte con cartelli di cartone per ogni compagnia) e da lì nella piccola sala d’attesa dove dovremmo aspettare mezz’ora ma ne passano quasi due prima che una donna entri nella stanza e chiami a gran voce il nostro volo. L’aereo è vecchio e malconcio, con i sedili da cui esce la gommapiuma e il soffitto di plastica crepata. I posti sono sessanta ma più della metà sono vuoti e noi siamo gli unici occidentali sul volo. Con noi c’è il vescovo che ci sta accompagnando nella città dove ha avuto la sua diocesi per 37 anni: Kentung (‘Kyaingtong’ secondo la nuova nomenclatura tendente a cancellare ogni reminiscenza colonialista) la conosce alla perfezione, conosce i suoi problemi e le sue persone, le sue speranze e le sue diversità. Appena scendiamo dall’aereo ci accorgiamo che lui qui è come un piccolo Re. La regione di Kengtung, assieme alla regione chiusa al turismo di Kayah, ha un’alta percentuale di cattolici, essendo arrivati qui i primi missionari quasi duecento anni fa. L’aeroporto è una piccola casa bianca con una pista di terra battuta e asfaltata alla bene e meglio davanti. Nessun aereo a parte il nostro, nessun nastro per i bagagli, molti militari a sorvegliare il tutto. In cinque minuti arriviamo al centro città attraverso strade polverose e sconnesse cariche di gente con le facce rovinate dal lavoro e dal tempo e vestiti usciti da un’altra epoca. Siamo tornati indietro di cent’anni.
kengtung
Un pranzo veloce da una signora cinese amica del vescovo che ci cucina una decina di piccoli piattini (il riso non manca mai) e poi arriviamo alla collina dove c’è la zona cattolica. Su un grande piazzale affacciano: un orfanotrofio, una chiesa, un convitto e altre costruzioni. Dietro al campanile svetta, molto più alto, un Budda dorato, come a ricordare chi comanda nella città.
diocesi di kengtung
Intanto vediamo passare gente con i costumi più curiosi e disparati. Kengtung è un crogiuolo di etnie: essendo il centro commerciale dello stato Shan tutti qui vengono a comprare le cose che non producono e a vendere quelle che producono in eccesso, per poi tornare nel proprio isolamento in montagna. Ad un certo punto vedo una serie di donne vestite con abiti curiosi, piene di argento e perline: una suora mi dice che oggi c’è la festa della tribù degli Aka, una delle minoranze Shan più sviluppate della zona.
donne aka a kengtung
Mi faccio promettere che in serata andremo alla festa.
Intanto passo incuriosito dall’orto del convento e ci scopro alberi di cocco e di papaia, oltre che i consueti pomodori e peperoni. Dopo poco ci prelevano con un pick up per accompagnarci in un villaggio ad un’oretta di viaggio da Kengtung: oggi c’è l’inaugurazione di una cappella della madonna di Lourdes regalata da un facoltoso signore di città alla piccola comunità. Inizialmente non è che la proposta mi sia sembrata così allettante,. Sinceramente avrei preferito vivere una realtà più vicina a quella comune dei villaggi dello stato Shan che sono per lo più animasti o buddisti.
In realtà mi sbagliavo di grosso.
Caricato sul retro del pick up con la moglie del donatore e i suoi due figli, percorriamo una strada sterrata che si insinua tra risaie e villaggi.
bimbo sul pick up a kengtung
La signora e la suora mi raccontano delle varie tribù che vivono nella zona e di come mal si sopportino tra di loro.
dintorni di kengtung
Mano a mano ci allontaniamo dalla civiltà: attorno a noi solo campi abbandonati alla solitudine di una mucca legata ad un palo o catapecchie che da fatte di cemento diventano costruite di fango e bamboo. Arriviamo al villaggio guadando un piccolo fiumiciattolo senza ponte e affrontando una piccola salita di terra. E’ un villaggio Aka ma all’ingresso non noto il portale apotropaico che ho letto caratterizzare tutti i villaggi di quest’etnia. E’ normale, penso: è stato reso cattolico e quindi le tradizioni tribali sono state fatte scomparire.
Il vescovo qui per loro è come una piccola divinità scesa sulla terra e, appena la macchina imbocca la piccola via che si allarga sullo spiazzo al centro del villaggio, decine di donne Aka in costume tradizionale si fanno incontro alla macchina cantando canti di gioia nella loro lingua tradizionale accompagnati da piccoli e rudimentali strumenti suonati dagli uomini che si tengono in disparte.
villaggio aka nei dintorni di kengtung
Lo spettacolo è unico e indimenticabile. Tutte le persone (alte mediamente un metro e cinquanta) ci si fanno attorno stringendo a tutti noi le mani, piegando leggermente la testa in segno di ossequio e tenendosi il gomito della mano destra con la mano sinistra, alla maniera del popolo birmano, una pratica cui anche noi ci abituiamo presto.
particolare di un copricapo aka
La pelle di queste persone è rovinata dal lavoro nei campi e sotto il sole, e le bocche sono nere di Betel, uno strano composto che masticano continuamente tutti gli strati sociali medio bassi (e non solo) del Myanmar: una foglia verde su cui viene spalmata della calce e dentro cui viene messo del tabacco e una sostanza dura rossa. Anche io l’ho provato e il sapore è forte e stordente, quasi chimico, e nonostante dopo un paio di minuti l’abbia sputata comunque la testa mi è rimasta “troppo leggera” per diversi minuti. Qui, dove non ci sono diversivi né divertimenti, dove non arriva acqua corrente né elettricità, dove si vive al limite della sussistenza, coltivando campi d’oppio e di riso, il betel è una delle poche cose che fanno passare il tempo, e tutte le donne ne masticano continuamente.
donna aka
Ognuno di quelli che mi stringe la mano è vestito con un costume tradizionale, diverso per età, stato matrimoniale, gravidanze avute e stato sociale. I copricapi sono complessi monumenti ricchi di rupie d’argento, campanellini, catene e perline portate lì dagli europei trecento anni fa e tramandante di copricapo in copricapo fino alle donne di oggi. Per le donne Aka il vestito è tutto: è tramite un bel vestito che crescono nella società, è tramite un bel vestito che trovano marito, è tramite un bel vestito che mantengono il proprio ruolo sociale diventando adulte. Le donne Aka non indossano gioielli ma orecchini e anelli vengono appesi ai copricapi o alle borse o alle cinture. Osservo con attenzione tutti i volti, incorniciati dai capelli pettinati ordinatamente in due tendine che spuntano dal copricapo e, timidamente, inizio a fare qualche foto.
donna aka 2
Queste persone hanno avuto pochissimi contatti con il mondo esterno e forse siamo tra i primi occidentali a mettere piede nel villaggio e lo capiamo dalla curiosità con cui ci spiano e ci scrutano: almeno la stessa con cui noi guardiamo loro.
io tra donne aka nei dintorni di kengtung
Quando mostro loro i ritratti che gli ho fatto sullo schermo della mia macchina digitale tutti sorridono e mi chiedono di essere immortalati. Dopo qualche minuto ci offrono uno spuntino veloce (un pranzo in realtà) su tavolini bassi in mezzo alla strada. Le norme d’igiene non sono nemmeno lontanamente rispettate qui, ma se sono ancora vivo per raccontarvi l’esperienza è perché forse non sono nemmeno così importanti… Una signora del posto arriva anche con una grappa di riso preparata da lei, un liquido dolciastro dal sapore di saké, ma con una gradazione alcolica molto più elevata. Tramite una suora chiedo al capo villaggio di portarci a fare un giro tra le case di legno e di bamboo. Le costruzioni sono tutte uguali, secondo gli usi Aka: una palafitta di legno ospita due ambienti (uno per le donne e uno per gli uomini) e una veranda aperta con tre focolari (uno per la carne, uno per le verdure e uno per il cibo dei maiali).
villaggio aka
Il tetto è ricoperto con della paglia e sotto la casa vengono radunati gli animali che facciano da riscaldamento naturale nelle gelide notti invernali: lo stesso metodo usato dai nostri contadini e allevatori di montagna fino a qualche decennio fa.
bambini in un villaggio nei dintorni di kengtung
Il villaggio è poverissimo e organizzato in maniera quasi neolitica. In una catapecchia vedo dei bambini che giocano con una scimmia, lungo un fiumiciattolo marrone (l’acqua che loro usano per tutto) vedo qualche ambulante che vende piccoli dolciumi: oggi è giorno di festa e quindi chi può si permette qualche lusso.
bambini giocano con una scimmia
Rifletto sul fatto che, proprio come i primi cattolici facevano con i pagani romani, il vescovo ha deciso di far coincidere la festa cattolica per l’inaugurazione della cappella, con quella animista del nuovo anno Aka, perché il passaggio risultasse naturale e indolore.
Lungo la via del ritorno il nostro viaggio è rallentano da una mandria di mucche radunate per essere riportate a casa e da un gruppo di un centinaio di oche che attraversa la strada. Una piccola pausa in albergo mi permette di riflette su quello che abbiamo visto. Mi rilaso e fisso il soffitto di tek sopra di me, anche perché non posso fare la doccia perché non c’è acqua calda, come in quasi tutti gli edifici di Kengtung.
 
h 21:30
 
Torno ora dalla grande festa Aka per il nuovo anno. Dopo la cena seguiamo il flusso di gente che, completamente al buio, non essendoci illuminazione elettrica per le strade, si raduna in uno spiazzo non lontano dal mercato. Migliaia di persone scendono dalle montagne per venire qui alla loro festa più importante, indossando i costumi tradizionali e intonando canzoni antiche. Al centro della moltitudine un cerchio di persone balla roteando lentamente in senso antiorario, al ritmo di un gong e di un tamburo: è il modo che hanno gli Aka per festeggiare qualsiasi evento. Ogni notte importante la popolazione del villaggio si alterna in questo cerchio che non si ferma mai, ballonzolando sorridente. Al centro una donna anziana si contorce in una danza particolarissima. Un prete che conoscerò più tardi mi confesserà che quando inizia ad evangelizzare un villaggio è “costretto” a partecipare a questo girotondo tutta la notte, per entrare meglio in contatto con la popolazione. Su un piccolo palco illuminato da un faretto collegato ad un generatore, alcune donne più adulte intonano della musica popolare quasi lirica. Seduti a terra gli anziani guardano con piacere. La tribù degli Aka è la tribù che maggiormente in Myanmar si preoccupa della continuità. La continuità è per loro l’unico principio etico: non si sbaglia se si fa come hanno fatto i nostri antenati, e le tradizioni vanno rispettate e tramandate. E’ anche per questo che c’è una diffusione così importante dei costumi tradizionali, che in molte altre minoranze vanno perdendosi. Ma anche tra i giovani Aka ci sono alcuni che ammiccano al rinnovamento e su un altro palco si alternano alle danza tradizionali di gruppo fatte dalle giovani donne, alcune canzoni suonate da un rudimentale gruppo rock. Le danze delle giovani Aka sono i momenti più importanti per il corteggiamento: i ragazzi si siedono a gruppi e ascoltano e guardano in silenzio, individuando sotto i ricchi abiti delle ragazze, quelle che potrebbero far di più al caso loro. Il rituale dell’approccio, molto più moderno rispetto ad altre civiltà, prevede poi un contatto diretto con la ragazza che, se ci sta, può concludersi la sera stessa in una parte ritirata della giungla, per poi andare dal padre della donna il giorno dopo e chiederla in matrimonio.
Bancarelle con cibo di ogni tipo, tra cui bastoni di bamboo riempiti di riso dolce, completano l’atmosfera di festa, alimenta anche da alcuni giochi popolari come nelle nostre fiere di paese. Durante la serata un gruppo di ragazzi mi si avvicina e vedo che mi guardano dandosi gomitate: mi prendono in giro perché (dai miei 170 centimetri) sono troppo alto rispetto a loro…
te un piccolo asciuganamno, un portachiavi, una paperella di ui Qu

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lunedì, 08 gennaio 2007

Diario Birmano
 
Primo giorno
L'arrivo a Yangon, l'ex capitale del Myanmar
 
27/12/2006 h 21:30
 
Scrivo dalla mia camera d’albergo fatta di tek, mentre sento che da fuori stanno dando dei colpi alle pareti per sradicare la finestra ed entrare nel bagno la cui porta si è bloccata. Qui nel Myanmar la vita inizia prestissimo la mattina ma altrettanto presto le giornate finiscono, e già mentre venivamo qui in albergo le strade erano deserte.
Stamattina ci siamo svegliati prestissimo, alle 4:30, e un ora e mezza dopo eravamo già in fila al check in di Air Asia, una compagnia di voli low cost in Asia che avevo scovato e prenotato su internet prima di partire. L’aeroporto futuristico di Bangkok, da pochissimo inaugurato, spaventa un po’ per le sue dimensioni e per arrivare al gate camminiamo per circa un quarto d’ora. Dopo novata minuti di volo e dopo aver spostato l’orologio di mezzo fuso (stranezze birmane) atterriamo a Yangon. Già mentre l’aereo si avvicina alla terra ci rendiamo conto che attorno all’aeroporto non c’è niente. Solo prati, qualche campo, villaggi sparsi e, cattedrali nel deserto, qua e là qualche stupa dorato. Mentre camminiamo verso l’aeroporto le scarpe ci si sporcano di fango fatto della polvere che ha alzato l’aereo e dell’umidità tropicale. Al controllo passaporto incontriamo il vescovo che ci guiderà in questa prima parte del viaggio. I controlli di sicurezza, in virtù del suo potere e di un suo fido collaboratore indiano che lui chiama small God, li passiamo velocemente. La vecchia Toyota Corolla sfreccia per le strade di Yangon. Il traffico è modesto, non è quello che ci si aspetterebbe dalla capitale della nazione (è solo da meno di un anno che il governo militare ha trasferito tutti gli uffici governativi e il ruolo di capitale ad una nuova città lì vicino). 
Qui le macchina hanno, come in Thailandia, la guida all’inglese, con il conducente che siede sulla destra, ma quando la Birmania si è resa indipendente dalla madrepatria ha voluto cancellare tutti i segni coloniali e così ha ristabilito la guida tradizionale, ma le macchine non potevano essere sostituite. Il risultato è una commistione tra i due sistemi che provoca non pochi problemi agli autisti…
Dopo poco raggiungiamo un convento di suore dove vivono una quindicina di ragazzi sui vent’anni che dal nord sono stati trasferiti lì per continuare gli studi.
Una colazione veloce a base di papaia, ananas e acqua al sapore di caffé, e siamo già in direzione del centro. La prima tappa è la Shwedagon Paya, da molti considerata la più bella pagoda del mondo, centro fondamentale di pellegrinaggio per tutti i buddisti birmani e non solo.
Cento metri di stupa dorato (lo stupa è una specie di campana che si innalza verso il cielo) costruito sulla cima di una collina cosparsa di mille costruzioni in stile diversi. Ci arrampichiamo lungo la scala a piedi nudi, come vuole la fede buddista.
In alto centinaia di fedeli pregano o semplicemente oziano riparandosi dal sole con ombrellini di carta o con le mani. Tutti indossano il longyi, la gonna birmana (a scacchi o a righe per l’uomo, fiorata per le donne) e anche io più tardi ne comprerò uno.
Giriamo attorno alla pagoda, in senso orario come vuole il buddismo, e storditi dal sole e dall’oro che brilla su tutte le costruzioni prendiamo un taxi fino al lago Kandawgyi, poco lontano dal centro.
Qui ci fermiamo a pranzo. Con noi c’è la madre superiora del convento che parla un po’ di italiano perché è stata da noi tre anni a studiare, per tutto il giorno la sua intermediazione sarà preziosa, perché ci aiuta a non farci fregare e a districarci tra le stradine della città.
Passeggiamo poi nel centro dove un caos di ambulanti e gente che passeggia pullula ai piedi di vecchi edifici coloniali fatiscenti, moderni mostri senza fascino e storici stupa dorati ricostruiti.
Un salto in una sala da tè (tè birmano, con latte e zucchero) e si torna al convento. Qui, inseguendo le note di una canzone, giro sul retro dove trovo un giovane birmano che si accompagna con la chitarre cantando canzoni d’amore birmane.
Ascolto in silenzio, poi mi avvicino e parlo un po’ con lui che solo da pochi mesi sta studiando inglese. Mano a mano si avvicinano altri ragazzi che mi insegnano anche ad indossare il longyi. Mi raccontano che sono della tribù Aka e provengono allo Stato Shan, nel nord della nazione. Il loro villaggio da qualche anno è stato convertito al cattolicesimo e gli orfani sono stati accolti in alcune case speciali. Loro sono ormai cresciuti e così li hanno trasferiti nella capitale per insegnargli qualche rudimento di cultura superiore, tra cui l’inglese. Tra una chiacchiera e l’altra mi cantano diverse canzoni, anche nella loro lingua d’origine. Mi guardano con invidia e speranza, la speranza di ottenere un giorno qualcosa di più dalla vita. Parlano del calcio italiano e di Cannavaro al Real Madrid. Di lui mi chiedono se è sposato, e se ha figli. Lo stesso me lo chiedono di Totti. Parliamo delle ragazza birmane: Sono belle? Chiedo loro, No sono meglio le ragazze Shan, mi dicono, e si illuminano loro gli occhi.
La cena è preparata da alcune suore che sono attenti a non eccedere troppo nei sapori forti e nelle spezie. Il tutto è innaffiato da un vino giallastro e dolce che esce da una bottiglia con la scritta “Vino della messa”. Alla fine della cena tutti i ragazzi ci si fanno attorno e ci intonano alcune canzoni di natale in lingua birmana fino a farci commuovere quando ci regalano un pacchetto con una carta dorata contenente un piccolo asciugamano, un portachiavi, una paperella di ceramica e tre penne.
Uno alla volta passano a stringerci la mano e ad augurarci Buon Natale. Mentre mi avvicino alla macchina il ragazzo con cui parlavo prima mi mette una mano sulla spalla e mi augura buona fortuna, rispondo al gesto affettuoso cercando la sua spalla con la mia mano come per passargli un po’ della fortuna che ho avuto io nella vita.

Mentre la macchina si allontana nella notte ballonzolando sulla strada dissestata tutti ci salutano con la mano. Domani mattina volo a Kengtung.

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domenica, 07 gennaio 2007

Eccomi tornato dal Myanmar.

Due settimane intense per un viaggio indimenticabile, in un paese ancora lontano dal mondo, dove tutti gli uomini indossano ancora il longy, una gonna annodata sul davanti, e invece delle gomme masticano il betel, un miscuglio di calce, corteccia e tabacco, e le donne si truccano le guance con il tanaka, una pianta che si sfrega sulla pietra, per sembrare più belle. Un paese dove le minoranze sono una realtà viva e rigogliosa e non una rarità da  esporre ai turisti. Una nazione sotto regime militare, ma essenzialmente tranquilla e serena.

Noi abbiamo avuto la fortuna di visitare il Myanmar in una maniera insolita che ci ha permesso di vedere la realtà birmana molto da vicino.

Atterrati a Yangon i primi giorni li abbiamo passati con il vescovo di Kengtung che ci ha fatto girare per missioni e villaggi nel nord est, accompagnati da alcune suore e da lui stesso. Questo ci ha permesso di entrare in contatto con una realtà lontana dai turisti, quella delle missioni e dei villaggi di montagna dove la vita è ancora ferma ai tempi preistorici, con le persone che indossano ancora costumi tradizionali, lavorano nei campi e vivono in piccoli agglomerati di abitazioni in legno e bamboo senza nè acqua nè elettricità, costruite sopraelevate per metterci sotto la sera gli animali affinchè scaldino la casa.

Per la seconda parte del viaggio invece il vescovo ci ha affidato ad un uomo di etnia Shan, che poi abbiamo scoperto essere uno tra i più ricchi della nazione, comerciante di tek (la principale risorsa economica della Birmania, assieme ai rubini) che esporta in tutto il mondo. Lui ci ha prenotato 5 voli nazionali che ci hanno fatto girare su e giù per il paese visitando i luoghi più famosi del Myanmar: Pagan, Mandalay, il lago Inle. Con lui abbiamo dormito negli alberghi più esclusivi e più particolari delle città dove siamo passati (tutto offerto da lui) e grazie ai suoi innumerevoli amici abbiamo girato le varie località con molte agevolazioni e potendo scoprire angoli nascosti. I suoi discorsi e i suoi racconti nel frattempo ci hanno fatto conoscere meglio il paese e ce lo hanno fatto amare. 

Giorno dopo giorno ho tenuto un diario che in parte vorrei trascrivere qui, per condividere alcune delle emozioni e delle scoperte.

E mano a mano arriveranno anche le foto...

Postato da: creativamente a 14:18 | link | commenti (2) |