Dal 2 luglio alle 19 va in onda su SKY sul canale Nat Geo Adventure, il canale più "all'avventura" del National Geographic, un programma che parla dei blogger viaggiatori. Ogni puntata è dedicata ad un vlogger, dura tre minuti ed è realizzata con immagini girate dagli utenti e caricate sul sito www.adventureone.it.
Alla terza settimana di programmazione ci sarà anche una puntata dove parlerò io del mio viaggio in Marocco...
A parte questo credo sia una bella idea e, vedendo la puntata pilota, mi sembra anche realizzata bene. Staremo a vedere...
I messagi che ti svoltano la giornata:
"Trash tres chic"
Inviato da un Grande collega e amico.
Roma il weekend si svuota di romani e si riempie di turisti. Domenica ho passato una giornata in centro. Anche se amo gironzolare per le strade antiche percorse mille volte, prendermi un frullato "Da Quinto", in via di Tor Millina, accanto a Piazza Navona, una grattachecca lungo il tevere o i dolci ebraici al ghetto, anche se amo passeggiare distratto tra le bancarelle di Trastevere e scoprire in ogni angolo noto qualcosa che non avevo mai notato, anche se mi piace sentirmi un po' romano e un po' turista, nonostante io non sia nè l'uno nè l'altro a volte prendo ed esco dalal città, per buttarmi da qualche parte attorno alla capitale.
Sabato siamo andati a Tivoli. Ci ero già passato alcune volte, ma non mi ero mai preso una giornata intera da passare lì.

Arrivati con il treno alla stazione scendiamo subito verso Villa Gregoriana, un'insenatura tra la roccia ai piedi della città dove il fiume Aniene si butta, in maniera naturale o artificiale, verso valle, creando un paesaggio romantico, nel senso storico della parola.

Sfidiamo la calura e l'umidità che sale dal terreno inondato dall'acqua e scendiamo fino alla grotta delle sirene e risaliamo fino al tempietto romano circolare che domina la valle.

Da lì passiamo attraverso il paese, prendiamo dei panini in un'alimentari e andiamo a mangiarli a Villa d'Este. Invasa da macchine fotografiche analogiche e digitali (la nostra compresa) e da spose in seduta fotografica in pose inquietanti, la Villa ha vinto quest'anno il titolo di Parco più bello D'Europa. Centinaia di fontane di tutti i tipi adornano la valle sotto la villa.
Dall'altro si scendono diverse scaliante e ad ogni piano trovi alcune fontane.


C'è quella con i draghi, quella con le navi, quelle grandi e quelle piccole. Quella con un solo getto, quella con cento cannelle, quella con el statue e quella che sembra naturale ma è tutta artificiale.

Tra le più curiose ci sono quelle che hanno un meccanismo idraulico che pompa acqua e aria per far suonare delle canne (quella della civetta e quella dell'organo).
Scendiamo fino al giardino e risaliamo verso il paese. Ci infiliamo su un autobus extraurbano e scendiamo dalle parti di VIlla Adriana.
Indietro di centinaia di anni rispetto a Villa d'Este ma ugualmente magnifica nonostante della costruzione originaria rimanga ben poco.

La villa dell'Imperatore Adriano aveva due terme, biblioteche, appartamenti, palestre e molti altri ambienti tra cui una specie di pensatoio circolare al centro di una vasca (il Teatro Marittimo) e una vasca circondata da un porticato decorato con statue e colonne: il canopo.

Riprendiamo fiato all'ombra degli alberi secolari e delle colonne altrettanto antiche e usciamo a cenare, mentre il sole scende piano e le zanzare escono dalle loro case. Mentre fa buio rientriamo alla villa, questa volta per vedere uno spettacolo (le "Dionisiache", con la regia di Giorgio Barberio Corsetti) prodotto dall'Auditorium.

La cornice è magica e lo spettacolo affascinante e ricco di ricerca, con attori alle prese cond ecine di personaggi e acrobato che di attorcigliano su pali e scale.
Usciamo che ormai è buio e ci aspetta l'autobus che ci riporta a Roma stanchi, ma con una giornata in più da mettere tra quelle che saranno da ricordare per sempre.
Quarantotto ore di tempo per ideare, srivere, organizzare, girare, montare e finalizzare un cortometraggio di 4-7 minuti. Una follia, forse. Una follia in cui sono stato piacevolmente coinvolto da un carissimo amico.
Il gruppo che ha messo assieme e di cui faccio parte è stato scelto tra i 20 che parteciperanno alla prima edizione italiana del "The 48 hour film project", un progetto, nato negli Stati Uniti ma ormai ramificato in tutto il mondo, che assegna il venerdì alle 19 un genere, un personaggio, un oggetto e una linea di dialogo e alla stessa ora della domenica chiede il DVD con il film finito.
Ieri ci siamo trovati per il primo incontro preparatorio e sul tavolo c'era molto entusiasmo, molte idee (forse troppe) e tanta confusione (oltre che qualch bottiglia di birra).
Abbiamo ora due settimane per cercare quello che ci manca (in particolare ci manca della musica di cui possiamo avere i diritti!) e abbozzare delle prime idee eventualmente adattabili alle richieste.
E dalle 19 del 6 di luglio si inizia...
Le barchette di Villa Borghese.

In un minuscolo lago artificiale invaso da alghe verdastre che si appiccicano ai remi. Con l'odore di acqua stagnante che sale da ogni centimetro quadrato della superficie del piccolo specchio. Tra tartarughe sonnolenti che colpisci ad ogni colpo di remo. Tra le zanzare che si alzano come libellula appena sentono l'odore del tuo sangue. Con il proprietario che urla in romanesco con il megafono che è finito il turno dei 20 minuti a tre euro a persona. Con numerose coppie di giovani coatti e famiglie rumorose di bambini urlanti. Con l'atmosfera pop/trash che può regnare all'ombra di un tempio neoclassico dedicato ad Esculapio.


Eppure è un luogo così romantico...
Ieri sera le strade di Roma erano invase da adolescenti e post adolescenti con magliette cattive, capelli lunghi e borchie. Oggi era il giorno del concerto degli Iron Maiden. E come sempre per questi eventi Roma vive di ondate di persone. Gay per il Gay Pride, Papa Boys per gli incontri con il Papa, comunisti per le manifestazioni contro Berlusconi, irlandesi per le paritte del Celtic, e via così.
E i romani (e i romani acquisiti) rimangono schiacciati tra loro e i turisti.
E' anche questo il bello di questa città.
Per caso mi sono imbattuto sulla pagina di wikipedia riguardante i Puffi, e ho scoperto che la dietrologia non ha confini.

C'è chi nell'animista Porto Rico ha sparso la voce che fossero figure sataniche, chi ha sostenuto che il'organizzazione dei puffi rispecchia l'ordinamento di una comunità comunista, dove non esiste denaro e vige la condivisione delle risorse tra tutti gli abitanti. Grande Puffo sarebbe Stalin e Quattrocchi Trotsky. Secondo altri invece Grande Puffo, vestito di rosso e con la barba bianca, sarebbe Karl Marx.
Secondo una'altra teoria "i 99 Puffi sarebbero i 99 saggi cristiani (vestiti di bianco) della Nuova Atlantide di Francis Bacon guidati da un Grande Puffo che, coi suoi 542 anni, sarebbe nato l'anno della salita al cielo ( la nascita celeste) del sacerdote boemo Jan Hus(conteggio a partire dall'anno di invenzione dei Puffi). Essi devono difendersi anche da Gargamella, lo stregone che appare vestito proprio come un ecclesiastico, e che va a caccia dei Puffi per fabbricare la pietra filosofale, simbolo della perfetta conoscenza". Secondo costoro il linguaggio dei Puffi sarebbe quello antecedente i fatti narrati nel mito della Torre di Babele, composto da pochi termini fondamentali. Un certo Antonio Soro un un libro intitolato: I Puffi, la "vera" conoscenza e la massoneria, sostiene che si tratterebbe "di una Gran Loggia che pratica l'arte massonica secondo la cosmologia gnostica degli Ancients".
E pensare che io ci giocavo sempre da bambino!
Quando si dice che tra il nord e il sud d'Italia non c'è differenza è pura ipocrisia. Un paese della Sicilia è totalmente diverso da un paese in provincia di Vicenza. Per usi, abitudini, vestiario, ambizioni e tradizioni. Diverso è anche il paesaggio, e diversa la cucina. Diversi i valori e diverse le acconciature di capelli. Senza giudizio di merito, naturalmente.
E' questo mosaico che fa la ricchezza del nostro paese, ricco di contraddizioni e cose da scoprire. Peccato che l'avanzamento delle città e la diaspora dalle campagne ai centri urbani, porti sempre di più queste differenze ad assottigliarsi fino a cancellarsi.
E le sovrapposizioni e le confusioni possono diventare anche comiche... E' il caso di Lampedusa, il comune più a sud di Italia (ancora più a sud di Tunisi) dove il vicesindaco Angela Maraventano è della Lega Nord. Ex attrice nel film di Emanuele Crialese "Respiro" ambientato a Lampedusa, la donna con fortissimo accento siculo e tratti tipicamente mediterranei, spopola in tv e non solo, presentandosi sempre con il fazzolette verde al collo.


L'Italia è bella anche per questo.
Su Youtube (qui e qui) e su AdventureOne potete vedere le prime immagini che ho montato del viaggio in Marocco.

Diario Marocchino
Settimo giorno
La mattina le pareti del nostro albergo, spesse e ricoperte di brutte maioliche arabeggianti, ci dividono dal rumore e dal caos che c’è poco fuori. Siamo a pochi metri da Djemma El-Fna, la piazza più animata del mondo arabo, nota un po’ ovunque per il suo carosello.
Ma ora è mattina, e sono ancora in pochi quelli che rumoreggiano in piazza… Così andiamo a visitare lì accanto la Moschea Koutobia. Come in tutte le moschee non possiamo accedere e così ci dobbiamo accontentare di fare un giro fuori, il che è abbastanza deludente e così con alcuni dei miei compagni di viaggio mi diverto a fare foto stupide all’ombra di un palazzo lì accanto.


Pochi metri più in là passiamo dalle tombe dei Saaditi, gioiellino architettonico straripante di stucchi e mosaici di piastrelle, ma ormai i nostri occhi sono saturi di quest’architettura che facciamo fatica a capire e che ci sembra sempre “troppo”. Così ci buttiamo tra i souq, i famosissimi mercati di Marrakech. Qui abbondano i tappeti, là gli oggetti di rame, più in là gli oggetti di vimini, qua i mobili, là le lampade. Per la maggior pare sono bancarelle dedicate ai marocchini, lo si capisce da quello che vendono, ma nelle vie principali sono i turisti i principali pesci da far abboccare. E così il prezzo è fino a dieci volte superiore rispetto al reale valore. Si contratta, si contratta, si contratta. E, estenuato, riesci ad ottenere l’oggetto agognato per un prezzo che ti fa dire: ehi! Che bravo che sono! Poi in realtà ti accorgi di aver risparmiato magari solo cinque euro e che ciò che hai preso non ti servirà mai… Ad un certo punto passo in un quartiere dove si vendono solo spezie.

E oltre alle spezie creme, unguenti e erbe medicinali. Mi inoltro da solo in una stradina e sbuco in una piazza dove un tempo c’era il mercato degli schiavi. Non vedo turisti, e la merce qui è accatastata in maniera più disordinata ed è coperta da un sottile strato di polvere. Entro in una stanza e mi viene incontro un ragazzo che capisce che sono straniero. Parla inglese e mi racconta che quello è un negozio che vende cose per i guaritori e le magie. Sono in molti qui che credono in pozioni i magia bianca e di magia nera, in guaritori e santoni. Per la maggior parte si tratta di fedeli dell’Islam per i quali è normale questa sovrapposizione di valori e mondi di riferimento. Qui si vendono pelli di animale, ossa, corna, corpi impagliati, pelli di serpenti, unghie di felini,anelli, amuleti, collane, oltre che scarabei, scorpioni, cavallette e altri insetti: tutti rigorosamente vivi e tutti in barattoli impilati sulla parete. In uno ci sono anche le sanguisughe, che usano per i salassi. In gabbie all’esterno ci sono invece un’aquila, un gufo, delle salamandre, tartarughe e camaleonti che usano buttare nel fuoco vivi per studiare i presagi: se si squaglia o se abbrustolisce significa qualcosa. Cosa non so. Da un’altra parte vende incensi e colori oltre che piante essiccate, essenze e spezie. Compro un corno di gazzella che funzioni da amuleto, dell’indaco per colorare i tessuti, della mirra da bruciare e dei papaveri da oppio secchi e svuotati del principio attivo, da regalare agli amici. Mi regala un pezzo di ceramica che le donne usano, bagnandolo, come rossetto e una specie di pietra pomice fatta di terracotta. Saluto e mi ributto tra i souq: voglio andare a fare un Hammam. Ogni quartiere di una città islamica si caratterizza per aver: una moschea, una scuola coranica, una fontana, un forno pubblico e un Hammam. L’Hammam, o bagno turco, originariamente era fatto per la purificazione rituale, ad esempio dopo aver avuto rapporti sessuali con una donna l’uomo doveva venire qui e lavarsi capo e testa. Oggi gli Hammam sono divenuti dei bagni pubblici a tutti gli effetti dove la gente viene per lavarsi e pulirsi. Scegliamo di non andare ad un hammam del centro, per non rischiare di imbatterci in un luogo infestato da turisti e snaturato dalla sua destinazione d’origine. Con un taxi andiamo nella città nuova e entriamo in questo Hammam maschile. In uno spogliatoio pieno di panche di legno ci spogliamo e ci danno del sapone nero, lo shampoo e un guanto per lo scrub. L’Hammam vero e proprio è composto da due stanze molto grandi, senza alcun fascino, con dei rubinetti di acqua calda e fredda. L’aria è calda di vapore e i locali rimbombano di scrosci. Siamo gli unici turisti qui dentro e gli altri ci guardano incuriositi, almeno quanto li guardiamo no, anche se in realtà non c’è molto da vedere: si stanno solo lavando. Un uomo che avrà ottant’anni, magro e nodoso, ci fa sdraiare sul pavimento della stanza mugugnando. Ci getta addosso acqua calda e fredda, ci insapona e ci gratta con il guanto ruvido ed escoriante. Sembriamo dei deportati del campo di concentramento. Ancora secchiate d’acqua, ancora sapone. Poi tira le giunture fino a farci urlare. Mentre gli altri che sono nel bagno sorridono… Ci gira e con un piede ci tiene la testa sul pavimento mentre attorciglia l’altro su ognuna delle due braccia per sciogliere la muscolatura. Ora cerchiamo di trattenere le grida, ma ad un certo punto non ce la facciamo più. Usciti dalla stanza piena di vapore aspettiamo che la testa smetta di rimbombare e la temperatura del corpo torni ad essere quella di sempre. Quando siamo in strada già stiamo bene e siamo ritemprati per tornare a Djemma El-Fna dove bevo (è la terza della giornata e non sarà l’ultima) una spremuta di arancia tra le più buone mai provate. Nel frattempo è già pomeriggio inoltrato e la piazza si popola di gente che ritira monetine e gente che dà monetine.

Ci sono gli incantatori di serpenti, che suonano il flauto facendo muovere i cobra e sperano di incantare anche i presenti, spillando loro soldi.
Ci sono gli ammaestratori di scimmie.
Ci sono i cavadenti, ci sono degli uomini travestiti da donna che si muovono in maniera lasciva, ci sono tatuatori all’henne (per turisti), ci sono maghi e indovini, bancarelle di datteri e di olive, oltre che una lunga schiera di farabutti e mascalzoni.
Un po’ isolati, ma circondati da uomini di tutte le età, ci sono i raccontastorie. Affabulatori di professione raccontano di gesta eroiche e storie d’amore utilizzando dei cartelloni illustrati e numerosi oggetti che hanno di fronte.

Non capisco niente, ma ne subisco il fascino. Me ne vado solo quando un ragazzetto mi si avvicina con delle collane cercando di propinarmele chiedendomi 20 euro… Poco prima del tramonto arrivano anche le bancarelle del cibo che vengono montate e smontate ogni giorno, compreso la cucina, i tavoli, il bancone e le panche. Si cucina di tutto in questa piazza, dalle zuppe ai dolci, dalle lumache (ottime, con il cumino e un po’ piccanti) alle teste di pecora in umido (la specialità), dal cervello fritto alle torte di piccione. Mangiamo qui, prima di partire per Casablanca. Mentre andiamo verso il pulmino che ci porterà a notte fonda in un albergo anonimo vicino all’aeroporto da cui partiremo verso l’Italia la mattina presto, mi guardo attorno. Per impregnare gli occhi di cose, immagini, suoni, profumi, colori e ricordi. Come a mettere un sigillo su qualcosa da cui non mi separerò più: un altro viaggio.
Diario Marocchino
Sesto Giorno
Lasciamo le Gole del Dades che il sole è già alto in cielo, nonostante sia ancora presto. Oggi ci aspetta una giornata di viaggio lunga e tortuosa. In più io non sto bene, ho la febbre e temo di essermi preso qualche virus marocchino che mi porta a rimettere quello che mangio.
Arrivati a Dades imbocchiamo la valle delle rose, una lunga oasi coltivata con arbusti di rose che vengono colte proprio in questo periodo ed essiccate per farne la famosa acqua di rosa, un tonico a base di rose distillate a vapore che qui usano per tutto. Quando il nostro autista scopre che ho la febbre corre a prendere dei fazzoletti, li riempie di acqua di rose e me li impiastra in fronte dicendomi in francese: “rimedio berbero”.
Dopo un po’ arriviamo ad Ouarzazate, il centro più grosso di questa zona, noto un po’ in tutto il mondo per gli studi cinematografici Atlas all’interno dei quali sono stati girati molti film. Anche il programma di Canale 5 “La fattoria” venne girata un paio di anni fa in una Kasbah proprio qui a Ouarzazate. Gli studi Atlas si presentano circondati da altissime mura ornate di kitchissime statue pseudo-egiziane.
Nonostante siamo in Marocco i principali film qui girati hanno ricreato ambienti egiziani. Infatti visitiamo gli studi all’interno e vediamo i templi di Luxor e di Karnak, scenografie di “Cleopatra”, il mercato de “Il Gladiatore”, oltre che l’aereo del “Gioiello del Nilo” e una scuola buddista del film Kundun.

Il tutto è abbastanza scarno e privo di fascino: alla fine gli Studios sono luoghi di lavoro e quando non ci sta lavorando nessuno, come in questo caso, risultano dei cimiteri abbandonati pieni di mamozzi morti e già vecchi. Se a tutto questo si aggiunge il sole che picchia sulle nostre teste (e in particolare sulla mia calda di febbre e acqua di rose) il risultato complessivo è faticoso.
Usciti da Ouarzazate passiamo alla Kasbah di Ait Benhaddou, una Kasbah di fango vecchia di centinaia di anni ma ancora popolata.
Per raggiungere Ait Benhaddou dobbiamo attraversare a piedi un fiume secco che sembra un deserto. Faticosamente mi porto al di là di queste poche decine di metri che sembrano un’eternità, invidiando chi, poco più un là, sta facendo lo stesso percorso con il cammello.
Omogenea nell’insieme sia da vicino che da lontano la Kasbah è stata restaurata con i soldi dei film “Gesù di Nazareth” e “Lawrence d’Arabia” che sono stati girati qui. Il su e giù delle strade è intralciato da bimbi e donne marocchine che ti invitano per pochi spiccioli a visitare la loro casa. Ne scivoliamo via abilmente…
Il viaggio da qui in poi è lungo e noioso, anche se il paesaggio dei monti dell’Atlante è affascinante: mescola immaginari montani con immaginari del deserto.
Mentre il sole tramonta arriviamo a Marrakech e ci buttiamo subito a Djemma El-Fna, la piazza più famosa del mondo arabo straripante di raccontastorie e incantatori di serpenti. Ma sarà domani a giornata che riserveremo a questa città…
Diario Marocchino
Quinto giorno
Usciamo dal deserto storditi e con gli occhi pieni di sabbia. E’ mattino presto ma il sole già batte forte e non c’è modo si proteggersi dal sole. Ci facciamo una doccia e ci buttiamo sulla colazione tradizionale con burro e marmellata. Visitiamo ancora una Kasbah, questa volta trasformata in museo, e sbirciamo tra i vestiti tradizionali e le ceramiche.
Poco più avanti, accanto a Merzouga, ci fermiamo in un villaggio dove vive una minoranza etnica di uomini di colore, direttamente derivati dagli immigrati del Sudan di centinaia di anni fa. 
Credono nella magia, in una strana sincrasia tra islam e animismo, e si dedicano a pratiche esoteriche ancestrali oltre che a balli e canti tradizionali, di cui ci danno un assaggio. Una cosa organizzata per vendere il cd o recuperare un po’ di soldi dai turisti, ma affascinante da vedere. Usciti da lì ci imbattiamo in una scuola. Sbirciamo all’interno e dei bambini sorridenti smettono di ascoltare la maestra per farci vedere quello che hanno scritto sulle loro lavagnette.
Lasciamo il deserto e ci inerpichiamo tra le pietre e gli arbusti, verso le gole del Todra, un fiume che ha scavato un vero e proprio canyon con le pareti alte decine e decine di metri. Nonostante sia pieno giorno il sole è coperto dalla roccia e la temperatura è un po’ più fresca, il che non è male. 
Usciti dalla gola il paesaggio tutto attorno è rosso a causa delle rocce ferrose, e anche le case sono rosse, per non far male agli occhi d’estate, quando sono colpite in pieno dal sole.
E a far da contrasto con il rosso c’è il verde della vegetazione che cresce rigogliosa lungo le oasi che costeggiano il fiume, verde acceso come il colore dell’Islam.
Verde e rosso, come i colori della bandiera del Marocco.
Mentre il sole sta già tramontando ci infiliamo nella valle del Dades dove il paesaggio diventa lunare e surreale, le rocce assumono forme preistoriche e il fiume scava ancora più in basso.
Qua e là qualche Kasbah ci ricorda che siamo in Marocco, nonostante il vento e l’acqua facciano franare le timide costruzioni di sabbia.
Arriviamo al nostro albergo che è quasi buio. Di notte esco sul terrazzo: un enorme silenzio mi circonda, riempito solo dal gorgogliare riservato dell’acqua e dai versi di qualche animale che non riesco a riconoscere.
Diario Marocchino
La notte tra il quarto e il quinto giorno: Il deserto
Il sole colora tutto di rosso e rosa. Qua e là di giallo, ma a predominare è sempre l’ocra nella luce e il marrone nelle ombre.
Il cammello procede lento e silenzioso nel deserto, ovunque mi giri vedo solo sabbia lentamente spostata dal vento. Oscillo alto sopra le dune, le scavalco e le scalo, penetrando sempre più nell’interno. Sensazione di pace, sensazione di buono.
Lasciamo i cammelli in una valle tra due dune, poco più sotto quattro ragazzi berberi hanno montato un accampamento con dei pali e dei teli. Al centro dei tappeti e un tavolino basso, dietro un fuoco per cucinare.
Mi arrampico sulla duna più alta per dominare il paesaggio. Mi sento di governare il mondo e mi viene voglia di volare. Accenno anche un decollo, con le braccia aperte, ma il vento non mi spinge. Per ora.
I piedi ora affondano nella sabbia soffice, ora resistono sorretti da quella schiacciata dal vento. Il mio peso lascia impronte troppo visibili in un paesaggio incontaminato: poche ore però e saranno scomparse anche loro, e del mio passaggio non ci sarà traccia. Il deserto ingoia tutto e si rinnova minuto dopo minuto, cancellando qualsiasi cosa, come l’oceano, ovunque diverso ma sempre identico.
L’istante dopo mi lascio cadere rotolando dalla duna verso valle.
Mano a mano che prendo velocità mi sento sempre più preda del deserto. Atterro, riprendo l’equilibrio, risalgo e corro giù, a grandi balzi verso la vallata. Mi viene voglia di urlare. Lo faccio.
Risalgo di nuovo e questa volta in silenzio aspetto il tramonto, mentre la luna è già alta nel cielo, ma ancora sbiadita. Se mi sdraio sento il vento pieno di sabbia che mi accarezza e mi scavalca, scavalca anche la duna e un po’ la sposta, disegnando su di essa delle striature parallele, come fosse il corpo di un animale.
Ceniamo con il sole ormai oltre le dune, e dopo il cous cous dobbiamo accendere una candela per poter vedere qualcosa nel tajine di terracotta che abbiamo davanti. Con dei tamburi improvvisiamo dei ritmi sempre uguali assieme ai berberi che ci accompagnano che ci trattano più come fossimo amici che non turisti. Faticosamente tentiamo anche qualche salto e qualche ballo sulla sabbia.
Dopo cena mi allontano percorrendo le creste delle dune. Attorno a me solo buio e deserto, eppure sembra giorno. La luna è quasi piena e la sabbia riflette la luce. Mano a mano i miei occhi si abituano all’oscurità e alla solitudine. Contemplo la pace in silenzio.
Accarezzo la sabbia calda ancora del sole: è morbida e vellutata come il ventre di una donna. La sfioro piano. Ci immergo le dita. Ritraggo la mano. Mi ci sdraio sopra, chiudo gli occhi e mi ci perdo. Potrei rimanere qui tuta la notte. Con gli occhi chiusi sento anche il rumore del vento che leggero ma deciso mi rotola accanto. Come un fischio che copre gli altri rumori. Ma gli altri rumori non ci sono. E anche i miei passi sono silenziosi.
La notte la passo sdraiato su un tappeto guardando il cielo troppo chiaro per avere le stelle, anche se qualcuna c’è che mi spia. E così mi copro meglio con le coperte di pelo di cammello.
Dormo e sogno.
La sveglia è gelida e ha gli occhi pieni di sabbia. Sono le cinque e trenta e il sole sta per albeggiare.
Eccomi di nuovo sulla duna, eccomi di nuovo ad accarezzare la sabbia che questa volta e fredda, eccomi di nuovo a pensare. Sulla sabbia sono disegnati piccoli ghirigori effimeri come la mia presenza qui e nel mondo. Sono le impronte degl insetti del deserto.
Con le mani faccio come una clessidra, e mi perdo in ogni granello che mi scivola dal palmo. Sto da Dio.
Diario Marocchino
Quarto Giorno
La mattina si scalda in fretta nella Valle dello Ziz. Il sole è già alto e caldo quando usciamo sulla strada verso Merzouga. Ai lati della strada la roccia bollente dei monti dell’Atialnte, sotto di noi il fiume e l’oasi che riposa attorno alle sue acque.
Qua e là ci imbattiamo nelle Kasbah vecchie di centinaia di anni, erose dal tempo e dalle poche piogge.
Una Kasbah è una costruzione fortificata al cui interno sono costruite abitazioni private e non solo. Il tutto fatto in pisè, un materiale composto da fango e argilla pressata assieme a paglia e altre cose.
Accanto alle Kasbah si trovano gli Ksar, agglomerati di abitazioni anch’esse fatte di terra. Ci fermiamo all’esterno delle imponenti mura di una Kasbah che ci dicono utilizzata per diversi film. La nostra guida ci porta a casa di un suo amico che con tre figli e una moglie vive in una casa fatta di fango ma con l’antenna parabolica sul tetto, assieme ad una capra e a qualche gallina.
L’uomo sembra abbastanza infastidito, e non si cura di noi mentre si mescola della marijuana in una ciotola di legno. Al centro della casa c’è un pozzo su cui penzola un secchio per raccogliere l’acqua.
Usciti dalla casa percorriamo le vie deserte della Kasbah, inseguiti da qualche bambino che ci guarda stranito.
La nostra guida nel frattempo si è rabbuiata: ha appena saputo dal suo amico che ha imposto alla figlia maggiore, che avrà si e no 15 anni, di non andare più a scuola: l’edificio scolastico si trova abbastanza distante dalla casa e l’uomo ha paura che nel tragitto la ragazza possa essere avvicinata da alcuni ragazzi e che così non si presenti più vergine al matrimonio. E a quel punto nessuno la sposerebbe più. Secondo la tradizione islamica infatti l’ultimo giorno del matrimonio (che dura una decina di giorni) gli sposi vanno finalmente a dormire assieme e il giorno successivo la madre dello sposo danza con un cesto in testa contenente le lenzuola sporche di sangue dei due sposi novelli. Per questo in molte ricorrono alla ricostruzione dell’imene in una clinica di Casablanca, già specializzata in operazioni alle parti genitali…
Per il pranzo ci fermiamo al mercato e andiamo a mangiare all’ombra di alcune palme nel giardino di un amico della guida. Il tutto finisce con una vecchia cassetta di balli algerini, tè alla menta e melone.
Nel pomeriggio arriviamo a Merzouga, e già avvicinandoci vediamo le alte dune del deserto a fare da sfondo al rettilineo della strada asfaltata.
Qui prepariamo uno zaino, ci vestiamo molto leggeri, ci trucchiamo gli occhi con il kajal come i berberi del deserto e ci arrotoliamo in testa i turbanti di cotone leggero: ci aspettano i cammelli per penetrare nel piccolo deserto di Erg Ghebbi, a pochi chilometri dall’Algeria.
Salgo goffo e traballo quando i cammello si issa sulle quattro zampe lunghe e nodose.
La carovana si mette in marcia. E la terra battuta si sporca poco a poco di sabbia spostata dal vento. E di colpo è deserto.
Un arbusto, una pietra, una palma.
E subito dopo: deserto.
Diario Marocchino
Terzo Giorno
La mattina inizia presto a Fes, ma noi, nella città nuova, ne abbiamo solo un vago sentore. Poco più in là, nella Medina, già prima dell’alba api operose brulicano frementi per vivere e sopravvivere.
Per girare la città ci affidiamo a Said, una guida locale che ci dà una mano a scegliere nell’immenso groviglio di cose da fare e da vedere.
Per prima cosa ci fermiamo davanti al Palazzo Reale. Ogni città ha qui il suo palazzo reale, dove il sovrano Marocchino può dimorare nel suo girovagare tra una regione e l’altra. In questi giorni è a Fes, e infatti ci è proibito fotografare o riprendere la porta da cui entra ed esce il sovrano Mohammed VI, (“M sis” lo chiamano qui). Davanti all’altra porta tre rappresentanti dell’arma marocchina posano per i turisti. Io non sono da meno.
Due strade più in là inizia il Mellah, il quartiere ebraico presente in ogni città. Con la creazione dello stato di Israele sono ormai pochi gli ebrei che vivono ancora in questi ghetti, ma qui a Fes, grazie al contributo dell’Unesco, il Mellah è perfettamente restaurato, anche se privo del fascino che doveva avere nel XIV-XV secolo.
Prima di entrare nella Medina ci allontaniamo per avere uno sguardo di insieme sull’agglomerato urbano che da lontano si presenta caotico almeno quanto lo si percepisce da vicino.
Le Medine arabe sono organizzate in quartieri dove si raggruppano le “congregazioni” delle varie professioni, quello delle ceramiche però, è spesso fuori dal centro, poiché necessita di grandi spazi per i forni e per l’asciugatura.
Così, prima di entrare nelle mura, passiamo in una fabbrica dove, in maniera ancora del tutto artigianale, decine di persone di tutte le età (dai bambini agli anziani) si adoperano per creare vasellame e piastrelle con cui fare i famosi mosaici di Fes, con i disegni complicati come una stampa di Versace.
Entriamo a piedi nella Medina, cercando di schivare gli asini carichi di merce che si fanno strada tra gli stretti vicoli: l’animale è l’unico mezzo di trasporto possibile in queste stradine tortuose. Con il naso all’insù vediamo i minareti, a lato le Mederse e le Moschee, a terra gli avanzi del mercato.
La città è un gioiellino architettonico, con le strade che hanno ancora un sapore medioevale, e che sono ora stracolme ora deserte.
Giriamo tra souq (mercati) e laboratori. Ci fermiamo incantati davanti ai tintori di filo che prendono le matasse di seta vegetale ricavata dal cactus, e la immergono in acqua sporcata da indaco o zafferano o altre tinture vegetali.
Il filo si bagna, si strizza, si ribagna, risciacqua, penzola, si tira, si stritola, e viene appeso. Colorato. Pronto per essere tessuto.
Poco più avanti siamo travolti da un odore sgradevole. Acre e pungente. Cerco nella tasca delle bucce di un’arancia che ho mangiato poco prima e me le porto alle narici. Siamo nel quartiere delle concerie, dove le pelli vengono lavorate e preparate per il commercio. E’ una delle attività più famose della città in tutto il Marocco e il mondo.
Per poter vedere le concerie dall’alto (sono chiuse tra alcune costruzioni) ci infiliamo in un’abitazione trasformata in negozio. Superati scaffali di borse e babbucce ci troviamo su una terrazza che dà su uno spettacolo vecchio di mille anni.
Decine e decine di vasche di mattoni crudi e piastrelle e persone che con le gambe e le braccia nude spostano pellame e colori.
Le pelli vengono pulite in vasche di calce viva, poi vengono appese per essere asciugate al sole e poi conciate in vasche che contengono, tra le altre cose, escrementi di piccione, urina di mucca, oli di pesce, cervella animale, sali di cromo e acido solforico. Gli operai immergono le pelli con i piedi e con le gambe le mescolano nelle vasche per poi tingerle aggiungendo colori naturali.
Dopo poco lascio cadere il rametto di menta che un premuroso commesso mi ha allungato per permettermi di godere lo spettacolo senza storcere il naso. Non ce n’è bisogno. Lo spettacolo toglie il fiato. Mi fa accatastare nella mente ricordi di foto viste, film, cose lette nei libri. Tocco sugli scaffali le pelli conciate: sono morbidissime, in particolare quelle di capra.
Usciamo da Fes un po’ storditi ma felici e ci dirigiamo verso Moulay Idris, la città che prende il nome dal santo più venerato in Marocco, fondatore della prima dinastia reale del paese.
Al centro svetta il minareto cilindrico, l’unico fatto in questo modo in tutto il mondo islamico.
Una sosta veloce in mezzo alla strada per mangiare pane e polpette e via verso Volubilis, il più grande sito archeologico di tutto il Marocco, uno degli ultimi avamposti in Africa dell’Impero Romano.
In piedi è rimasto poco, ma si intuisce l’immensità delle costruzioni, adornate di bei mosaici in bianco e nero e decorazioni scolpite nella pietra.
Una cicogna ha fatto il nido sulla sommità di una colonna e dato che nessuno si è preso la briga di spostarla, è diventato uno dei soggetti più fotografati di Volubilis.
Siamo di nuovo per strada e il paesaggio cambia in maniera veloce ma graduale. Lasciato il clima arido della pianura, ci inerpichiamo sulle montagne dell’Atlante, tra i cedri e i prati verdi. Qui d’inverno ci si viene per sciare e d’estate per fare delle lunghe passeggiate. Proprio come sulle alpi. E proprio come sulle alpi sono le costruzioni. 
Passiamo da una cittadina, Ifrane, che con le sue stradine, le piazze e i tetti a punta, potrebbe essere benissimo su un cucuzzolo del centro della svizzera.
Scavalcato l’Atlante il paesaggio torna pianeggiante e sassoso, con qualche lago qua e là e pochissime costruzioni.
Poi il verde scompare, per lasciare il posto a mura di roccia alte e minacciose. Ci stiamo avvicinando alle gole del Ziz, mentre la notte rende tutto più scuro.
Dormiamo in un hotel fatto come una Kasba.
Sul tetto, la notte, solo stelle e silenzio, chiusi tra le montagne azzurre di luna.
Si sta da Dio.
Diario Marocchino
Secondo giorno
Ci svegliamo e l’aria è umida. Stanotte ha piovuto, fatto strano da queste parti. Ma quest’anno è l’anno più umido che si ricordi in Marocco e infatti la vegetazione è verde e rigogliosa un po’ dappertutto.
La colazione è la stessa che faremo da qui alla fine del viaggio: una specie di crepe su cui spalmiamo burro e marmellata. Succo d’arancia come se piovesse e caffè americano.
Partiamo e ci fermiamo sulla strada per avere il colpo d’occhio di Meknes: una città bianca e un po’ sporca, costellata di minareti e antenne paraboliche. Un’immagine che sarà comune alle Medine della maggior parte dei posti che visiteremo.
Ci intrufoliamo nella Medina (il centro storico), tra strade strette, bancarelle, gente che lavora e chi più ne ha...
Il primo impatto è misto di fascino e di repulsione. Il “Diverso” fa sempre quest’effetto. L’odore è a volte nauseabondo, soprattutto quando passiamo accanto al souq delle carni, dove per distinguere quale animale è stato macellato a quel banco viene appesa una testa mozzata ad un gancio sopra il bancone.
I banchi delle olive sono opere d’arte.
Disegni geometrici e precisi, che quasi non ti fa venire voglia di mangiarle, ma se le assaggi non ti fermi più.
Visitiamo la Medersa Bou Inania, una scuola coranica medioevale, decorata secondo lo stile arabo, che mescola stucchi fatti di polvere di marmo e bianco d’uovo e mosaici di piastrelle su cui è ripetuto il nome di Allah decine e decine di volte.
Più tardi entriamo, unico caso in questo viaggio, in una Moschea. Una legge coloniale proibisce ai non mussulmani di entrare nelle moschee ma quella d Moulay Isma’il fa eccezione poiché conduce al mausoleo dello stesso.
A terra ci sono le stuoie dove i fedeli cinque volte al giorno si piegano per la preghiera, rivolti verso la Mecca.
Scivolando tra le strette stradine sbuchiamo nella piazza El-Hedim con l’imponente porta di Bab El-Mansour.
Ci siamo passati già di notte, ma di giorno fa un altro effetto. Meno magica e più reale, assume il ruolo che ha: punto di incontro per i cittadini di Meknes.
Usciti dalla città visitiamo i granai, set di numerosissimi film.
Imponenti e ancora resistenti nonostante siano passati centinaia di anni dalla loro costruzione.
Prima di lasciare la città diamo un’occhiata ai giardini del Palazzo Reale e ci troviamo dei campi di golf. Qui è uno degli sport più praticati e non sarà infatti l’ultimo campo in cui ci imbattiamo. Certo che il contrasto tra le mura antiche e il prato tagliato all’inglese per far scivolare le palline è davvero forte…
In macchina ci dirigiamo verso Fes, dove ci sistemiamo nella ville Nouvelle, la città nuova. Qui, nella via principale, i giovani della città si strusciano l’uno sull’altro, in uno dei pochi punti di incontro della città, raffreddati dall'acqua delle molte fontane. Si guardano, si parlano, si incontrano, si conoscono. Possono farlo solo qui, considerando anche il fatto che nei bar (dove non servono alcolici) le donne non sono ben viste…
Diario Marocchino
Primo Giorno
L'aeroporto internazionale di Roma è già in pieno fermento, nonostante siano solo le sei e mezza del mattino e il solesia da poco sorto sopra le rovine antiche e quelle moderne. Al banco check-in mi incontro con alcuni di quelli che saranno i miei compagni di viaggio: studio le facce e le parole. Sembrano ok. Parto da solo, accodandomi ad un gruppo semi organizzato, quindi non ho nessuna idea di chi condividerà con me l’esperienza marocchina. Le due ore successive di attesa prima che il volo decolli mi confermano la prima impressione: sarà un bel gruppo.
Atterriamo a Casablanca dopo poco più di tre ore di volo, in perfetto orario, a dispetto di quello che si dice di Alitalia.
Ci spostiamo in treno a Meknes, dove aspetteremo gli altri il cui aereo invece è in ritardo. Mentre rumoreggia sotto di noi il treno marocchino che nulla ha da invidiare ai nostri, se non un po’ di pulizia, ma nemmeno troppa, accanto scorre il paesaggio che da Casablanca porta alla prima delle città imperiali che visiteremo. Campi, prati rinsecchiti dal sole, ammassi di case un po’ rovinate, casermoni diroccati, fichi d’india, asini e pecore. A tutti noi ricorda un po’ la Puglia, chissà perché.
Arriviamo a Meknes in una stazione piccola ma cui non manca niente. Pochi metri e siamo al nostro hotel, nella zona nuova della città, dove l’occidente è penetrato di più e lo si trova tra le insegne luminose e le pubblicità appese ai muri. Un bar da cui esce odore di fumo alla mela bruciato nei narghilé ci ricorda che siamo in Marocco.
Sistemate le cose scivoliamo lungo un vialone principale nel buio della notte verso la Medina. Ci fermiamo a cenare in un ristorante che forse prima di essere segnalato dalle guide era probabilmente un posto tipico e che invece oggi è diventato il tipico posto per turisti, anche se l’ambiente è rimasto molto famigliare.
Mangiamo il primo delle decine di Tajine, uno stufato di carne (agnello, pollo, manzo o polpette) cotto in una pentola di ceramica con il coperchio a forma di cono posta direttamente sul fuoco. Qualcuno prende il cous cous, qualcun altro una zuppa. Tutti finiamo con il whisky berbero, il tè alla menta, che versano dall’alto per far espandere il profumo nell’aria. Dolce da far venire la nausea, ma buono per far scivolare la cipolla e i peperoni.
Dopo cena passeggiamo tra le strade deserte della Medina che domani si popoleranno di un mondo che ora possiamo solo immaginare, fatto di venditori e compratori, di gente annoiata e di gente piena di speranze, di veli che coprono il capo e di baffi che nascondo sorrisi.
Ci perdiamo tra le stradine senza paura, fino a sbucare nella grande piazza deserta, dove mi viene voglia di gridare per riempire quel vuoto che mi risucchia fortemente. Lo faccio senza che nessun suono mi esca dalla bocca.
Prima di andare a letto passiamo in un locale che c’è nel nostro albergo, uno dei pochi della città. C’è un cantante che con un microfono filo, appoggiato ad una pianola suonata da un baffuto annoiato, canta canzoni arabe dalle melodie difficili per i nostri orecchi. Gli uomini giovani e meno giovani occupano in gruppo i tavolini e i divanetti, ordinando grandi quantità di birra, essendo questo uno dei pochi posti in cui è possibile reperirla in città. Poche sono le donne e tutte probabilmente prostitute. Una chiacchiera con i clienti, un’altra aspetta sola che qualcuno si faccia avanti, in due scrutano tutti guardando dritto negli occhi, senza quello sguardo basso che la donna dell’islam deve avere in presenza di altri uomini.
Andiamo a letto: da domani ci aspetta il Marocco.