Ci sono cose che vale la pena raccontare. E altre che sono più interessanti.
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Lasciamo il Sinai con nove ore di autobus pubblico che ci riportano al Cairo. Due fermate per il bagno (un pound egiziano) e siamo già arrivati.
La mattina successiva sveglia all'alba per attraversare il deserto.
A prenderci viene un ragazzotto di poco più di vent'anni, un metro e ottanta per una massa corporea non indifferente. Sotto il suo enorme sedere una jeep quattro per quattro con tutti i confort: saranno loro due ad accompagnarci nel deserto.

Il viaggio dura cinque ore, durante il quale ci fermiamo solo ai posti di blocco della polizia e all'unica area di sosta attrezzata con un piccolo spaccio e un piccolo ristorante.
A destra e a sinistre, oltre che davanti a noi, sempre e solo deserto.

E' ormai ora di pranzo quando arriviamo all'oasi di Bahariya, a quattrocento chilometri dal Cairo. Lì andiamo al villaggio di Bawiti dove ci portano a mangiare un po di formaggio acido e due pomodori in un vecchio albergo un po malandato. Poco dopo incontriamo un agente che ci racconta del tour nel deserto che faremo i due giorni successivi. Nel pomeriggio andiamo al nostro Hotel, un piccolo tre stelle che sicuramente ha vissuto tempi migliori, costruito poco fuori dal centro, tra case di fango e strade di terra.

Le camere sono fredde e spoglie, ricche di polvere e coperte di cammello. Il bagno è mal messo e l'acqua che esce dai rubinetti e marrone, ma è cosa comune in tutte le Oasi dell'Egitto.
Mentre Mariachiara dorme abbattuta da una leggera febbre presa chissà come, faccio un giro per il piccolo villaggio che si raccoglie attorno ad una strada polverosa.

Pochi negozi, quasi nessun turista, tutte le donne con il viso coperto, i volti scuri di sole e di problemi da risolvere.
Cammino tra le case di fango, fino ad una tomba ormai rovinata dove trovo uno wahadita che cerca di spiegarmi e raccontarmi in arabo misto ad inglese. Lì accanto un gruppo di uomini si lava in una fonte di acqua calda naturale, mi riprometto di farci anche io il bagno e lo farò infatti il giorno dopo.

Poco più in là entro nel cortile della casa di Naagla Mohamed Sonusy, una pittrice locale che cerca di vendere i suoi quadri ai pochi turisti che arrivano fino a lì.

Ad aprirmi la porta arriva il marito che lavora per il governo al museo di mummie dorate dell'Oasi, uno scantinato con qualche mummia recente con il volto dipinto d'oro. L'uomo è gentile e premuroso e va a chiamare la moglie che arriva coperta da un velo nero che le lascia scoperto solo gli occhi. Non appena vede che sono un occidentale si scopre il volto ed io, per gentilezza, allungo la mano per stringere la sua che si ritrae immediatamnte per riallungarsi verso di me, non volendo essere scortese, fino a sfiorare la mia mano, per poi sparire nel velo nero, ritirarsi subito nei suoi appartamenti.

I quadri ritraggono scene di vita quotidiana dell'oasi e non solo, tematiche politiche e sociali e anche altro. Lo stile è naif e un po' stucchevole, a volte diventa astratto tanto da far pensare che ci sia la mano di qualcun altro...
Lascio una piccola mancia e rientro verso l'hotel dove ci viene a prendere il nostro autista che parla poco inglese ma si dà un gran da fare per farci stare bene.

Visitiamo il lago salato, luogo dove confluiscono tutte le acque calde e fredde dell'Oasi, un paio di fonti calde, un vecchio forte della prima guerra mondiale e poi facciamo un piccolo safari (nel senso etimologico di "viaggio") nel deserto attorno all'Oasi, e il nostro autista, forte di una jeep nuova e potente e due passeggeri giovani e divertiti, si lancia in una gara con i driver delle altre macchine, arrivando per primo ai piedi della piramide naturale.

Al tramonto bagniamo gambe e braccia in una fonte dall'acqua bollente, ma di più non riusciamo: la tempreatura è altissima e insopportabile per noi...
In serata Mariachiara è stanca e si addormenta subito, io esco e vado in uno di quei caffè che punteggiano le città arabe.
Qui, unico occidentale, mi mescolo agli uomini e agli anziani maschi del paese, sedendomi ad un tavolino, ordinando un caffè turco e una shisha (il narghilè), osservando gli altri che giocano a domino e parlano con voce non troppo alta. Qualcuno guarda la tv che manda stralci di partite calcistiche, qualcun altro si addormenta con il becco della shisha in bocca, uno parla al cellulare avvolto in un pesante mantello di lana di cammello.
Io osservo, e immagazzino.
Mentre il tabacco della shisha mi fa girare la testa che diventa sempre più pesante...
E' ora di andare a letto...
La sveglia suona presto per andare sul Monte Sinai: alle 23:00.
E' appena sceso il freddo sulla spiaggia di Dahab e già il pulmino passa a prenderci per attraversare la penisola verso l'interno.
Dopo un paio d'ore arriviamo ai piedi del monte, poco fuori dal Monastero di Santa Caterina.
Lì ci uniamo ad un gruppetto di quattro russi e due etiopi e incontriamo una ragazzetto con una quefia in testa: sarà lui la nostra guida. Silenzioso, timido, giovanissimo, quasi un bimbo. Ogni notte sale e scende dal monte accompagnando i turisti che vogliono provare un'esperienza unica.
Iniziamo la scalata. Fa molto freddo, siamo a oltre duemila metri sopra il livello del mare. Indosso due maglioni, un cappello di lana e una sciarpa che mi avvolge completamente. Le mani si raffreddano, così come il naso.
Il buio avvolge tutto.

La luna è solo uno spicchio, e non illumina. Solo qualche bagliore che si riflette sulle rocce erose dal vento. Camminiamo senza poter vedere dove mettiamo i piedi, lungo la strada dei cammelli, una lunghissima strada che sale lentamente circondando il monte. Un passo, l'altro passo. Scivolo, mi fermo. A volt manca il fiato. La cima non si vede. Ogni tanto una luce: vendono caffè e tè caldo.
L'ultimo pezzo è il più faticoso. Con tre ore di scalata nelle gambe affrontiamo gli ultimi settecento gradini che separano dalla vetta. Arriviamo in cima che siamo ancora pochissimi, ma se mi affaccio vedo nella valle tante piccole luci: sono le torce degli altri turisti che salgono sul monte.
Io e Mariachiara ci sistemiamo su una roccia riparandoci dal vento. Ci arrotoliamo nei sacchi a pelo coprendoci con coperte di lana di cammello che puzzano di mille utilizzi.

Il cielo è ancora nero, e così, scaldandoci l'un l'altro, chiudiamo gli occhi per un po'.

Li riapriamo che in lontananza inizia a salire la luce, preannunciando il sole.
Attorno a noi il monte si è popolato di gente infreddolita proveniente da tutto il mondo.

Come una novella babilonia la cima si muove lenta e in attesa, raccolta attorno alla moschea e alla chiesa che da centinaia di anni imperano sul monte dove, secondo la Bibbia, Mosè ricevette le tavole della legge (Mosè, come Gesù del resto, è considerato un profeta dell'Islam).


Poi sempre più luce. Tanti colori, mille sfumature. Tutti in attesa.

Poi ecco. Accolto da un grido soffocato. Il sole.

Scattano le macchine fotografiche, ci si stringe con chi si ama. Un momento molto emozionante.

Velocemente il sole sale e illumina tutto, di una luce calda che immediatamente fa sciogliere sciarpe e levare cappelli.

Per la prima volta vediamo il paesaggio che avevamo attraversato nero e buio. Spettacolare.

Scendiamo dall'altra strada: un ripidissimo sentiero che percorre uno wadi (un fiume secco) dritto fino al Monastero di Santa Caterina.

Arriviamo al Monastero che sono quasi le nove.

Visitiamo il monastero guardando le facce degli altri: tutti stanchi ma tutti felici. La chiesa copta è piena di fascino, ma gli occhi di tutti sono per il roveto ardente, quello che discende direttamente dalla pianta attraverso la quale si manifestò Dio a Mosè.

Ritorniamo a Dahab addormentandoci sul pulmino, dopo una scalata nella notte che ricorderemo per sempre.

Dal sud dell'Egitto saliamo al nord. Abbandoniamo templi e rovine del mondo antico e saliamo su un autobus di linea per attraversare il canale di Suez (con un tunnel) e arrivare nella penisola del Sinai. Lì, con un percorso che dura nove ore, arriviamo fino alla punta in basso, costeggiando il mare, risaliamo attraverso Sharm El Sheikh e arriviamo fino a Dahab, di fronte all'Arabia Saudita, ad un centinaio di chilometri dal confine con Israele.
Dahab è un luogo di mare, famoso in tutto il mondo per il suo fondale incontaminato. Un tempo meta dei viaggiatori zaino in spalla, oggi raccoglie turisti e sportivi di tutta europa (in particolare russi, tanto che molti menù sono scritti anche in russo), ma non ha la ressa turistica di altri luoghi del Mar Rosso, come ad esempio Sharm el Sheikh.

A Dahab si viene principalmente per fare diving e snorkeling. Sono tantissimi infatti i procacciatori di escursioni subacquee abbinate magari ad una passeggiata in cammello, o una gita sui quad.
Il clima dei primi giorni di gennaio non è certo quello di agosto, ma la mattina il sole scalda ed è bello fare il bagno nell'acqua salata e leggera, che ti tiene a galla mentre i bambini fanno i castelli di sabbia.

Finiti i castelli i bambini fanno snorkeling lungo la riva, alla ricerca di conchiglie o pezzi di corallo trasportati dalle onde verso riva.

I genitori leggono libri o fanno windsurf, lo sport più praticato nella baia dei Resort di Dahab.

Il nostro hotel è bellissimo, il più bello del viaggio, un resort di lusso, con le ampie camere raccolte attorno alle piscine circondate da palme. La nostra camera è la prima sulla spiaggia, il mare è a dieci metri e lo vediamo e lo sentiamo dal nostro piccolo giardino fuori dalla camera.

In questi due giorni qui ci riposiamo, facendo passeggiate sulla spiaggia alla scoperta di cose strane, come una nave abbandonata tra la sabbia, lontano dal mare.

Verso le tre e mezza il sole inizia a tramontare e l'aria diventa più fredda. Siamo molto a est rispetto al fuso, e molto a sud, quindi la notte arriva prima...

L'ora del tramonto non spaventa i surfisti che in questi momenti, vestiti con la muta, riempiono l'orizzonte. I meno temerari si coprono in un maglione e passeggiano. Qualcuno resiste coraggiosamente in costume, ma sono per lo più pallidi russi slavati coperti di grasso e peluria bionda.

Il giorno dopo saliamo su una jeep aperta degli anni settanta, come se ne vedono moltissime qui, e da Dahab facciamo qualche chilometro verso nord attraverso il deserto che costeggia il mare, sobbalzando sugli ammortizzatori vecchi di trent'anni.

La destinazione è il Blue Hole, uno spettacolare buco rotondo nel fondale marino, circondato dalla barriera corallina, alghe colorate e una quantità di pesci unica al mondo.

E' una delle mete preferite dai sub esperti, che spesso qui ci lasciano anche le penne.

Noi, poco sportivi e per niente esperti, ci diamo allo snorkeling superficiale. Sono le otto del mattino e l'acqua è ancora fredda, così indossiamo le mute, che ci rendono un po' ridicoli.

Beviamo il tè offerto dal nostro noleggiatore di mute e ci buttiamo in acqua.

L'acqua non è certo il mio habitat naturale, e fatico a stare troppo con la testa sotto la superficie. Entra acqua dal naso, fatico a respirare dal boccaglio, annaspo tra i coralli. Ma la muta mi tiene a galla e così, nonostante il muco che mi cola dal naso, riesco a mettere la testa in quell'acquario naturale, dove i pesci ti si aggrovigliano tra le gambe.

Ma nella penisola del Sinai non siamo venuti solo per fare giornate di mare, ma soprattutto per scalare il monte di Mosè.
La partenza è alle 11 di sera per una scalata notturna, al buio con le pile.
A Luxor dall'altra parte del Nilo c'è la Valle dei Re. La necropoli dell'antica Tebe, costruita durante il Nuovo Regno, uno dei luoghi più famosi dell'Egitto, è affollato di turisti e venditori ambulanti.
Si tratta di una valle chiusa da alcune montagne basse tra cui una a forma di Piramide. Al centro insenature e ripari naturali nascondono dei buchi che penetrano nella roccia: le tombe dei Re. Da Ramesse II a Tutankhamen, da Horemheb a Amenhotep II.

Dal parcheggio saliamo con un piccolo trenino elettrico fino all'ingresso: il biglietto dà diritto a visitare solo tre tombe a scelta tra quelle aperte. Esclusa quella di Tutankhamen per cui c'è un onerosissimo biglietto extra che decidiamo di non prendere, dato anche la povertà della tomba costruita in fretta per il faraone morto appena diciottenne.
Visitiamo la tomba di Ramesse IV, con bellissime decorazioni colorate tra cui la dea Nut, il cielo, sospesa sopra la testa dei visitatori, con il sole che le attraversa il corpo facendo diventare giorno la notte.
Poi visitiamo quella di Ramesse II, con il grande sarcofago e i dipinti perfettamente conservati, con i geroglifici a volte in rilievo e a volte scavati, ancora ricoperti della pigmentazione originaria. Tanto bella da sembrare finta.
Tutto era bellissimo, ma la tomba che aspettavo con ansia di visitare era la tomba di Tuthmosi III, e tutto per un racconto lungo che ho scritto qualche anno fa.
Era il 2000 e avevo 20 anni, alla Scuola d'Arte Drammatica avevo un compito: scrivere qualcosa partendo dallo studio di documenti storici o mitologici. Io scelsi di lavorare sull'Egitto, perchè in quell'immaginatio ero cresciuto fin da bambino.
Mia madre ha da sempre una grande passione per la civiltà faraonica e ancora non sapevo leggere che mi regalava libri illustrati sull'argomento, mi raccontava le storie mitologiche dell'antico Egitto come fossero favole, mi insegnava le dinastie e i faraoni. In più lei sa leggere e scrivere l'alfabeto geroglifico, e sull'argomento ha tenuto anche piccoli corsi che mi ricordo di aver seguito quando ero bambino o ragazzino. Insomma: ero stato cresciuto da lei a pane ed Egitto.
Una delle storie sicuramente più affascinanti della mitologia egiziana per me, allora come oggi, è quella che racconta del viaggio dell'anima nell'Am Duat, l'Ade della mitologia egiziana.
Così, nell'ormai lontano 2000, decisi di lavorare su quel tema, raccontando di un'altra figura della storia egiziana che da sempre mi aveva affascinato: Hatshepsut, la grande e controversa regina, avida di potere, sposa del fratello, presunta assassina del marito, usurpatrice del trono del figlio per moltissimi anni.
Ne uscì un racconto lungo intitolato Am duat, che all'epoca caricai on line e che si può leggere qui, per chi ha molta pazienza. L'ho riletto prima del viaggio, trovando una scrittura acerba e un po' pedante, una struttura rigida e senz'anima, ma un gran lavoro di ricerca e ricostruzione.
Leggerlo oggi è guardare com'ero, e un po' mi fa tenerezza.
Il racconto partiva nella Valle dei Re, proprio nella tomba di Tuthmosi III, figlio di Hatscepsut, dove sono dipinte le scene del libro dell'Am Duat. Nel mio racconto il protagonista entrava nella tomba con molte persone ma poco dopo si ritovava solo, in quell'immenso cartiglio ovale che è quella tomba, trovandosi faccia a faccia con il guardiano, un nubiano scuro e con la veste bianca, che gli racconta la storia della regina e dell'Am Duat.

Io e Mariachiara ci arrampichiamo lungo la stretta scala che porta all'insenatura che nasconde la tomba del faraone. Da lì un'altra scala, questa volta in discesa, penetra nella montagna verso la sala sepolcrale.

L'aria è umida e odora di secoli e sudore. Fa caldo e mi tolgo la giacca. Scendiamo dalla prima alla seconda camera, quella del sarcofago, ed ecco la stanza del mio racconto, esattamente come me l'ero immaginata studiando foto e descrizioni. Appena entro incrocio lo sguardo del guardiano: è nubiano, come molti che lavorano qui, e ha la veste bianca, come nessuno incontrato fino a quel momento. Guardo Mariachiara che capisce la curiosa coincidenza.
Giriamo lungo il perimetro della tomba, assorti nel percorso che Ra fa con il suo raggio solare con la barca lungo il fiume dei morti. Non ci siamo inventati nemmeno Caronte. Arrivati verso la fine ci accorgiamo che tutte le persone che ci sono nella tomba stanno uscendo.
E di colpo ci ritroviamo soli. Insipegabilmente soli, visto la ressa che fino a quel momento avevamo trovato in ogni tomba.
Accenno al mio racconto, a come quella guardia in quel momento potrebbe parlarmi. Mariachiara decide di uscire e lasciarmi da solo, per farmi godere un momento quasi magico.
Mi guardo attorno. Mi giro. Sono un po' frastornato. Mi avvicino alla veste bianca, sporcata di marrone dalla sabia del deserto. Guardo negli occhi il guardiano, mi sorride.
Poco dopo ecco entrare un gruppo di asiatici affaticati e accaldati.
Esco in superficie.
Dopo la Valle dei Re è la volta di Deir el Bahri, il tempio della Regina Hatshepsut, costruito dall'altra parte della montagna. Per raggiungerlo c'è una strada da cui passano le macchine, oppure c'è la montagna da scalare.
Un cartello dice che è proibito, ma la guardia annoiata e distratta ci lascia passare ugualmente.

La scalata è abbastanza ripida e si prospetta faticosa. Appena partiti incontriamo un ragazzetto egiziano, un beduino che vive non lontano da lì, che si offre di farci da guida, sperando in una mancia.
Lungo il percorso incontriamo anche il suo asino, e qualche altro turista interessato alla nostra stessa attraversata.

Arriviamo in cima e la vista sulla valle è bellissima: da una parte le tombe dei faraoni, dall'altra il tempio.

Nessuna traccia di vegetazione o di vita e nessun segno dell'uomo, se si escludono alcuni disegni fatti con le rocce.

Sulla cima del monte sento di dominare il mondo, ma la magia è interrotta dalla guida che cerca in tutti i modi di venderci un piccolo bassorilievo scavato nella roccia che compriamo per liberarci di lui.

E' ora di scendere dall'altra parte della montagna, ma anche se la direzione è chiara, il percorso non lo è.

I sentieri si dividono contnuamente, e la nostra guida, ricevuto il compenso, si è dileguata. Alla fine optiamo per un sentiero stretto e molto ripido, a tratti molto pericoloso, che però attraversiamo indenni, fino al tempio di Deir El Bahri.
Hatshepsut, come già detto, amava fare le cose in grande, e il tempio non smentisce la sua fama.

Tre diversi livelli, anticipati da quello che un tempo doveva essere uno spettacolare giardino di piante esotiche appositamente trasportate e che oggi è solo un vasto cortile brullo, pieno di terra.

L'interno del tempio e le sue decorazioni sono sciuramente dimenticabili, ma l'impatto scenografico della montagna che sovrasta la costruzione merita sicuramente un ricordo importante.
Usciti dal tempio passiamo alla Valle delle Regine, senza fascino nè attrattive, con l'unica tomba interessante, quella di Nefertari, la bellissima moglie di Ramesse II, chiusa al pubblico dal 2003, visitabile soltanto previo pagamento di un'altissima tangente alle autorità locali.
Prima di lasciare Tebe Ovest passiamo attraverso i Colossi di Memnone, giganti statue che un tempo sembravano cantare, un effetto del vento che passava attraverso le fessure tra le pietre.

Oggi, dopo il restauro, non cantano più. Ma sono sempre di grande impatto.

Ultima tappa, prima di risalire nuovamente verso nord ed andare in Sinai, è il tempio di Karnak.
Maestoso con la sua foresta di colonne alte a forma di papiro, regale e grandioso con la teoria di sfingi con la testa da ariete (il tempio è dedicato ad Amon), quello di Karnak è considerato, a ragione, uno dei templi più belli di tutto l'Egitto.

Noi ci andiamo al tramonto, quando il sole colora tutto di rosa, e solo gli alti obelischi riescono a raccogliere i raggi del disco rosso ormai troppo basso.

E il sole tramonta. Con Amon Ra divenuto If Ra, l'ariete, viaggia nel mondo dell'Am duat, accompagnando le anime dei defunti verso la bilancia della giustizia, verso la vita eterna.

Vieni a me, o Ra,
che tu possa consigliarmi!
Sei tu che compi azioni,
nessuno agisce senza di te:
tu agisci con lui.
Vieni a me Amon-Ra,
ogni giorno.
Il mio cuore è contento,
il mio spirito è in gioia.
(da un papiro del Nuovo Regno)
Sbarcati dalla feluca ci aspetta un piccolo pulmino che si infila velocemente nel convoglio che da Aswan porta a Luxor facendo tappa ad Edfu e Kom Ombo.
Il convoglio della poizia è l'unica maniera che un turista ha per visitare questi luoghi ed è impossibile per le macchine fermarsi lungo il percorso. Nel caso di sosta un'auto della polizia si accosta e chiede spiegazioni: se si tratta di un guasto scorterà l'auto fino ad un autofficina sicura altrimenti obbligherà il pulmino a rientrare nel convoglio.
Il riultato è che il tempo per vedere i bellissimi templi di Kom Ombo e Edfu è veramente poco...
Il tempio di Kom Ombo è dedicato a Sobek, il dio coccodrillo, e ad Haroeris. In questa zona del fiume un tempo c'era la più grande concentrazione di coccodrilli, e accanto al tempio venivano anche allevati (oggi in una piccola stanza ci sono dei piccoli coccodrili mummificati).

E' un tempio tardo, risalente all'epoca dei Tolomei, completato da Cleopatra VII (quella famosa) ed è perfettamente conservato, se si escludono gli atti vandalici di cristiani e mussulmani che hanno cercato di cancellare le divinità pagane, per altro senza successo...
Un'altra ora di macchina in mezzo al convoglio che corre spedito come se fosse una corsa di formula uno e siamo ad Edfu, dove sorge il tepio, anch'esso tolemaico, di Horus.

Sul davanti si erge un enorme pilone alto quasi quaranta metri, non completato, e nell'interno un grande cortile e poi le sale ipostili fino al santuario di Horus. Come in Cina era successo per le pagode, come in Irlanda era successo per i castelli, come in Marocco per le moschee, qui succede per i templi: si confondono l'uno con l'altro e perdono attrattiva mano a mano che proseguiamo nel viaggio.
Ripartiamo con il convoglio alla volta di Luxor, fermandoci solo per qualche minuto per permettere a tutti di passare al bagno (obbligatoria una lira egiziana di mancia, circa 20 centesimi) proprio sotto un cartello hollywoodiano che ci augura buon viaggio.

Arriviamo a Luxor in un piccolo hotel poco fuori dal marasma del centro.

Come il Cairo anche Luxor è una grande città caotica e inquinata, con le rovine del tempio al centro (come i fori imperiali a Roma) e una città che pullula vita snodandosi attorno ad esse.

Il tempio di Luxor è da visitare al tramonto, quando le luci lo colorano di rosa, oppure di notte, illuminato e maestoso.

Con la fila di sfingi che conducono all'ingresso e le enormi statue che incutono rispetto.

Il tempio è aperto fino a tardi, cosa che dovrebbero fare anche da noi, per permetterci di gustare certi luoghi con un'atmosfera diversa...

Usciti dal tempio passiamo a dare un'occhiata al Winter Palace, l'albergo più antico e più lussuoso della città dove ci infiliamo facendo finta di essere clienti, scivolando tra i poliziotti per dare un'occhiata al magnifico ristorante in stile coloniale e al bar fumoso e buio. Prima di uscire giriamo anche nei giardini e ci fermiamo ai negozi con l'arredamento antico che cercano di spillare soldi ai ricchi clienti dell'hotel.
In serata rimaniamo in albergo: è il 31 di dicembre e, sebbene qui non si festeggi un bel niente in quanto di religione mussulmana e quindi con un diverso calendario (che ha il suo anno 0 nel 622 d.C., l'anno dell'Egira, e ha una scansione lunare con mesi di 29 o 30 giorni l'uno e 354 giorni in totale), negli hotel per occidentali si organizza quasi ovunque un buffet con uno spettacolino arabeggiante con musica suonata dal vivo.

E allora, innaffiando il tutto con un vino egiziano d'Alessandria, bianco corposo e molto alcolico, ecco sfilare per noi un incantatore di serpenti con quattro povere bestie che atttorcigliava attorno al collo di tutti i presenti.

Nè io nè Mariachiara ci siamo tirati indietro di fronte a questa pratica trash, posando anche per il fotografo dell'albergo che il giorno dopo ha tentato di venderci le stesse foto che avevamo fatto con la mia macchina fotografica, incorniciate da un bordo dorato ricoperto da finti geroglifici.

Dopo di lui è stata la volte di alcuni lottatori con dei bastoni e del danzatore sufi.
I sufi sono i mistici dell'islam e sebbene siano originari della Turchia (i Dervisci di Konya) sono diffusi un po' in tutto il mondo mussulmano, diventando sempre di più atrazione per i turisti. I sufi girano su sè stessi per ore, facendo roteare la grande gonna bianca, con le braccia aperte, una mano verso il cielo e l'altra verso la terra. Accompagnati da una musica ripetitiva e ipnotica entrano in uno stato di estasi che li porta vicini al divino.

Ho avuto modo di vedere dei danzatori sufi in Turchia e alcuni, bravissimi, in un centro culturale di Milano qualche anno fa, veri mistici. Quello che si è presentato alla nostra cena di capodanno del danzatore sufi aveva solo il vorticoso girare su sè stesso durato quai mezz'ora. Per il resto si dedicava più a pratiche di giocoleria che non all'incontro con il divino...
Alla fine della cena ecco il pezzo forte: la danzatrice del ventre.
Dicono che le migliori di tutto il mondo arabo siano in Egitto e che le migliori dell'Egitto si esibiscano soprattutto negli Hotel perché più pagate.
Quando è entrata la nostra in sala, almeno tra gli occidental, è serpeggiata un po' di delusione.
Brutta di viso, un po' grassa, sgraziata e poco elegante, la ballerina è entrata muovendo le mani e i veli che le ricoprivano il corpo. I suoi gridoini hanno richiamato tutto il personale egiziano del ristorante e dell'albergo, dai facchini al direttore, dai camerieri ai cuochi, tutti con le facce entusiaste per questa ballerina un po' volgare, probabilmente il massimo dell'erotismo per uomini abituati a corpi velati e visi coperti.

La danza del ventre consiste in un movimento sinuoso della pancia (ricoperta da una calza di nylon) che straborda dalla cinta rigida della gonna, il tutto condito con ribollimenti del seno e figure fatte con le mani alungate da unghie finte smaltate.

Verso le 23 eravamo in camera, satolli e un po' brilli e abbiamo aspettato la mezzanotte spiando la vita di Luxor dal nostro balcone che guardava verso il Nilo. I mussulmani di Luxor hanno salutato la mezzanotte suonando il clacson. Solo pochi secondi. Poi la vita è tornata normale.
La crociera sul Nilo è per molti italiani l'unica maniera pensabile per visitare l'Egitto. Assieme, naturalmente, alla settimana all inclusive a Sharm el Sheik.
Per quanto mi riguarda la crociera sul Nilo è quanto di peggio si possa pensare per una vacanza che oltre a vacanza voglia essere anche un viaggio.
In realtà non potevamo prescindere dalla navigazione del Grande Fiume che è una tradizione vecchia come il turismo in questa nazione. Un tempo si usava la Dahabiyya, barca a vela lussuosa, poi arrivarono i piroscafi e infine le navi da crociera con piscina e discoteca.
Noi invece abiamo optato per una piccola Feluca.

Le Feluca è la barca tradizionale egiziana, costruita in legno, con un pescaggio ridotto al minimo e una altissima vela di lino che opportunamente virata permette la navigazione in entrambe le direzioni della corrente.

Ci imbarchiamo da Aswan e conosciamo i due ragazzi, un capitano e un timoniere, che ci accompagneranno in quei due giorni.

Il programma infatti prevede di navigare lungo il fiume per due giorni e due notti, risalendo verso nord, fino al tempio di Komb Ombo.

I due non hanno nemmeno vent'anni, ma si vede che sul fiume ci sono cresciuti e vedono il fiume come la propria casa e la propria naturale dimensione di vita.

Fin da subito la navigazione mostra la sua ricchezza e le sue difficoltà.

La ricchezza di un panorama indescrivibile, godibile appieno grazie al lentissimo fluire della barca, grazie alla maneggevolezza del percorso, la vicinanza pressoché totale alla vita che scorre lungo il fiume, con gli animali che si abbeverano e i bimbi che giocano nell'acqua fresca.

La difficoltà di un ritmo che non ci appartiene, fatto di minuti simili l'uno con l'altro e giornate che sembrano settimane, la difficoltà del relax che ti riempie fino a svuotarti.
Abituati a riempirci di tutto è difficile apprezzare la pienezza del niente.

Il senso di spaesamento dura però solo poche ore, poi ci abandoniamo sulle assi di legno della feluca, nel silenzio e nella solitudine del fiume più lungo del mondo (escludendo la recente querelle con gli studiosi del Rio delle Amazzoni).

La barca si muove come scivolando, procedendo a zig zag per poter sfruttare appieno la potenza del vento. E così sfioriamo ora questa riva, ora quell'altra, accompagnati dal rumore sordo delle corde della vela che si tirano attorno a legni vecchi di decenni, consumati dall'acqua e dalla vita.

Ad un tratto c'è il deserto, al tratto dopo un campo coltivato. Ora un gruppo di case di fango, poco dopo un piccolo albergo per egiziani.
A volte il sole scompare per colpa delle nuvole, altre è oscurato dall'ombra alta delle navi da crociera da cui esce odore di fritto e musica occiddentale.
Noi ci trastulliamo nel non far niente avvolti dal profumo del cibo cucinato sulla barca.

Sì perchè in quei giorni abbiamo vissuto propio sul fiume e del fiume. Per cucinare infatti attraccavamo su una spiaggia di sabbia gialla del deserto, lì si buttava a terra l'ancora e si accendeva il piccolo fornello da campo. Verdura, molti legumi, pollo da friggere. Da sotto la stiva il nostro giovane capitano estrava gli ingredienti e si metteva a cucinare, usando per cuocere il riso l'acqua del Nilo, per lavare la verdura l'acqua del Nilo, per fare il caffè l'acqua del Nilo.

Un po' di reticenza, all'inizio, un po' di paura di strane malattie e, soprattutto, di attacchi di diarrea non controllabili su una nave in mezzo al fiume. Il tutto durato pochi secondi.

Poi, con la consueta incoscenza che ci accompagna in ogni viaggio, l'acqua del Nilo che ci trasportava ha iniziato anche a nutrirci e a dissetarci. Senza nessuna conseguenza.

Per andare al bagno c'era tutto il mondo. Bastava allontanarsi un po' dalla riva e portarsi dei fazzoletti. Stando ben attenti agli scorpioni e agli scarabei che popolano la sabbia lungo il Nilo...

I denti li lavavamo dalla barca sputacchiando nel fiume, la faccia con qualche salviettina umidificata e un po' di acqua naturale. Un paio di giorni in più e avremmo fatto il bagno nel Nilo.

Per la notte ci fermavamo attraccano ad una spiaggia e il capitano si arrampicava lungo l'albero per chiudere la vela su sè stessa.

Attorno alla feluca tiravamo in piedi dei teli, creando una piccola capanna con cui ci riparavamo dal freddo che comunque saliva dalle acuqe del fiume e penetrava attraverso i buchi del vecchio tessuto, arrivando fino a noi.

Ma lo spettacolo delle luci dell'alba valeva qualsiasi freddo si potesse patire nella notte.

L'ultimo giorno lasciamo la feluca con un po' di nostalgia, abituati ormai ai ritmi e al richiamo del fiume, salutati da un gruppo di vacche in fase di attraversamento.

Salutiamo il capitano che si è appena lavato nel fiume con tutta la sua galabiyya bianca che contrasta con il colore nubiano della sua pelle scura.

E' stato molto meglio di una crociera.
Destinazione: Abu Simbel.

Il viaggio inizia prestissimo.
Già alle 3 del mattino passa una macchina a prenderci nel nostro Hotel. Con le facce appesantite dal sonno, con la nostra colazione in una scatola, carichiamo i pesanti zaini sulla macchina. La destinazione è lontana 300 chilometri, rotta verso sud, 40 chilometri dal Sudan, al tempio di Abu Simbel.
Secondo le disposizioni anti terrorismo vigenti in Egitto certe strade non possono essere percorse da turisti o stranieri se non accompagnati e scortati dalla polizia. La strada da Aswan ad Abu Simbel, nel mezzo del deserto, è una di queste.
Arriviamo al posto di blocco della polizia alle 3 e 10. Controllo passaporti e ci mettiamo in fila con altre auto e altri bus. Si forma una lunga coda di persone, tutte dirette al grande tempio di Ramesse II.
Alle 3:30 puntuali si accendono i motori di tutte le auto e parte il convoglio preceduto e chiuso da decine di auto della polizia. Le macchine sfrecciano a 130km orari superandosi l'una con l'altra, cercando di evitare le buche nel terreno (gli autisti di Aswan fanno questa strada tutti i giorni e temono per i loro ammortizzatori), segnalando le proprie mosse con un uso mai visto delle frecce: una specie di linguaggio a noi incomprensibile ma che serve alle macchine per comunicare tra loro, e agli autisti a non annoiarsi.
Arriviamo ad Abu Simbel proprio nel momento in cui il sole si sta alzando sul lago Nasser.

Il nostro autista ha sbaragliato la concorenza e si è aggiudicato il terzo posto, entrando trionfalmente tronfio nel grande parcheggio vuoto, sotto gli occhi già annoiati dei poliziotti egiziani.

Paghiamo il solito esorbitante biglietto d'ingresso (nel nostro viaggio abbiamo speso oltre 200 euro in ingressi) ed entriamo nel luogo dei templi.

Anche le monumentali costruzioni di Abu SImbel non si trovavano nel posto in cui si possono ammirare oggi. Nel secolo scorso il tempio di Ramesse II e quello di sua moglie furono sezionati meticolosamente e scomposti per essere ricostruiti come un puzzle in un luogo lontano dalle acque del nascente lago artificiale.

Il tempio di Ramesse II con i quattro colossi seduti a vigilare sull'entrata fa parte del nostro immaginario. Perfino al parco di Gardaland c'è una ricostruzione, e standoci davanti è grande l'effetto di straniamento (ma è quello vero? ma se non è stato costruito qui... Ma tutta questa gente? e la recinzione?).
Piedi enorme schiacciano blocchi di pietra ricoperti di iscrizioni. Sopra i piedi le statue si ergono per 30 metri guardando verso il lago (un tempo verso il deserto).

Entriamo nel tempio, visitiamo le sale, ma lo spettacolo vero è fuori. Una cosa che non si dimentica facilmente....

Accanto al tempio di Ramesse II c'è quello voluto dal sovrano per celebrare il culto della dea Hator, dedicato alla moglie Nefertari. Ovunque immagini della divinità bovina protettrice dell'amore coniugale.
Per venerare la dea dell'amore veneravano una vacca... forse l'appellativo oggi usato per le ragazze eccessivamente disinibite viene da qui.

Ripartiamo da Abu Simbel che è da poco mattina, e riaffrontiamo impavidi il convoglio del ritorno, con il suo pericoloso percorso a tutta velocità verso nord.
A mezzogiorno ad Aswan ci aspetta la feluca su cui vivremo per due giorni e due notti.
Arriviamo ad Aswan a mattina ormai inoltrata, portandoci dietro le due ore di ritardo che il treno aveva accumulato dal Cairo fino a lì. Il viaggio è durato una quindicina di ore in tutto.

Durante il percorso quando il sole dell'alba permetteva di spiare dal finestrino sporco del vagone, il paesaggio era diventato sempre più arido e i contadini vestiti sempre più miseramente.
E gli abitanti che si alzavano dalle loro schiene piegate, con la mano sulla fronte per proteggersi dal sole squadrando il treno che portava lontano da lì, avevano la pelle sempre più scura.
Eravamo arrivati in Nubia.

Questo per gli Egiziani antichi era l'Alto Egitto.
Chi (il Faraone) poteva vantare il comando sull'Alto Egitto e sul Basso Egitto si poteva fregiare delle due corone combinate e poteva mettere prima del suo cartiglio il simbolo dell'ape e del giunco, Nesut bity.

Il nostro albergo si arrampica sulla collina che domina il Nilo offrendo una vista incomparabile, pari a quella che vedeva Agatha Christie dalla sua finestra poco lontano da lì, all'Old Cataract, mentre scriveva il suo capolavoro "Assassinio sul Nilo".

Pace e tranquillità trasmettono le decine di feluche dalle vele bianche che solcano il Nilo piatto e lento.
I corpi sono tutti ricoperti dalle djellaba colorate, le tuniche con cappuccio onnipresenti nel mondo arabo. In testa ampi scialli arrotolati attorno alla nuca oppure piccole semisfere fatte come all'uncinetto, i copricapi nubiani, venduti ovunque per pochi pound.
Per prima cosa visitiamo la cava da cui Hatscepsut, la grande regina del Nuovo Regno, l'unica delle quattro donne Faraone che abbia effettivamente regnato a lungo sullo stato egiziano, voleva scalpellare il più grande obelisco mai costruito.

A metà del lavoro però si creò una crepa nella pietra, e l'obelisco fu abbandonato a se stesso, assieme al progetto mastodontico (l'aggettivo faraonico avrebbe qui dei risultati esileranti...).

Dribbliamo i turisti giapponesi e andiamo al nostro piccolo bus (microbus lo chiamano qui).

Dalle opere antiche a quelle moderne e con mezz'oretta di bus siamo alla Grande Diga di Aswan, quella che Nasser, primo presidente egiziano, ha voluto costruire con i soldi della Russia per dare ossigeno all'economia, eliminando le piene del Nilo, creando canali, aumentando del 30% il territorio coltivabile dell'Egitto.

Un arco di cemento divide il fiume in due: da una parte il corso lento, dall'altro il lago enorme che sembra non finire mai.

Lago che ha schiacciato interi paesi ed eliminato dalla faccia della terra buona parte della Nubia (le popolazioni furono trasferite) e molti monumenti dell'antico Egitto (soprattutto del nuovo regno) che quando non sono stati spostati (vedi Abu Simbel oppure i templi del Metropolitan Museum di New York o quello del parco di Madrid) sono stati persi per sempre.

Con una piccola barca a motore ci muoviamo tra gli scogli tra le due dighe per arrivare all'Isola di Philae, dove riposa il santuario di Iside anch'esso trasportato su un'isola ricostruita artificialmente per evitare la perdita totale del tempio.

L'imbarcadero è mezzo affondato, ma conserva ancora un certo fascino...
Attracchiamo ad un molo nuovo e mettiamo piede sull'isola.
E' l'Egitto delle cartoline, del nostro immaginario, delle incisioni e degli acquerelli.

E' una costruzione molto tarda (qui ci sono gli ultimi geroglifici mai scritti, risalenti al 394 dopo Cristo), rovinata dagli arabi e dai cristiani, ma che conserva ancora un grandissimo fascino.

Intanto il sole sta tramontando e i suoi colori regalano serenità e senso del divino. Lo stesso che dovevano respirare i migliaia di pellegrini che ogni anno per centinaia di anni hanno affollato quest'isola.

Tornati ad Aswan saliamo su una piccola barchetta di legno con un motore maleodorante e rumoroso. Con la prua puntiamo a sud, fendendo il buio che a poco a poco si sta impossessando nel Nilo, se si escludono le luci degli alberghi che si fanno mano a mano più rade.
Solo stelle e luna (piccola) ci accompagnano all'altra sponda, ai Villaggi Nubiani.

Qui si sono insediate molte famiglie sfollate dalla creazione del Lago e hanno fatto del loro essere sradicati un business, aprendo le porte delle proprie case a turisti, vendendo oggetti a prezzi alti e facendo tatuaggi riproducendo antichi disegni nubiani.

In una di queste case, dove non ti senti nient'altro che un povero turista, c'era anche una piccola vasca con alcuni coccodrilli.
L'incontro ravvicinato è stato piacevole anche se viscido e bagnato.

(quello che indosso è il cappellino nubiano)
Nella notte torniamo verso il centro, percorrendo strade di bancarelle, tra souvenir e spezie, stoffe e gioielli.
Mangiamo felafel e kebab, kofte (polpette di agnello) e piccione alla griglia, proviamo il ful (purea di fave) e beviamo karkadè.
Non è ancora tardi quando torniamo in albergo, ma andiamo a letto presto: la sveglia sarà alle 2:45 del mattino per partire con un convoglio scortato dalla polizia alla volta di Abu Simbel, a pochi chilometri dal Sudan.
Se le Piramidi di Giza sono antiche, quella di Saqqara lo è ancora di più.
Qui la Mastaba, la sepoltura dei primi faraoni, si è evoluta in gradoni ed è nata la prima Piramide, quella di Djoser (o Zoser), faraone della II dinastia, Antico Regno, 2650 anni prima di Cristo.
Le pietre sono ancora piccole e la costruzione incerta (prima ne fu costruita una più stretta e successivamente fu ampliata) ma già si intuisce l'imponenza di quella che poi sarà la stagione d'oro delle piramidi, poco più di cent'anni dopo.
Giriamo nel grande cortile della piramide, dopo aver attraversato il corridoio ipostilo cui si accede attraverso una falsa porta di granito immensa e, nonostante l'età, ancora in perfetta forma.
Ci avviciniamo alla piramide cercando l'entrata, ma l'accesso è negato da molti anni per la situazione pericolante dell'interno che, al contrario delle piramidi successive, è completamente cavo.
Ci arrampichiamo su una duna e da lontano vediamo le piramidi di Dahshur, una necropoli con sette piramidi tra cui, la più famosa, la Piramide romboidale di Snefru (padre di Cheope).
Attorno alla Piramide di Djoser ci sono molte piccole costruzioni successive chiuse al pubblico, ma non appena ci aggiriamo tra di esse siamo avvicinati da un guardiano che sventola un mazzo di chiavi e si offre di aprircele, sperando in una mancia (che poi pretenderà, lamentandosi anche di averne ricevuta una troppo bassa).
Entriamo in alcune mastabe di alcuni funzionari del Nuovo Regno. Cose piccole e con poca importanza, ma qui avviene il nostro primo incontro con i bassorilievi egizi e i geroglifici.
La nostra guida improvvisata racconta un po' in arabo un po' in inglese descrivendo situazioni e divinità.
Io mi sono documentato molto su mitologia e divinità egiziane, e capisco che spesso dice delle cosa assolutamente senza fondamento, ma lo lascio parlare mentre ripete cose imparate a memoria chissà dove e chissà da chi.
Usciamo dalla necropoli e veniamo dirottati, come tutti i turisti, nei classici negozi che popolano il mondo arabo in cui ti mostrano come fanno le cose per poi vendertele. A noi ci toccano i papiri, e poi i gioielli.
Ci lasciamo trasportare volentieri in questi giri mentre aspettiamo il tramonto: in nottata prenderemo un treno che in quattordici ore ci porterà nel basso Egitto, quasi in Sudan, ad Aswan.
Se dici Egitto dici Piramidi. La Piana di Giza, appena fuori la metropoli del Cairo, a bordo del deserto, è quello che noi abbiamo in mente quando pensiamo alla nazione egiziana. Tre piramidi di pietra, qualche altra piramide più piccola, e uno strano animale come guardiano del sito, la Sfinge.
Il primo impatto con Giza l'abbiamo la prima sera in cui arriviamo al Cairo. Il nostro albergo si trova a poche centinaia di metri dalle Piramidi (una sera, dopo aver fatto i simpatici con quelli della reception, ci danno anche la suite al sesto piano con grande vetrata sullo skyline più antico del mondo, la vista più indimenticabile mai avuta da una camera d'albergo: piramidi direttamente dal letto).
Le piramidi hanno 4500 anni. Pazzesco. Soprattutto se si pensa che in Europa in quell'epoca non c'era niente o quasi. Stonehenge è di "soli" 3500 anni fa. Ed è a tutti gli effetti preistoria.

La prima sera in cui arriviamo a Giza ci dedichiamo ad una delle cose più da turisti che si possano fare in Egitto, una tappa cui abbiamo deciso di non sottrarci: lo spettacolo di suoni e luci con proiezioni laser sulle Piramidi. Uno show povero e un po' trash, con la sfinge che racconta della civiltà egiziana e le piramidi che si colorano di verde rosso e blu mentre i flash dei giapponesi (i turisti più presenti in tutto l''Egitto) impazzano senza accorgersi che impressioneranno poco sul loro sensore senza cavalletto...
Lo show è di quelli dimenticabili, ma indimenticabile è lo spettacolo delle piramidi illuminate, con la luce dal basso che scolpisce i grandi massi vecchi di migliai di anni.
Insomma, il primo impatto con l'Egitto è potente.

La mattina successiva già alle otto siamo all'entrata del sito di Giza per accaparrarci uno dei 150 biglietti disponibili ogni giorno per entrare nella Grande Piramide. La luce calda illumina l'aria ancora fredda della notte appena passata, mentre i poliziotti assonnati si aggirano attorno al perimetro delle Piramidi, cercando l'attenzione di qualche turista così da permettergli di scavalcare la corda di protezione e toccare l'antico splendore, guadagnandosi qualche pound per arrotondare lo sipendio.

Ecco che riusciamo a prendere i bligetti e scaliamo i primi gradoni della grande Piramide fino all'apertura che, con uno stretto corridoio, permette di penetrare nelle viscere dell'unica delle sette meraviglie del mondo antico giunta fino a noi.

C'è un piccolo corridoio che scende, creato dagli esploratori degli anni successivi, che subito incontra il tunnel originale che sale verso il centro. Il passaggio è stretto e basso, e la scala di ferro e legno messa all'interno per agevolare il passaggio ne diminuisce ancora di più la praticità. In più il flusso di gente che sale e che scende non è regolato e ci si incastra mentre si suda. Ci saranno trenta gradi. E l'aria ha poco ossigeno. Ci si arrampica, tenendosi al corrimano, ma la sensazione di essere lì dentro dà adrenalina.
Il passaggio sbuca in una grande apertura che sale, questa volta con un soffitto ampio e ben scolpito, con volta triangolare, verso la sala del sarcofago.
Semplice e pulita. Senza fronzoli nè distrazioni la camera è massiccia e arcaica. Si respira storia e mito assieme all'aria umida.
Un gruppo di tre donne forse spagnole si abbraccia e chiude gli occhi recitando come una preghiera, ad un certo punto cantano. Due arabi sghignazzano. E' già ora di uscire...

Poco dietro alla Piramide di Micerino c'è un punto panoramico da cui si vedono bene le tre Piramidi, ma c'è troppa gente e troppi sono quelli che ci importunano cercando di venderti qualcosa.

In realtà sarebbe proibito agli ambulanti arrivare fino a lì, e i poliziotti sono tanti, ma con una buona mancia in Egitto si può tutto...

Scendiamo verso la Piramide di Chefren e poi verso la Sfinge, anch'essa circondata da venditori di souvenir. Il sole ormai è salito, e il colpo d'occhio è quello visto tante volte sui libri di scuola e non solo. I ricordi che affiorano alla mente sono moltissimi, diversi, confusi.


Documentari visti, cose sentite, curiosità, alieni, servizi in tv. Tutto si affastella disordinatamente e più cerco di fare ordine più tutto si confonde. Fino a che dimentico tutto, e ci sono solo loro. Tre costruzioni di pietra. Semplici ma uniche. Vecchie di 4500 anni.
Più tardi, al tramonto, torniamo a Giza con i cammelli, per vedere le Piramidi con l'ennesima luce diversa.

Ed è ancora uno spettacolo che fa dimenticare l'odore pungente dei nostri destrieri, e quello di sporco dei ragazzi che ci hanno accompagnato.

In lontananza vediamo altre persone, ma sulla duna siamo da soli. Noi, i cammelli, i cammellieri, e le piramidi. Attorno l'inizio del grande deserto occidentale, che pochi giorni dopo avremmo atraversato.
Scende il sole, arriva il freddo.

Torniamo quasi galoppando verso le case, incrociando il cadavere di un cavallo morto da troppo tempo perchè non fosse ormai sbranato dagli insetti.
La vita abbandonata ormai morta all'ombra di qualcosa che è eterno fa esperienza della propria caducità rovinandosi fino a scomparire.
Mentre quei tre giganti, già storia al tempo di Ramesse o di Cleopatra, resisteranno per sempre contro tutto e contro tutti. L'uomo batte la natura.
Eccomi tornato!
Mentre sento al tg di un pullman ribaltato ad El Alamain, vicino ad Alessandria, per cui mi sono arrivati messaggi e chiamate per vedere se ero vivo, eccomi a smistare gruppi di biancheria, svuotando valige di vestiti, regali di natale e souvenir.
Un viaggio pieno, di giornate iniziate presto e fnite tardi, migliaia di chiometri macinat. Treni notturni, barche a vela, autobus e calesse, scalate in montagna e snorkeling nel mare, deserti e fiumi, antichità e modernità. Una nazione che è mille nazioni.
Con calma foto e racconti, dopo le lavatrici.
Eccoci sul Monte Sinai, alle sei del mattino, dopo una scalata di tre ore durante la notte per vedere l'alba.

Intanto faccio i complimenti alla mia squadra di Fionda la Nana, il cortometraggio cui ho lavorato qualche mese fa, che ha portato a casa la settimana scorsa un premio del pubbico e un premio, di cui vado orgoglioso, per la sceneggiatura da me firmata ma opera, almeno nella fase di ideazione, di tutta la squadra.