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Mi sveglio sapendo che mi addormentero' a Delhi. La valigia e' pronta, passano a prendermi, in mezz'ora sono in aeroporto. Scalo a Mosca e le prime quattro ore sono volate. Il cambio di aereo e' immediato. Prelevano me e un ragazzo indiano direttamente all'uscita e ci portano sul nuovo veivolo. Enorme, da volo intercontinentale. Il ragazzo che e' partito da me e' di Calcutta, ha 23 anni e si e' appena laureato in architettura. E' fresco fresco di un colloquio con Fuksas con cui lavorera' a Roma da settembre. Ci scambiamo i numeri.
Ad aspettarmi c'e' un cartello con il mio nome scritto sbagliato, ma non e' una novita'. Dietro al cartello un ometto scuro, nepalese. Mastica solo due parole di inglese ma e' il mio primo contatto con l'immenso subcontinente. Usciamo nella notte e subito mi prende alla gola l'umidita' appiccicosa. Nemmeno con i finestrini abbassati se ne va. Arrivo in Hotel che sono ormai le quattro e trenta del mattino. Tutti doromono nella hall. Chi su un divano, chi per terra, chi su una sedia. La voce del mio autista li sveglia. E' un'albergo abbastanza modesto e modesti sono quelli che ci lavorano. Ma sono gentili. La mia prenotazione non risulta, forse e' stata fatta per l'hotel a fianco che ha lo stesso nome e lo stesesso proprietario. Nemmeno li' risulta niente. Torno nel primo e il ragazo deve risvegliarsi di nuovo. Prende il mio passaporto, si distrae. Dopo poco mi accorgo che si e' addormentato seduto sulla sedia con il passaporto in mano. Tossisco. Un ragazzo si sveglia e chiama quello con il mio documento. Sfoglia un libro ingiallito. Ci sono. Sempre con il nome sbagliato, colpa dello spelling al telefono forse. Dper la camera pero' devo aspettare che qualcuno se ne va. In due se ne vanno alle 6. Mi accascio sul divano mentre loro si ributtano per terra. Il silenzio con cui sono arrivato, ritmato dalle zanzare che muoiono su una lampada fatta apposta per ucciderle, si rompe con la piccola folla che si accalca nella via. Inizio a farmi un'idea di come sara' la mattina. La camera e' pronta. Le lenzuola sono bucate, i cuscini sporchi, l'aria condizionata troppo fredda, l'acqua e' poca. Ma c'e' un letto. Mi addormento cercando con il respiro di allontanare l'adrenalina.
Mi sveglio che tutta la popolazione di Delhi e' gia' in fermento. Sono le 9 e 30 e ho poco sonno a ristorarmi. Pazienza. Mi affaccio e vedo la mia prima vacca sacra che si muove tra i riksaw e la gente indaffarata in mille mestieri. Da un vetro rotto mi salgono gli odori della strada. Vado a farmi una doccia.
Appena scivolo per la via vengo assalito da cento persone. Chi chiede l'elemosina, chi si offre di aiutarmi, chi mi vuole benedire. Ho fame e non ho fatto nemmeno colazione. Ma tanto qui c'e' qualcuno che ha piu' fame di me. Ho la cartina in mano e questo fa di me uno sprovveduto. A nulla serve che continui a ripeter di essere in India per la terza volta, non ci crede nessuno. Voglio andare alla biglietteria per i turisti. In mille mi indicano la strada. Ognuno diversa, ognuno verso l'agenzia di un amico. Non demordo e percorrendo corridoi infiniti che sembrano non finire mai popolati di gente di tutti i tipi arrivo. Prenoto. Qualche problema di lista d'attesa per qualche treno. Spero di risolverlo.
Esco e vado per prendere un riksaw. Sono in dieci a venirmi in contro. Faccio un biglietto prepagato e salgo sul carretto di un vecchietto che da noi sarebbe gia' da dieci anni in pensione. Fuma una sigaretta indiana e l'odore, in un altro momento sgradevole, qui mi protegge dal pungere dello smog.
Attraversiamo la vecchia citta', verso il Forte Rosso. Il mio primo incontro con l'india. L'india e' come il buco del culo. Sporco. Sempre pronto a vomitare qualcosa. Qualcosa che puzza e sporca. Qualcosa che nessuno vuole. E qui le strade sono pieni di qualcosa che nessuno vuole. E tutti cercano di venderlo. Vendono la propria malattia, la propria deformita', allungando una mano sporca con le unghie piene di ricordi di anni passati. Vendono oggetti si tutti i tipi. Vendono se' stessi, i propri servizi. Di tutti i tipi.
E insieme allo sporco c'e' il caldo. Umido da fare schifo. Piacevole dopo un po', ma immediatamente insopportabile appena si esce da un luogo con l'aria condizionata. Luohi non molto numerosi in verita'. Il Forte Rosso e; un ammasso affascinante di pietre e storia. Poca roba confronto ad altre cose in India. Ma almeno c'e' lo spazio. Cosi' prezioso in quelle strade buie e strette. Nei vicoli le bancarelle di un negoziante quasi toccano quelle dell'altro, e in mezzo scorre incessante un fiume in due direzione. Fiume di gente, motori, vacce e capre. Ognuno con il proprio odore. Promemoria: leggere “L'odore dell'India” di Pasolini quando torno in Italia. Chissa' se anche a lui queste strade hanno ricordato il buco del culo. E come Pasolini da quel buco era attratto, cosi' lo e' tutta la gente di Delhi e dintorni. Ognuno con i suoi vestiti sporchi e i sandali consumati.
E anche io mi perdo in questo Buco. Vincendo a poco a poco il naturale timore che mi faceva girare pensando solo al portafoglio e alla macchina fotografica.
Visito un paio di Moschee, mi infilo su in un minareto. In un tempio giansenista nonentro perche' mi obbligano a lasciare tutte le cose che ho in pelle in una cesta. Oltre alla mia macchina fotografica.
Dopo due ore passate in un negozio di telefonini ad attivare una sim indiana, chiacchierando di mafia pizza e mandolino, esco cercando disperatamente un rikshaw verso la Nuova Delhi. Strade Larghe, alberate, la pace dell'Indian Gate. Arrivo al Lotus Temple, un tempio moderno, enorme, dalla forma di un fiore di loto, ideato da una religione che predica l'inutilita' delle singole religioni in quanto tutte sono lo stesso, in un'ecumenismo che piacerebbe moltissimo a molti occidentali. Il tempio e' spoglio, senza divinita'. Esiste solo il principio divino. E non serve raffigurarlo. Uscito dal tempio il sole sta tramontando e il mio mal di testa da caldo aumenta poco a poco. Mi sposto verso la piazza principale, la piazza rotonda che mi riporta all'occidente per forme e contenuti (i negozi). Ora aspetto il ragazzo di Calcutta. Stasera mi porta a cena lui e mi fa fare un giro della citta' di notte. Domattina parto presto, treno affollato verso l'Himalaya anche se mi fermero' solo ai suoi piedi. Ad Hariwar, a pochi chilometri dalla sorgente del Gange. Un luogo sacro per il mondo Indu'. Dormiro' in un monastero dove praticano ascesi, yoga e meditazione. Ne hanno bisogno gli indiani. Per innalzare il loro buco del culo almeno un po' piu' su. Non dico fino al settimo chakra... ma quasi!
Tutto è pronto. O quasi. Accanto alla porta c'è lo zaino carico di vestiti e di aspettative. Ho letto molti libri, molti me li sono portati dietro. Ho preso contatti sul web con ragazzi del posto, ho prenotato treni, contattato monasteri induisti, immaginato facce e tramonti. E domani parto.
Volo russo con scalo a Mosca. Arrivo previsto in India per la notte fonda. 3 am. New Delhi.
Ho addosso la sensazione bella e brutta che i prova davanti al nuovo. La curiosità e la voglia di conoscere da una parte, la paura dello sconosciuto dall'altro.
E il connubio è una calamita da cui non riesco a sottrarmi.
Forse stanotte non dormirò...
Un amico mi ha appena passato un link che voglio condividere con il mio blog.
Si tratta di Matt Harding, un trentenne americano, che balla in giro per il mondo. Letteralmente.
Ha iniziato qualche anno fa quando, dopo essersi licenziato, ha preso uno di quei biglietti che ti permettono di fare qualche tratta aerea in giro per il mondo ad un prezzo scontato. Ad Hanoi ha iniziato a girare un video in cui ballava saltellando. Poi un altro video. Poi un altro. Ogni luogo un ballo. Al ritorno ne è nato un montaggio finito on line e addocchiato da una marca di gomme da masticare che gli ha detto: "Prendi questi soldi e riparti, balla in decine di stati diversi su e giù per il globo e poi torna e monta un video che mettiamo sul nostro sito".
E così è nato un altro video. E un altro. Fino ad arrivare a quest'anno quando ha coinvolto nei suoi balli in giro per il mondo alcuni dei fan che gli scrivevano via mail.
E l'ultimo video, colpa forse anche della canzone e dell'ottima qualità delle immagini, è veramente emozionante.
UPDATE:
La bellissima canzone del video del 2008 è di Garry Schyman (garryschyman.com), si intitola "Praan" ed è cantata in Hindi.
When it came time for lyrics and to find a singer Matt suggested that we consider non-English lyrics, which instantly sounded right to me. I immediately thought of Rabindranath Tagore who is considered the poet laureate of India. (...) The poem "Stream Of Life" seemed perfectly in tune with his video.
The same stream of life that runs through my veins night and day
runs through the world and dances in rhythmic measures.
Pensavo fosse diversa. Più povera, ancora attaccata al passato comunista. E invece le sue radici sono più antiche, sprofondano negli imperi di cui è stata capitale, facendo brillare di ricchezza ogni sua pietra.

Praga in questi giorni ha avuto il cielo sempre coperto, con il sole freddo che faceva capolino tra gli sbuffi di nuvole, sfidando la pioggia estiva. Temperature primaverili, scaldate dalla birra gelata e dal grasso del maiale cucinato in tutti i modi.
Giri, svolti, sali, scendi e comunque finisci sempre alla Piazza della Citta Vecchia.

Qui c'è il punto di incontro di turisti e praghesi, ambulanti e commercianti, spendaccioni e routard.



Tutti ad aspettare con il naso in su lo scoccare delle ore all'orologio astronomico nella piazza, dove dodici apostoli (11 + 1) scivolano mostrandosi al pubblico curioso.

Dal centro attraversiamo il Ponte Carlo, che sembra Piazza Navona o Covent Garden, ricolma di bancarelle e ritrattisti.

Per fortuna che ci sono le statue e normi e severi a ricordarci la città in cui siamo.

Oltre il ponte su al Castello, tra pietre centenarie. E da lì giù fino a Mala Strana.

Il piccolo quartiere, un gioiellino di tegole e acciottolato, con il famoso murales per la Pace creato dopo la morte di John Lennon, ridisegnato da scritte e disegni ogni giorno.


E da Mala Strana attraverso un ponte fino all'isoletta di Kampa, dove ho l'ennesima dimsotrazione che tutto il mondo è paese.

Lucchetti. Lucchetti dell'amore. Con nomi e cuori disegnati sopra. Nomi in ceco, pieni di z v y e consonanti. Abbiamo esportato anche questo oltra ai ristoranti italiani che sono disseminati ovunque. Di fronte ad uno, nel ghetto, trovo qualcos'altro che abbiamo anche noi.

E a proposito di Ghetto, entriamo nel vecchio cmitero ebraico, dove ci sediamo su una panchina e Mariachiara mi legge una vecchia leggenda ebraica.


Lapidi con nomi scoloriti, scritte quasi invisibili, terreni sconnessi, pietre rotte.



Fa capolino il sole che filtra dalle foglie degli alti alberi. I troppi turisti non permettono di godersi l'atmosfera.

Solo una lumaca che striscia su una tomba sembra aver capito il tempo lento che muove questo posto immobile che i nazisti hanno salvato per farne un museo della razza estinta.

Poco più in là saluto Kafka.

Accarezzo il suo piede e saluto Praga. Città d'Oro e di Morte. troppo attaccata al passato per guardare al futuro, troppo preziosa per cambiare, troppo calma per guizzare. E per questo così affascinante.

Ormai tutto il mondo è a portata di mano. Bastano due click sul web e pochi soldi (sempre di meno) e si parte.
E così facciamo domani io e Mariachiara. Direzione: Praga.
Solo tre giorni, poi si torna a lavorare.
Ed è subito vacanza.
Il pranzo dell'impiegato è consumato di fretta.
Si timbra il cartellino e da quel momento si ha mezz'ora per ingurgitare velocemente il cibo. Mezz'ora. Che è il minimo previsto per la pausa pranzo. Ogni minuto successivo andrà recuperato a fine giornata. Dunque i minuti sono trenta.
Tutti si buttano nei bar. "Perchè mangiare sempre pizza e panini fa male". Ma in realtà nei bar non ci si trova niente di più sano di un panino con il prosciutto. Pasta con il salmone e la panna, riso al pesto, cotoletta fritta, patate arrosto, parmigiana. E mille altre leccornie.
Per ordinarle bisogna fare la fila. Per un posto seduto bisogna fare la fila. Per pagare bisogna fare la fila. E per consumare l'ambito piatto rimangono dieci minuti.
Finito il tutto velocemente si risale l'ascensore fino all'agognata macchina che timbra i cartellini. Mezz'ora puntuale. Perfetto.
Ogni tanto però sbucano delle piccole realtà che rendono la pausa pranzo piacevole. Fino all'anno scorso sotto il mio ufficio c'era una etnoteca, come si definiva, dove una signora di provenienza balcanica sfornava ogni giorno una specialità etnica. Moussaka di melanzane, panino con kebab, felafel, hummus, riso thailandese, e cose così.
Era sempre mezzo vuoto.
Quest'anno a chiuso.
Ora, da un annetto, ha aperto un piccolo posticino dove si vendono salumi e formaggi particolari, sistemati su un tagliere o imbottiti dentro un panino.
Anche questo posto è sempre vuoto.
Forse lo chiuderanno.
E imperterriti torneremo al nostro secondo con contorno al bar sotto l'ufficio. Cinque euro e cinquanta, bevande e caffè esclusi, per poter essere di nuovo tutti su a timbrare il cartellino in tempo.
Per fortuna che io sono un libero professionista e il cartellino non ce l'ho. Li frego tutti.
L'altro giorno ho saputo che il cortometraggio che ho scritto l'anno scorso, Fionda La Nana, ha vinto l'ennesimo premio come miglior opera e che nel frattempo si è portato a casa anche, per la seconda volta, il premio come Miglior Sceneggiatura. La cosa mi ha fatto molto felice naturalmente, e così sono andato a vedere il blog del Festival che però riportava la seguente dicitura (ora corretta):
PREMIO EPIZEPHIRY 2008
MIGLIOR SCENEGGIATURA
Sono ben sopra i tre metri sopra il cielo, o forse ne sono ben lontano. Dipende dove su stabilisce il confine tra cielo e non cielo. Il sole sta tramontando e dall'oblò del mio aereo vedo il mare che si avvicina poco a poco mentre scendo verso la terra ferma.
Sto atterrando a Punta Raisi, l'aeroporto di Palermo.

L'esperienza è bellissima, con una striscia di asfalto in mezzo al mare, tra le roccie spogliate dal sole.
Quello di Palermo è uno degli aeroporti italiani che preferisco. Assieme a quello di Bolzano, chiuso tra le montagne innevate d'inverno e verdi di boschi in estate o quello di Genova, anch'esso sul mare a pochi metri dalla città.

L'atterraggio è bello anche a Pisa, dove scendendo si vede la Torre, o a Roma, dove a volte si sorvola la città con le sue piazze e i suoi monumenti.
Una volta sbarcati poi i terminal sono tutti uguali. Alcuni enormi, tipo Malpensa o Fiumicino, altri minuscoli, come l'aeroporto di Parma o Rimini o Forlì o Perugia (rivitalizzati negli ultimi anni dai Low Cost), dove c'è un solo nastro trasportatore per i bagagli e dove anche i voli che partono e che atterrano sono piccoli, con solo venti posti e due eliche minuscole a farli volare.
Nell'applauso dei pochi passeggieri atterriamo a Punta Raisi. Peccato che rimarrò qui solo poche ore.
Sono portatori sani di forza che incanalano con precisione e determinazione in gesti vecchi di millenni ma sempre nuovi e rinnovati, figli dei sutra del Canone Buddista. Nel corpo incarnano l'essenza della spiritualità più profonda e sofferta. Sono i monaci Shaolin del Tempio Shaolinsi, nella regione dell'Henan, in Cina. Lì è nato lo Shàolínquán, l'arte marziale da cui si dice nacquero tutte le altre arti marziali. A Shaolin la pratica Zen convoglia la forza nel gesto e i monaci diventano guerrieri invincibili non solo spiritualmente, ma anche fisicamente, capaci di cose inimmaginabili per gli altri uomini. Rompono pietre con il cranio, stanno in equilibrio su una lancia conficcata nell'ombelico, fermano una freccia con le mani, spaccano tronchi di legno con la testa, saltano e corrono come anmali, hanno una resistenza non paragonabile a nient'altro. Diventano sovrumani.
Preservare nella pratica, non abbandonare
I monaci Shaolin sono stati scoperti dall'occidente che ne ha fatto dei fenomeni da baraccone. Bellissimi fenomeni da baraccone. Ho visto i monaci in un loro spettacolo qualche anno fa a Milano e ne ero rimasto colpitissimo. Affrontavano i limiti umani con forza e con coraggio e con facilità li superavano, lasciando tutti a bocca aperta.
Li ho rivisti l'altro giorno, in un contesto completamente diverso.
E' l'ora del tramonto e il fumo delle candele alla citronella brucia l'aria senza ancora illuminarla troppo. Cammino tra le rovine romane degli scavi di Villa Adriana a Tivoli che stasera ospiteranno lo spettacolo Sutra, del coreografo fiammingo/marocchino Sidi Larbi Cherkaoui.
Il teatro è mezzo vuoto. Forse la pubblilcità è stata poca, forse questo genere di cose non affascina il grande pubblico.
La scena è semplice: tre teli bianchi che dal basso salgono fino alle americane che sostengono poche luci. Un allestimento povero, da teatro popolare. In scena ci sono solo una ventina di scatole di legno che diventano ora case, ora tombe, ora rifugi, ora conchiglie, ora mattoni, ora cassetti. Con una capacità di racconto unica.
E naturalmente in scena ci sono loro, i monaci. Monaci che saltano, che combattono, che corrono, che diventano tigri, serpenti, uccelli. Ogni monaco scompare nella sua unicità per diventare un arto di un animale multiforme, mai uguale a sè stesso e sempre suscitante stupore.
Unire tutti gli stili, non rifiutare gli altri stili
Bravissimi. E bravissimo il loro coordinatore, capace di mettere le strutture di racconto occidentali al servizio del Buddismo Chan e delle capacità dei monaci, senza cadere nella facile spettacolarizzazione da circo Barnum, privilegiando la dimensione spirituale.
Rispettare il proprio Maestro, non essere presuntuosi
Lo spettacolo finisce che è già notte, con le rovine illuminate che cercano il proprio spazio nella notte, per non farsi dimenticare. I monaci salutano seri o forse seriosi, mentre la gente applaude in silenzio.
Purificarsi, non essere lussuriosi
Nel buio, mentre torniamo verso Roma, vediamo tutti i monaci in fila che si incamminano verso chissà dove.
Trasmettere le arti ai buoni e non ai cattivi
I monaci hanno deciso di trasmetterci un po' delle loro arti. Ci credono buoni. Forse ci sopravvalutano.
(in italico alcune delle regole del Tempio Shaolinsi)
La preparazione di un viaggio può essere, e per me lo è quasi sempre, eccitante quanto il viaggio stesso e quanto il racconto del viaggio dopo averlo vissuto.
Il risultato, per me che faccio almeno tre viaggi l'anno, è che sono sempre da qualche parte o in partenza per qualche parte o di ritorno da qualche parte.
Anche ora sono in partenza. Destinazione: India.
Quest'anno ho deciso di partire da solo, per la prima volta. Mariachiara, la mia compagna di viaggio preferita, è impegnata con la laurea e così ho deciso di cogliere l'occasione per declinare tutti gli inviti di viaggi e vacanze di amici per provare a partire, per la prima volta, da solo.
Da solo in realtà sono stato anche a Londra quando avevo 18 anni, per un mese, e a New York, due anni fa, per due mesi, ma non si trattava di un viaggio, come invece sarà questa volta.
Parto a fine mese e starò via 24 giorni. Atterro a Delhi, con un volo russo che farà scalo a Mosca, dopo di che deciderò il da farsi giorno per giorno. La mia intenzione è quella di viaggiare lungo il Gange, Da Delhi ad Hardiwar e Rishikesh, città sacre per le abluzioni nel Gange che sorge poco lontano da lì, per discendere poi a Benares, Varanasi, il luogo dove tutti gli induisti sperano di morire per accellerare il processo di reincarnazione fino alla liberazione, e dove le pire bruciano cadaveri dall'alba al tramonto. Da lì scenderei a Bodh Gaya, la città dell'illuminazione di Siddhārtha Gautama, per arrivare a Kolkata, Calcutta, dove deciderò se proseguire tra le tribù dell'Orissa o tornare in volo a Delhi per salire sulle montagne Himalayane o chissà cos'altro (dipenderà molto anche dalla violenza dei monsoni e dall'insopportabilità dei 40 gradi costanti dell'agosto indiano).
Mi sposterò con i mezzi pubblici (la ferrovia è organizzatissima) e cercherò da dormire mano a mano che mi sposterò nel viaggio. Nel frattempo sto prendendo contatto con dei ragazzi conosciuti sul sito couchsurfing.com, un sito di ospitalità (in senso lato) internazionale, dove ho incrociato persone disponibilissime e aperte, amanti della loro terra e vogliosi di raccontarla sul web e dal vivo.
Non vedo l'ora di partire...