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martedì, 26 agosto 2008

Il mio viaggio in India - Le foto

varanasi by you.

Qui l'album.

E chi non ne ha abbastanza qui qui e qui trova tutti quanti gli scatti senza selezione.

Postato da: creativamente a 11:38 | link | commenti (4) |

L'ultima giornata indiana inizia presto per fare la valigia e fare entrare nello zaino tutto quello che ho comprato. Doccia e colazione con frutta e cereali e sono già per le strade di Jaipur. Fermo un rikshaw e contratto per andare fino all'ultimo posto che voglio visitare: Galta, un santuario poco fuori dalla città. Ci immergiamo nelle strade ancora vuote di traffico e fredde del mattino. Basta poco per arrivare alla base della montagna su cui, in cima, svetta il tempio dedicato al sole. Mentre cammino in salita esce qualche raggio di sole. Fa caldo e dalla strada di terra battuta salgono gli odori degli escrementi delle vacche, delle capre e delle scimmie che popolano la scarpata su cui si stendono i tornanti. In cima mi aspetta il piccolo tempio, insignificante per l'architettura, ma carico di fede, e una famiglia in pellegrinaggio che vuole farsi fotografare. Se mi sporgo dal parapetto riesco ancora a vedere l'uomo piccolo e scuro che ho incontrato salendo. Forse per un voto, forse per devozione, sale la strada a carponi, sudando e bagnandosi del sangue che esce dai palmi delle mani e dalle ginocchia. Vado oltre al tempio e ridiscendo in un'altra valle. Cammino piano per godermi gli ultimi sprazi di India e mi superano pellegrini vestiti di arancione. Qui il gange non c'è e non c'è nemmeno il mare: per le abluzioni c'è una fonte sacra che sgorga dalla roccia e tutti stanno andando lì. Lascio le scarpe e entro nel tempo che scende tra le scimmie. Sopra il piccolo lago dedicato alle abluzioni maschili c'è una roccia da cui i ragazzi, millantando coraggio, si lanciano verso l'acqua, nel consueto gioco religioso che accompagna ogni pratica induista. Più in basso le donne si sciolgono i sari al vento per immergere le gambe e non solo nell'acqua popolata da scimmie che si abbeverano sazie. Un paio di templi e qualche sacerdote chiudono la valle. Risalgo con fatica e con meno fatica riscendo. Con il rikshaw mi fermo nel quartiere mussulmano dove si lavorao le pietre semipreziose, vanto di Jaipur. Visito qualche bottega, poi con l'orologio in mano mi fermo in una farmacia ajurvedica per gli ultimi acquisti e mi infilo in un posto dove mangio velocemente qualcosa. Mentre mastico con voracità mi si avvicina un ragazzo che cerca di coinvolgermi nella truffa delle pietre, notissima in Rajastan. Mi dice di avere amici in Italia e di potermi coinvolgere in un business dandomi pietre che potrei rivendere in Italia. FInisco il pranzo ancora più velocemente, con il sorrio di chi non si fa abindolare: ormai sono alla fine dle viaggio e gli indiani li conosco fin troppo bene!
Un salto in hotel a prendere lo zaino e di corsa in stazione. Perfettamente in orario arriva il treno. Seconda classe con aria condizionata, posto 31. Mentre mi appisolo un pochino il treno si muove e da sotto i miei piedi escono due topolini. Farano avanti e indietro dalla mia valigia a quelle degli altri per tute le cinque ora che mi separano da Delhi.
Alla stazione trovo ormai la sera e molti taxisti che si offrono di portarmi in aeroporto. Ci arrivo troppo presto rispetto al check in e così mi fanno aspettare fuori. Mi butto a terra. Aspetto. Poi vado a cena in un ristorante di bassa categoria. Ordino in fretta e in fretta i servono, anche se ho tutto il tempod el mondo davanti a me. Per riempire un'altra mezz'ora beco un cocktail a base di Gin. Se si esclude una mezza birra è il primo sorso di alcol nell'ultimo mese. Subito divento brillo. Non troppo, ma quel poco che mi serve per lasciare questo paese senza rimpianti. In aeroporto è pieno di italiani. Vengono da un tour Hotelplan e dai Grandi Viaggi. Parlano di un'India che non è la mia e così mi chiudo su un brownie alle noci che compro con le ultime rupie. Nella lunga fila del gate dell'aeroflot si mescolano bassi indiani, scuri e pelosi, e alti russi, biondi e statuari. Più un italiano in scalo a Mosca, io.
Mentre lasciamo la terra scura di buio saluto il nero sotto di me. Ciao India, arrivederci.
A Mosca spendo i soldi di cinque pranzi indiani per un caffè è una bottigia d'acqua. Nove euro. E' la città dei nuovi milionari, la più cara del mondo.
L'aereo che mi riporta in italia è pieno di gente che va in vacanza, mentre io torno. All'atterraggio troviamo il sole che illumina la città da molto prima dell'atterraggio e così, dal finestrino, gioco ad individuare vie e monumenti come fossi su google hearth. All'atterraggio tutti applaudono. Applaudono meno all'ora di ritardo dei bagagli persi tra i meandri di fiumicino. Taxi - casa.
Con chi avrei voluto fosse con me in questo viaggio e che sicuramente sarà con me nel prossimo.

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martedì, 19 agosto 2008

Tra poco piu' di 24 ore saro' gia' in aereo, decolando verso l'Italia, ma ancora per un giorno sono in India e ora, precisamente, a Jaipur. Rajasthan. Questa e' una delle zone piu' spettacolari dell'India, con piccole citta' che si fanno strada nel deserto, che inizia proprio da Jaipur, con palazzi di antichi Maraja trasformati in hotel di lusso e ristoranti, con la luce piu' bella della nazione, con l'artigianato piu' fiorente e, purtroppo, con un turismo ormai irrefrenabile. Mi sono tenuto fuori da questa zona di proposito, ci sara' tempo di visitare questi luoghi piu' in la', magari non da solo visto l'alto tasso di romanticismo del Rajasthan... Jaipur pero' era sulla strada per tornare ed ero certo che un paio di giorni qui mi avrebbero lasciato l;acquolina in bocca per tornare un'altra volta in India. E cosi' e' stato (anche se non c'era bisogno di Jaipur, in verita', per aver voglia di tornare qui...).
Lascio Bombay con un volo Low Cost, in un aeroporto attrezzatissimo, senza negozi di quotidiani (sono gratuiti in sala d'attesa), tanti negozi, caffe', ristoranti e perfino una sala dove esperti massaggiatori si occupano dei tuoi piedi e del tuo corpo con la riflessologia plantare.
Atterriamo in anticipo, scivolando su un terreno arido spazzato da qualche raggio di sole. L'aeroporto e' piccolo e ben tenuto, nessuna folla di rikshaw urlanti, solo una cabina per prepagare il taxi che ti porta fino in centro.
Anche i viali della periferia denotato una ricchezza diffusa e di mendicanti nemmeno l'ombra. E non si vedono nemmeno pellegrini diretti ai templi, sadhu anoressici o baba pirotecnici. Per le strade tanti sono i vestiti occidentali, alcuni addosso a occidentali veri, altri indossati da indiani vogliosi di cambiamento. Il mio hotel, allo stesso costo degli altri (in questo viaggio ho pagato circa dai cinque ai quindici euro a notte, per una camera singola), e' il migliore in cui abbia messo piede in India. Trovato sulla guida, si rivela essere molto friendly, per nulla impersonale nonostante le grande dimensioni, con un'organizzazione ottima e una pulizia impeccabile. Lasciati i bagagli esco e mi dirigo nell'edificio a fianco, ricco di negozi di accessori per auto e meccanici. Al secondo piano c'e' un centro ayurvedico e, tolti i miei vestiti impolverati, mi lascio massaggiare con olio profumato e vigore da gigante. Ne esco ringiovanito almeno di qualche settimana e i capelli unti e odorosi. Una passeggiata verso il centro e la cena mi fanno da ponte per andare a letto.
La sveglia del cellulare suona ma la spengo, l'ho puntata prestissimo, ma voglio dormire un altro po'. La riprogramma dopo mezz'ora ma dopo un minuto risuona. Controllo. E' passata mezz'ora.
Andando verso le mura della citta' mi bevo un lassi dolce come colazione, yogurt fresco allungato con ghiaccio e spezie varie, servito in cocci di terracotta da usare e buttare. Arrivo alle mura rosa di Jaipur. Rosa perche' tutta la citta' e' rosa, almeno cosi' dice la guida, in realta' scopro che solo i viali principali sono tinti dello stesso colore, gli altri sono lasciati alla fantasia delle persone. Cammino tra le strade affiancate da saracinesche abbassate: le percorrero' piu' tardi, caotiche e stracolme di merce, e mi sembrera' un altro posto. Mi dirigo al Minareto, alto e lungo, domina tutta la citta' rosa, che a vedere bene e' aranciote o meglio color carne, marrone chiaro. Sono il primo a salire per oggi e il guardiano mi apre la pesante porta da cui scivolano fuori una decina di piccioni, piccioni che mi accompagneranno lungo tutta la salita fino alla cima, svolazando nella lunga chiocciola buia che porta alla luce. E finalmente luce fu. Con un panorama illuminato dal sole, il primo vero sole del viaggio, senza nuvole o cappa di umidita'. Dall'alto non si sentono troppo i rumori dell'India e guardare le formiche che fanno la loro vita di spese e commissioni da' un senso di onnipotenza divina.
Visito il City Palace come tappa obblicgata della citta', ma i grandi cortili e i palazzi del Maraja' non hanno niente di realmente interessante e nemmeno le collezioni di tessuti e armi. Subito fuori c'e' invece qualcosa di molto interessante, un osservatorio astronomico settecentesco che sembra un giardino ricolmo di opere d'arte contemporanee. Scale che salgono e che scendono senza una fine, sfere e globi, tacche e pianeti, meridiane e ombre. Con mattoni e pietre qui trecento anni fa hanno fatto quello che oggi si fa con i computer, riuscendo ad essere precisi con i calcoli ancora oggi. Sempre in tema di pianeti, mi infilo in un ufficio su cui fuori campeggia la scritta, in indiano e in inglese, "Centro per la ricerca astrologica e la lettura della mano". Un ragazzo che non biascica nemmeno hello in inglese mi accompagna, lasciando le scarpe all'ingresso, in una sala d'aspetto dove, poco dopo, mi raggiunge il Dottore. Con tanto di camice bianco e taccuino. La folta frangia nera e i baffi un po' unticci gli danno un immagine divertente, da cuoco o da prestigiatore, mentre il resto, l'abbigliamento, l'ufficio, i diplomi e i quadri impolerati, fanno credere di essere davvero in un centro di ricerche serio e affidabile.
Il dottore mi dice che, con data di nascita e luogo preciso, e' in grado di darmi una scheda con il posizionamento dei pianeti e il conseguente oroscopo per i prossimi anni, il tutto coadiuvato da una attenta lettura della mano. Mi imbarco volentieri in questa cosa divertente...
L'assistente prende con cura tutti i miei dati e li inserisce in un computer mentre aspetto sulla poltroncina di pelle. Una volta stampati i dati il dottore si chiude in una stanza per qualche minuto, mentre la saletta si riempie di tre ragazze indiane in cerca di risposte. Subito dopo il dottore mi fa entrare nel'ufficio principale, ricolmo di fascicoli e libri da azzeccagarbugli. Traccia righe e lettere su un foglio e inizia a spiegarmi di me di come sono e di quello che faro'. Tutte cialtronate, naturalmente. Esco da li' con un fascicolo di una quarantina di pagine con elencati i miei numeri fortunati, le mie pietre, i miei giorni si e i miei giorni no, le offerte che dovrei fare per ottenere fortuna e le specifiche degli dei a cui farle, i mantra da ripetere e le migliaia di volte cui vanno ripetuti, snocciolando un mandala di una pietra specifica, a seconda del periodo della vita e la stagione. Naturalmente non manca una descrizione dettagliata anno per anno di cio' che mi succedera' prossimamente. Dal 2010 al 2016 i miei anni migliori.
Dall'astrologo passo al fotografo, un vecchietto con un apparecchio vecchio di 150 anni, con un ombrellino parasole e tutto il necessario per stampare la foto. Mi siedo su una vecchia sedia di vimini ormai totalmente bucata e il vecchietto apre e richiude il buco (obiettivo) per imprimere la carta fotografica. Mentre aspetiamo lo sviluppo ingaggio un affare in pieno stile indiano, cercando di rifilare all'assistente del fotografo i miei occhiali cinesi, pagati tre euro il giorno prima di partire e oggi gia' totalmente rovinati. Occhiali in cambio di foto. Affare fatto.
Dentro la citta' rosa visito ancora un paio di monumenti e giro tra i negozi, fermandomi solo per ingoiare un tahali di cibo tipico della regione, piccante e dolce.
Con un "elicottero con aria condizionata", come chiamano i conducenti i loro rikshaw, attraverso la citta' vero l'Amber Fort, una delle principali attrazioni del Rajasthan. Sulla strada ci fermiamo ad un piccolo lago artificiale su cui galleggia, come sospeso tra favola e realta', un palazzo giallo del maraja locale, assaggio per i turisti di quello che sara' poi il grande palazzo di Udaipur, che visitero' in un altro viaggio.
L'Amber Palace e' un forte di pietra gialla costruito tra le montagne, a guardia dell'unico passaggio per Jaipur. Per salire al forte ci sono le jeep o degli elefanti, oppure venti minuti di camminata che faccio volentieri. Dai contorni indefiniti come quelli di un sogno, con tante torri quante non se ne possono contare, con le finestre piccole e tutte decorate, il palazzo e' la gioia di quelli del tour organizzato, con i negozi all'interno e pure lo spettacolo di danza tradizionali, ma solo la mattina, l'orario in cui vengono i gruppi. Nonostante tutto il forte e' bello e immenso. Lascio perdere la piantina e la guida e mi intrufolo a caso nelle stanze e nei corridoi, costruiti apposta per farti perdere. Salgo e scendo tra stanze deserte e vuote, per ritrovarmi ora in una moschea, ora in un giardino, ora su un balcone con vista sulle montagne coronate delle lunghissime mura rosse del forte. Belle sensazioni.
Esco dall'Amber e voglio salire fino al forte piu' antico, il Jaigarth Fort, dimenticato dalla storia e dai turisti, ma mai espugnato. Dal basso dell'Amber e' austero e scuro, circondato da una vegetazione troppo folta e sormontato da una torre semplice e funzionale su cui svetta la bandiera a cinque colori del Rajasthan.
La salita e' ripida e faticosa e durante la strada non incontro nessuno se non degli operai intenti a restaurare una porta e tre indiani che vogliono essere fotografati da me. Il cielo nel frattempo si e' coperto, diventando un mantello che scalda tutto. Sudo e fatico, portandomi dietro guida, macchina fotografica e acquisti della giornata. Il percorso dira piu' del previsto, qualche chilometro in salita che si perde tra i tornanti della montagna. Poi giro la curva e vedo l'entrata. E davanti all'entrata vedo un centinaio di scimmie bianche e pelose. Mi fermo. Da fermo sento ancora di piu' le gambe stanche e il sudore che cola dai capelli lungo la camicia. Le scimmie occupano tutto il passaggio. Mi sembrano calme e tranquille. Proseguo camminando piano. Una sta spulciando l'altra, una allatta, una mangia da un mucchio di rifiuiti, una dorme, una pensa, una guarda. Sembrano gli indiani che vedo tutti i giorni per strada, sembrano gli uomini. Evviva Darwin. Superate le scimmie arrivo al portone che trovo chiuso. Una guardia che sonnecchia mi dice che la biglietteria chiude un'ora prima del forte e che ora non si puo' piu' entrare. Prego e sudo, sudo e prego fino a che, per pieta', mi fa entrare, pagando a lui la cifra del biglietto, una mancia piu' che ottima. Come ringraziamento mi affida un giovane militare troppo alto per essere un indiano che mi fa da guida per un tour superveloce del complesso del palazzo, che chiude di li' a poco. La guardia insiste per volermi fare le foto davanti ai monumenti e portarmi le cose, sperando in una tip, una mancia. Uscito dal complesso mi libero del ragazzo con trenta rupie e giro le mura e i cortili da solo. Il palazzo di Jaigarth e' completamente diverso dall'Amber, e' un forte mascho, mentre l'Amber e' femmina. Uno e' ricco di decorazioni e orpelli, ammaliante per la sua struttura e per li particolari, capace di magie e farti perdere la testa, l'altro e' possente e grandioso, semplice ma diretto, funzionale e inspugnabile, forse anche freddo agli occhi di chi non lo sa capire bene. Ma se lo si guarda con attenzione ci si scoprono laghetti racchisi da mura, il cannone su ruote piu' grande del mondo, mura spesse quanto una casa, e una vista da togliere il fiato.
Ridiscendo con facilita', sempre in solitaria, come in solitaria ero nel forte. Peccato per chi si perde questo posto...
Arrivato alla base della montagna, dove partono le auto, trovno nel laghetto gli elefanti e i proprietari intenti gli uni a lavare gli altri. Li picchiano con dei bastoni per far far loro quello che vogliono, urlano e sbraitano, tirano loro proboscide e orecchie, ma poi li accarezzano e li coccolano, li strigliano e li spruzzano, in fondo e' da loro che dipende la vita delle loro famiglie...
Ritorno in rikshaw in una corsa che mi sembra interminabile per colpa del traffico e delle buche nella strada. Arrivato in hotel vado subito al centro benessere ayurvedico dove i due fratelli proprietari mi accolgono a braccia aperte. Uno dei due si occupa dell'amministrazione, l'altro fa i trattamenti e ha alle spalle vent'anni di lavoro con i turisti dell'Hotel piu' lussuoso di Jaipur. Un ragazzetto con la camicia stirata e gli occhi attenti lo segue passo per passo per imparare le sue tecniche, segno che si tratta di un buon maestro.
Mi sdraio sul lettino di pelle e questa volta mi faccio coccolare con la Shirodara, una tecnica di rilassamento tra le piu' efficaci dell'ayurveda, in grado di promuovere l'Ojas, la vitalita' del corpo, velocemente e senza fallo. Il trattamento consiste nel farsi massaggiare la testa da un flusso costante di olio caldo che scivola, guidato dal fratello esperto, su fronte, tempie e capelli. L'olio avvolge e masaggia, penetra e scivola e mano a mano la sensazione si fa forte e il relax totale. Una sensazione indescrivibile, davvero. E' come se l'olio dalla fronte penetrasse nel corpo e si annidasse in ogni sua parte, scaldando e calmando. La respirazione si fa lenta e lunga, gli arti pesanti e assenti. Immagino di volare, trainato da quel flusso di olio caldo che scivola nel mio settimo chakra. La seduta si conclude con il massaggio alla testa e con i miei infiniti rignraziamenti per quell'enorme regalo avuto con un prezzo cosi' basso, una decina di euro.
Cammino per le strade trafficate come se fossi a venti centimetri da terra, con le braccia a penzoloni e la faccia assente. Non sento i rumori, non sento le voci insistenti degli autisti petulanti, e se ci faccio caso nemmeno ci sono, nemmeno si avvicinano a me, alla mia testa bagnata di olio, e alla mia calma totale. Bello. Bello passare cosi' la mia ultima serata di vacanza, prima di tornare ad una vita di stress e di responsabilita'.
Per domani mattina mi sono riservato un tempio poco fuori Jaipur, per finire il mio viaggio con quello che piu' mi ha colpito e che mi ricordero' per sempre, l'approccio all'infinito e alla fede di un popolo dalle tradizioni e dai riti antichi quanto l'uomo.
Poi nel pomeriggio treno per Delhi e alle due di notte il volo per Mosca. E da Mosca a Roma.
A riabbracciare e a baciare chi mi e' mancato di piu', a ricordarmi ogni giorno di un viaggio che non dimentichero' mai.

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domenica, 17 agosto 2008

La sveglia suona e mi trova gia' sveglio, con gli occhi chiusi ma la testa gia' lontana dai sogni. Me ne sto un po' li', mentre la suoneria insiste e fa a gara con i clacson delle automobili a chi prima riuscira' a farmi alzare dal letto. Bastano pochi secondi per vincermi e in un attimo sono nel bagno comune per doccia e rituali del mattino. Esco dall'hotel sotto una leggera pioggia che ingrigisce tutto, cammino con i sandali tra le pozzanghere, stando attento piu' a dove metto i piedi che non a quello che ho attorno. Poi mi fermo e alzo lo sguardo. Davanti a me l'imponente Gateway of India, un arco costuito dagli inglesi cent'anni fa, oggi uno dei simboli della Mumabi che, nonostante cerchi di scrollarsi di dosso il periodo coloniale, e' piu' inglese di quanto non voglia far credere. Di fronte all'arco c'e' il mare, un po' turbato dal vento, dietro il Taj Mahal Hotel. Ieri sera, dopo la doccia e vestito di tutto punto, me ne sono andato a fare un giro per quei corridoi, tra negozi di lusso e antichi quadri. All'interno si respira un'atmosfera d'atri tempi, un lusso non pacchiano, affascinante. Cerco di intrufolarmi nel giardino ma l'ingresso e' solo per i residenti; poco male, dalla finestra del mio albergo di infimo ordine vedo tutto.
Lasciandomi alle spalle i procacciatori di tour faccio il biglietto per la barca, per l'Isola di Elephanta, una meta turistica che la guida segna "da non perdere" e che tutti gli indiani decantano come un posto da sogno. Il barcone di legno ondeggia ancorato al molo, oscillando pericolosamente ora a destra ora a sinistra, in balia di un mare che sembra essere un po' tropo arrabbiato. Resisto alla nausea che si attenua un poco quando prendiamo il largo. Alle spalle lasciamo la citta' e l'enorme porto commerciale, uno dei piu' grandi che mi sia capitato di vedere. La barca buca la foschia e lo stesso fa il sole che, per qualche minuto, fa capolino per augurarci buon viaggio. Un'ora e siamo ad Elephanta. Salita la scalinata ripida e bagnata, sotto la pioggia che ricomincia a farsi viva, incontro un paio di ragazzi, uno e' cinese, l'altro sembra europeo. Sento il secondo parlare e mi sembra tedesco, scambiamo due chiacchiere e scopro che e' italiano, dalle montagne verso l'Austria. I due si trovano a Bombay per due mesi e mezzo, per uno stage in una compagnia indiana. Normalmente vivono nella parte interna della citta', ad un'ora e mezza di treno dalla costa, ma per il weekend scendono tra la vita di Colaba, il quartiere piu' animato. Insieme giriamo le grotte dell'Isola, piu' affascinanti nel complesso che prese singolarmente. Non capisco il fascino che possa avere questo posto sugli indiani che spendono soldi continuamente ora per usare il trenino che li avvicina alla biglietteria, ora per comprare pannocchie o palloncini colorati. Torniamo alla braca un paio d'ore dopo e il viaggio di ritorno si rivela, a partire da meta', particolarmente duro. Il mare si agita e si piega in onde alte e scure, e si piega anche la barca, scoprendo la pancia verde di muffa. La pioggia si trasforma in temporale e le oscillazioni sembrano aumentare ogni minuto. Per fortuna la nave si avvicina al porto e ci lascia sulla terraferma. Bastano pochi passi per far calmare lo stomaco che reclama cibo dal suo interno orologio dei pasti.[ Ci fermiamo in uno dei posti piu' alla moda del quartiere, il cafe' Mordegar, tra turisti e indiani in cerca di riabilitazione occidentale.
Dopo pranzo il mio piano era quello di visitare la zona sulla punta della baia e, visto che non ci erano mai stati, i due si uniscono al mio giro. Prendiamo un taxi fino al Jain temple, un tempio gianista, induisti integralisti, finemente scolpito nel marmo in tempi recenti, un piccolo gioiellino di kitch e religione, ricco di fiori e donazioni agli dei. All'interno un gruppo suona canzoni devozionali con strumenti tradizionali e la musica accompagna i nostri passi e le preghiere dei fedeli. Dal tempio, davvero notevole per l'atmosfera e la luce che disegna i contorni della sala principale e della balconata al piano superiore, ci spostiamo verso il Banganga Tank. Qui si respira un'atmosfera da villaggio, tra case basse e semplici, strade di terra battuta e piccoli vicoli che si muovono tutt'attorno, in un labirinto scuro ma che non fa paura. Nella piazza principale una ventina di persone gioca una grande partita di pallavolo, con molti spettatori e molti fan. Accanto c'e' la grande vasca per le abluzioni prima dell'ingresso al tempio.ui c'e' chi si lava, chi pulisce pentole e vestiti, chi fa donazioni e offerte. Il tempio non e' un gran che, ma dicono che sia molto frequentato. Camminiamo tra le vie del quartiere, tra ragazzi che giocano a cricket e donne che chiacchierano avvolte in sari colorati. E' domenica, e dappertutto si respira un'atmosfera di relax. Tranne dai lavandai. Tra le case c'e' uno spiazzio e questo spiazio e' occupato dalla casta del lavandai che qui lava, sbate, strizza, asciuga e stende vestiti con forza e violenza, sbattendo i capi sulle pietre, asciugandoli in centrifughe azionate a mano, stendendo i capi in una foresta di bucato profumato. Ci infiliamo in una via stretta, seguendo il rumore delle onde. Ci ritroviamo sulla punta della baia, con gli scogli neri che si infilano nel mare bagnati, ora si ora no, dalle onde che nel frattempo si sono calmate. Nella parte destra c'e' anche una piccola spiaggia dove la gente si rilassa godendosi l'ombra di sole che sembra filtrare dal cielo, anche qui qualcuno gioca a pallavolo e altri si allenano ad arrampicarsi gli uni sugli altri in una piramide umana che sta alla base di una festa religiosa che mobilita Mumbai a settembre. Mentre ci allontaniamo sulle rocce dei bambini ci urlano qualcosa. Mentre lo fanno ci si fanno piu' vicini e ci invitano da andare verso di loro. Quando il vento si calma un attimo riusciamo a sentire cosa ci dicono: siamo nel bel mezzo del bagno delle signore! E in effetti attorno a noi vediamo solo donne intente ad allontanarsi... Ci avviciniamo ai bambini, tutti attorno ai dieci anni. Vivono nel quartiere, ma frequentano una scuola inglese e sanno perfettamente comunicare con noi. Ridono, scherzano, giocano, ci chiedono di fare le foto assieme. Quando scoprono che uno di noi tre e' cinese iniziano a prenderlo in giro imitando mosse di kung fu, e poi continuano a chiedermi di ripetere parole indiane, probabilmente oscene parolacce gergali, che, una volta dette, li fanno scompisciare dalle risate. Ci dievrtiamo molto e uno mi chiede di provare il mio cappello, gli piace molto e gli sta anche bene. Gli dico che se vuole puo' tenerselo e gli si illuminano gli occhi. Lo tiene un po' e poi me lo rida', mi dice che non lo puo' accettare,c he e' mio e che poi io rimango senza e che io sto cosi' bene con quel cappello... Ricalco la mia coppola sulla testa e salutiamo tutti che accompagnano il nostro percorso verso le case con urla e grida festose.
Passeggiando torniamo verso il centro della citta' dove saluto i miei due amici di una giornata con cui ho passato ore davvero piacevoli, e non capita sempre con i turisti che incontro qui in India...
Prima di tornare in albergo, mentre il sole scende, faccio una passeggiata alla spiaggia e dalla spiaggia verso le bancarelle di Colaba, dove vendono tutto e a tutti i prezzi. faccio finta di essere interessato a qualcosa, solo per il piacere di contrattare. Non posso comprare piu' niente, il mio zaino straborda...
Domani passero' ancora la mattinata a Mumabi e nel pomeriggio ho il volo per Jaipur. La data del mio rientro in Italia si fa inesorabilmente piu' vicina...

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sabato, 16 agosto 2008

L'aeroporto principale dell'Orissa e' minuscolo e abituato a pochi voli. Da qualche anno i low cost lo hanno pero' raggiunto riempiendolo di collegamenti con molte destinazioni in tutta l'India. Allo stesso orario del mio volo ce ne sono altri due e questo fa si che la piccola sala del check in sia congestionata. Per questo il controllo di sicurezza e' scaglionato, chiamato dalla voce gracchiante del microfono. Mentre aspetto guardo la vecchia tv della sala d'aspetto, come me molti altri. Sul canale nazionale c'e' la parata militare: il 15 agosto e' la festa nazionale per l'Indipendenza ottenuta 61 anni fa. Ridicolmentre imprecisi nei passi dell'oca, i militari indiani sfilato al forte rosso di Delhi, sotto migliaia di bandiere con il tricolore indiano. Gli stessi colori, arancione, bianco e verde, li vedro' ovunque nella giornata di oggi: nei braccialetti delle ragazze, nelle spille dei vecchi signori, dipinti sui capelli, sulle guance. Il volo parte e atterra con un po' di ritardo, poco male.

Arrivo a Bombay verso l'ora di pranzo, ora la citta' si chiama Mumbai, nel tentativo di allontanare il piu' possibile il ricordo inglese. Mumbai e' una delle metropoli piu' grandi del mondo, immisurabile nella sua totalita'. Con il taxi ne attraverso una parte vero il mare, verso Colaba, il quartiere piu' animato della citta'. Uscito dall'aereoporto vedo le case diventare sempre piu' povere, fino a trovarmi in mezzo, a destra e a sinistra, agli slum, vere e proprie baraccopoli con case fatte di rifiuti, plastica e lamiera. Poi la scalata sociale ricomincia, fino a scendere nella downtown piu' ricca, con i palazzoni e i grattacieli.

Il mio hotel e' un buco, al primo piano di un vecchio palazzo. Attorno ad un lungo corridoio fumoso si distribuiscono una ventina di camere di standard medio basso, anzi basso direi. La mia stanza misura due metri per tre e non ha il bagno, che invece trovo nel corridoio. Ma su due pareti ha delle enormi finestre che danno luce e aria, lussi impagabili nelle metropoli. E poi la location e' fantastica, alle spalle del Taj Mahal Hotel, l'albergo piu' lussuoso di tutta l'India, un pezzo di storia che ha ospitato illustri e illustrissimi. Scendo a piedi per le strade ricolmi di negozi di tutti i tipi che vendono tutte cose che ho gia' visto durante il mio viaggio, ma a prezzi triplicati. Molte le caffetterie all'occidentale, qualche ristorante lussuoso anche per noi e poi tappeti, gioielli, sete e pashimine. Passeggio fino alla piazza del Museo, circondata da alti edifici ottocenteschi. Non mi sento in India, ma questo posto ha delle vibrazioni positive, ti fa sentire a tuo agio. Lungo una delle vie principali sono infilate costruzioni neogotiche di chiaro stampo anglosassone. C'e' l'universita', con le torri che sembrano campanili, c'e' la corte suprema, la biblioteca centrale (in cui mi infilo il giorno dopo in mezzo ad un gruppo di studenti). Tutto in stile medioevaleggiante. I viali sono ampi e alberati, molti i parchi, negli spartitraffico c'e' anche qualche fontana e, avolte, l'erba. Qui c'e' moltissima confusione di automobili e taxi, ma il clacson e' suonato con piu' pudicizia e parsimonia, solo quando serve (e qui serve spesso).
Imboccando un grande viale arioso arrivo al mare proprio mentre inizia una pioggia leggerissima, quasi piacevole. Scivolo tra la gente che passeggia su Marine Drive, i lungomare fiancheggiato da alberghi e ristoranti. Oggi e' giorno di festa e tutti possono permettersi una passeggiata qui, magari in compagnia della persona amata. Per la prima volta vedo qui ragazzi giovani mano nella mano con ragazze giovani. Non sono sposati, questo e' certo, si tratta solo di amore. Come e' normale da noi, come e' meno normale qui (dove comunque il 90% delle persone, anche a Mumaby, rimane vergine fino al matrimonio).
Ogni tanto qualcuno mi ferma chiedendomi di posare in una foto con loro e io mi presto volentieri a diventare l'elemento esotico dei loro racconti riguardanti il pomeriggio della festa di liberazione a Mumabi.
Cammino qualche chilometro e circumnavigo la baia fino alla spiaggia, animata all'inverosimile, nonostante il cielo nuvoloso e il mare violento. Qui si vende tutto e si compra tutto. Qui si viene con qualcosa di improvvisto e si cerca di venderlo: si tratti delle frittelle fatte a casa la mattina, piuttosto che di una vecchia macchinina a pedali da far guidare ai bambini, o del piccolo pony legato ad un palo su cui chiunque si puo' improvvisare cavaliere. Qualche temerario prende il sole che non c'e' in mutande grigio slavato. Uomini e donne sono rigorosamente separati e le mussulmane vestono il velo integrale che lascia loro scoperti solo gli occhi. Risalendo verso la strada mi arrampico su una scalinata che porta al tempio piu' antico di Mumabi, anche esso dedicato a Shiva il distruttore. Lungo i ripidi scalini le donne, e solo le donne, lasciano delle foglie con una piccola candela di canfora incendiata, formando, una dopo l'altra, un magifico fregio dal sapore antico. Nel tempio c'e' un piccolo concerto di musica sacra, che i fedeli accompagnano con preghiere e offerte di fiori. Un sacerdote mi accompagna per il tempio e per una volta non e' il solito brahmino in cerca di una mancia, ma e' spinto da una reale voglia di farmi conoscere la sua realta' e la sua religione. Non ci sono turisti qui, come del resto quasi da nessuna parte in India in questo periodo, Agra e Rajiastan esclusi. Ridiscendo verso il mare e mi arrampico di nuovo sulla collina, questa volta attraverso un bosco fitto di giungla e scimmie. In alto, sudato, finisco in pochi secondi una thumb up, la coca cola locale, e passeggio per i giardini pensili. Non mi interessano per niente i giardini pensili, per altro curatissimi, ma in questa zona vivono i parsi, una minoranza religiosa di origine persiana, di cui in India, per la maggior parte a Mumabi, vivono 100000 fedeli, tutti occupanti le piu' alte cariche di politica e finanza. I parsi, per tradizione, non vogliono sporcare con i propri cadaveri la terra e cosi' hanno inventato le torri del silenzio, delle costruzioni circolari in cui e' altamente proibito entrare, in cui lasciano i cadaveri, bagnati di urina, alla fame degli uccelli, che ne facciano cibo e natura. Accanto ai giardini pensili ci sono cinque torri del silenzio: la guida non dice precisamente dove esse si trovino ma, girovagando, vado per tentativi fino a che mi imbatto in un lungo e alto muro aperto solo su un cancello sorvegliato da una guardia. Eccole le torri. Dalle mura sbocano solo alberi altissimi che coprono la vista anche ai balconi circostanti. Discendo la via lungo il perimetro delle torri fino a che mi trovo da solo, senza persone ne' traffico. Solo silenzio e il rumore continuo dei corvi. Dicono che qui ci siano anche avvoltoi, ma non ne vedo. Mentre si fa buio torno in albergo, stasera voglio andare al Cinema.
Per il mio debutto nel cinema di Bollywood in lingua originale scelgo uno dei cinema storici di Mumabi, l'Eros, in cui proiettano un blockbuster: Singh is Kinng. Ho letto sul giornale che, dopo una sola settimana di programmazione, ha battuto ogni record, grazie anche ad una campagna pubblicitaria massiccia e all'utilizzo del gioco di parole del titolo (king con due enne, kinng) riguardo a fatti di politica interna. Il film racconta di un ragazzo del Punjab, pasticcione ma buono, soprannominato Happy, Felice, che viene mandato in Australia a recuperare un concittadino finito sulla cattiva strada. Happy ci arriva, non prima di aver sbagliato aereo finendo a Luzor, giusto il tempo di un ballo nel tempio di Kornak e a Dehir El Bahari, il tempio di Hatschepsut, e qui diventa il re della mafia locale. La trama e' semplice e prevedibile e ogni singolo movimento narratico e' comprensibile anche a me che non parlo la lingua. Le scene di azione sono innumerevoli e girate con enorme profuzione di mezzi, la comicita' greve e un po' macchiettistica. Da segnalare le bellissime e coloratissime scene di ballo, un po' pretestuode a dire la verita' (come quando in Australia il protagonista si immagina la sua donna e l'azione si sposta alle tre piramidi di Giza in una ballata romantica che sfrutta la trasferta egiziana fatta a Luxor). La regia e' un patchwork di stili, con moltissime immagine rallentate e velocizzate anche durante le normali azioni. Motli gli effetti sonori, a sottolineare un momento comico, Usati e abusati gli effetti digitali e di zoom. Nel complesso pero' si tratta di un'opera pop inarrivabile nel contesto cinematografico europeo, dove non siamo piu' capaci di comunicare, attraverso il cinema, con il popolo tutto, preferendo masturbarci con storie di elite autoreferenziali.
Mi addormento nella mia stanzetta minuscola confortevole come se appartenesse al lussuoso albergo di fianco, insetti esclusi,
La mattina successiva mi concedo, dopo molte colazioni indiane, un croissant e un cappuccino. Camminando per il centro raggiungo la scuola d'arte di Mumbai dove, passando qualche soldo alla guardia, riesco a fare un giro tra le pareti disegnate dagli alunni. Sui pavimenti della stanza principale ci sono dei disegni fatti con la sabbia colorata, appena confusi dal vento: molto belli. Nel cortile passo davanti alla casa in tek colorato d'azzurro che ha dato i natali a Kipling, amato scrittore inglese di origine indiana, quello di Mowgli e del libro della giungla. Non lontano mi intrufolo in un mercato, tanto per non dimenticarmi di essere in India. Assaggio frutti strani da ogni bancarella e mi tappo il naso quando passo dalle gabbie con polli e pappagalli.
Squilla il telefono, e' il ragazzo di Mumabi che lavora nel cinema. Nandan, il ragazzo di Varanasi con cui ho passato i miei giorni nella citta' sacra, quando ha saputo che lavoravo in televisione e che avevo uno spiccato interesse per il cinema pop bollywoodiano, mi ha dato il numero di questo suo amico d'infanzia che ha cercato e trovato foruna nella Los Angeles indiana. A ventiquattro anni Yogesh, cosi' si chiama, fa il Production Manager di una importante casa di produzione di Mumabi. Yogesh mi da' appuntamento in una stazione del treno urbano molto lontano dal centro e mi spiega come arrivarci. Quando scendo sul binario, mezz'ora piu' tardi, mi trovo in un quartiere di uffici e scuole, circondato da gente che veste all'occidentale e ragazzi e ragazze decisamente piu' carini del resto dell'India. Yogesh viene a prendermi con un suo amico, broker finanziario, e un suo collega. Insieme chiacchieriamo di cinema e di come sia diverso essere giovani in Europa o in India, ma di come sia facile esserlo a Bombay. Lasciati gli amici alle rispettive case Yogesh mi porta nella sua, dove incontro il padre e le tre sorelle che riempiono il salone principale con chiacchiere, figli e nipoti. La famiglia di Yogesh e' mediamente ricca, lo si vede dagli abiti, dalla tv ultra piatta, dal pc di ultima generazione, del resto sono in tanti in famiglia a lavorare nell'Industria, come qui chiamano il cinema. Poco dopo arriva Sandy, il cugino di Yogesh, che vive nella stessa casa con tutti quanti. Sandy ha trent'anni, un look all'occidentale, il sorriso da Latin (Indian) Lover e un'ottima parlantina. Sandy lavora come aiuto regista in uno dei piu' importanti serial della tv indiana e, nel lavoro, fa coppia fissa con il cognato, regista di quasi tutti gli show del canale. I due mi spiegano di essere oggi in vacanza ma che comunque a Film City, cosi' si chiama la citta' del cinema, lo show non si ferma mai. Prima di andare pero' nonostante le modernita' dei costumi e delle abitudini, ci sono da rispettare dei riti millenari: oggi e' la giornata del Raksha Bandhan, una festa che cambia data ogni anno secondo il calendario hindu, in cui le sorelle legano dei braccialetti ai polsi dei fratelli o di chi reputano tale, per siglillare un rapporto. Le tre sorelle (naturali o acquisite) di Sandy e Yogesh si inginocchiano davanti ai loro fratelli, accoccolate nei sari e nel perfetto stile tradizionale idniano, e legano ai loro polsi braccialetti colorati, non prima di aver segnato un piccolo bindi rosso tra gli occhi su cui posano due chicchi di riso e dopo aver adornato del fumo di una candela i loro volti. Il tutto si conclude imboccando il fratello con un piccolo dolce al cocco. Trovandomi li' anche io tutte e tre le sorelle, oltre che le due giovanissime nipoti (4 e 5 anni), legano anche al mio polso i braccialetti del Raksha Bandhan, scamiandosi tra loro risatine in hindi a commento del mio imbarazzo.
Finiti i riti religosi ci mettiamo in macchina verso Film City, ai margini di Mumbai. All'ingresso c'e' un pesante cancello di ferro in cui vanno esibiti tesserini e documenti, una soglia che lascia fuori i migliaia di fan dele star indiane che qui si accalcano ogni giorno, con la speranza di veder passare il proprio idolo. Film City e' enorme, molto piu' di Cinecitta', e comprende varie strade che si aprono su motli spiazi su cui vengono allestiti i set all'aperto. Mentre giriamo in macchina contro almeno una decina di troupe al lavoro, chi alle prese con un matrimonio con molte comparse, chi davanti alla facciata di cartapesta di un tribunale, chi in un villaggio di paglia con tanto di mucche e galline. Al centro degli studi si trovano gli uffici, i teatri di posa e le sale montaggio. Tutto attorno c'e' la giungla in cui, mi assicurano, si possono trovare anche tigri e leopardi. Prima di uscire da Film City saliamo fino al punto piu' alto, che e' anche il piu' caro da affittare, circa mille dollari al giorno. Qui c'e' uno spiazzo con vista a 360 gradi sulla campagna circostante, compreso un tratto di mare raccolto dalla vegetazione (una location che si trova in quasi tutti i film romantici per la tv indiana, mi dicono: il ballo piu' intimo spesso si fa qui). Appena usciti dal grande cancello giriamo in una piccola stradina dissetstata fino ad un grande capannone: qui c'e' allestito il set fisso di una delle piu' importanti soap opera indiane. I miei due ospiti fanno una chiamata e ci infiliamo nel set. All'interno c'e' un enorme salone che si presume essere quello della villa di una ricchissima famiglia di Mumbai, all'interno della quale nascono e muoiono tutti gli intrighi della soap. Assistiamo ad un'oretta di riprese: si gira con due camere digitali contemproaneamente, con la camera su un carrello e moltissimi stativi e i riflessi tutto attorno. In gran parte di lavora con il "buona la prima", per produrre una puntata in un giorno, un po' come succede da noi. Gli attori sono un po' la caricatura di se' stessi, con le facce lagnose e sofferenti, esaltate dalla scenografia kitch fino all'immaginabile. Durante uno stop gli attori si avvicinano alla mia faccia di occidentale curioso e quando scoprono che lavoro per la tv italiana mi riempiono di domande e di atteggiamenti ossequiosi, gli stessi atteggiamenti con cui vengo trattato durante la mia permanenza negli studi dove almeno dieci persone mi offrono un te'. Ne bevo solo uno, lentamente, sorseggiando, per evitare che me ne rifilino subito dopo un altro.
Saluto i miei ospiti con la promessa di incontrarci in Italia, quando verranno a girare qualche scena di ballo a Venezia o a Roma (capita molto di frequente, mi dicono). Mentre ritorno verso il centro penso che sono stato davvero fortunato ad essere entrato nel Sancta Sanctorum del Cinema Asiatico, dove milioni di persone vorrebbero metterci piede. Sicuramente e' una di quelle decine di esperienze indiane che non dimentichero' mai.

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giovedì, 14 agosto 2008

Sono in Orissa, uno degli stati meno visitati dell'India. Ci sono arrivato da Calcutta, dopo un'estenuante viaggio in treno che mi ha tenuto occupato un giorno intero, dalla mattina alla sera. Nel mio vagone di terza classe ma con aria condizionata c'era una famiglia dell'India del Sud e un cinese trapiantato da decenni in India. Tra odori di cibo e di persone, due ore di ritardo e aria condizionata alzata al massimo, il viaggio non e' stato dei piu' piacevoli. Arrivo Bhubaneswar, la capitale dello stato. Scelgo di sistemarmi in un albergo statale, dai prezzi fissi e ben inserito nel territorio per tour e cose del genere. Le pretese sono da hotel quatto stelle, con una grande costruzione illuminata anche di notte, enorme scritta al neon e bel giardino sul davanti, ma i servizi sono da due stelle o meglio, in stile indiano. L'Orissa e' uno stato incuneato tra il nord e il sud dell'India e per questo viene spesso snobbato da chi "fa il nord" perche' troppo a sud e da "chi fa il sud" perche' troppo a Nord. In effetti non e' molto comodo da draggiungere, ma qui c'e' una delle piu' alte concentrazioni di tempi antichi di tutta l'India, molti dei quali ancora utilizzati dai fedeli. In piu' gran parte dello stato e' ancora tribale, di religione pagana e di antiche tradizioni. Avrei voluto visitare la parte sud della regione, tra tribu' e villaggi, ma i monsoni e la difficolta' di organizzare il viaggio in questo periodo mi hanno fatto desitere dal mio programma. Il primo giorno lo dedico a visitare due importanti siti vicino alla Capitale, Puri e Konark, e per farlo mi avvalgo del giro in bus organizzato dallo stato per 130 rupie, due euro. Sul vecchio mezzo con gli ammortizzatori ben oliati ci sono una manciata di turisti indiani, per la maggior parte bengalesi, dalla zona di Calcutta, e due del Bangladesh. La prima tappa e' Pipli, un paesino sulla strada, ma sulla via ci aspetta uno sbarramento, c'e' uno sciopero di protesta per delle rivolte in Kashmir. Aspettiamo mezz'ora, ma la situazione non si sblocca. Sentendo la polizia il nostro autista devia su una strada secondaria che sa libera. Passiamo tra villaggi e campi, tra fango e bamboo, tra poverta' e miseria. Qui c'e' ancora moltissima gente che vive nei villaggi, senzsa acqua calda, elettricita', pareti e pavimenti. Per la maggior parte lavorano la terra e li vedo in mezzo ai campi. Chini in mezzo all'acqua delle risaie che riflette il cielo bianco di nuvole, ombreggiati da palme alte e troppo magre, abbraciati dalla giungla, quella vera, che minaccia di riprendersi quel pezzo di natura che l'uomo gli ha strappato. Lavorano con l'aratro tirato dai buoi, come nella preistoria, e colgono le pianticelle di riso con le mani, facendo piccoli mazzetti che alla fine raccoglieranno.
Arriviamo a Konark dopo un paio d'ore di strada. La piu' grande attrazione della citta' e' il tempio, uno dei piu' famosi di tutta l'India, non piu' utilizzato per il culto in quanto in parte distrutto. Si tratta di una costruzione di oltre mille anni da che comprende diversi edifici religiosi, scalinate e torri, il tutto organizzato come si trattasse del carro del sole, con ventiquattro ruote scolpite, una per ogni ora del giorno, in grado da funzionare come meridiana. Al livello piu' basso ci sono scolpiti gli animali, in mezzo gli uomini, in alto gli Dei. Tutti fanmno sesso. QUesto e' uno dei piu' grandi complessi con sculture erotiche di tutto il mondo, con tutte le posizioni del kamasutra scolpite nella pietra. La guida dice che in quel periodo ci furono molti uomini morti in battaglia, una enorme poverta' e la voglia di tutti gli uomini saggi di farsi sadhu, eremiti. Le sculture erano, quindi, il tentativo di dare una spinta alla crescita demografica. Molte delle posizioni e contorsioni presenti farebbero impallidire anche gli attori di film hard.
Riprendendo il nostro mezzo potente ci fermiamo alla spiaggia di Konark, dove prendo un bel cocco che mi spaccano con l'ascia per bere il succo, e poi alla spiaggia di Puri. Il mare e' scuro e cattivo, le onde sono alte e minacciose, la risacca profonda scava la spiaggia e il risultato e' che davanti al mare aspetta una grande duna scura di mare e sporcizia e conchiglie. L'atmosfera e' romantica, nel senso ottocentesco del termine, con la bruma della pioggia che copre la vista in lontananza e qualche indiano che cammina solitario, pensando a chissa' cosa. Mi separo dagli altri e faccio due passi. Mi siedo per cercare di vedere fino dove arriva il mio sguardo (interminati spazi e profondissima quiete) e accanto a me arriva un ragazzo indiano che cammina verso il mare vestito, aspettando che le onde lo bagnino poco a poco, con gli spruzzi che gli raggiungono il viso. Mi invita a fare lo stesso, ma non ho niente per cambiarmi. Cammino sul bagnasciugacon l'acqua fino alle ginocchia, quando poi questa si asciughera' mi lascera' le gambe e i piedi totalmente bianchi di sale.
Puri e' famosa per il suo enorme tempio, per cui tutti gli anni, a luglio, organissano un'immensa processione per il paese costruendo un carro enorme per portare in giro gli idoli. Parte di quel carro resiste ancora davanti al tempio e poco a poco lo stanno smontando rivendendo la legna alle persone. Diventera' soprammobile, offerta al tempio vicino a casa, legname per la pira funebre. Nel tempio non posso entrare, ingresso vietato ai non hindu, in compenso passeggio tra le bancarelle di souvenir religiosi e mi spingo fino al vilaggio dei pescatori dove gli uomini, tornati dal lavoro in mare, stanno stendendo le reti per riparare i buchi e gli strappi. mi invitano a sedere con loro, sperando in qualche soldo. Qualcuno mi offre della marjiuana, qui legale, in quanto usata per i riti religiosi dedicati a Shiva, cui Puri e' devota. Declino tutte le offerte e ritorno al bus statale, che finalmente riesce a fermarsi, al ritorno, a Pipli, la citta' dello sciopero, nota per le sue decorazioni di stoffa di cotone con intarsiati piccoli specchietti. Il buio sta ormai scendendo sulla citta' e i negozi accendono i paralumi che brillano di mille colori. Dopo mezz'ora siamo in citta' e prima di andare a letto mi dedico ad una cena a base di gamberi enormi, il piatto tipico del luogo. Naturalmente in salsa masala.
Il giorno dopo, stamattina, faccio il giro dei templi di Bhubaneswar. Ce ne sono un centinaio, dicono, ma ne visito solo una decina. Per la maggior pare risalgono al decimo secolo e tutti comprendono una piccola cella con un lingam dedicato a Shiva, una torre scolpita e un piccolo tempio con sculture in prevalenza sensuali o erotiche. Molti sono ancora oggi utilizzati e nel principale gli Occidentali non sono ammessi, ma una piattaforma rialzata costruita duecento anni fa da furbi cristiani permette di spiare all'interno. Peccato che gli indiani siano piu' furbi e cerchino in tutti i modi di chiederti soldi per salire su quella piattaforma. La parte piu' bella della citta' e' il lago sacro, in cui la gente si immerge per bagni rituali (qui manca il Gange) e attorno al quale ci sono templi e monasteri di ogni genere. Sulle rive sostano anche moltissimi preti o santoni, con la fila di gente che attende di fare con loro un puja, un'offerta. Mi intrufolo in una cosa che sembra un tempio ma e' saturo di odore di cibo. IN effetti si tratta di un tempio, ma sia all'interno che nel cortile si cucinano enormi quantita' di cibo. I cuochi sono tutti della prima casta, e della prima casta anche i garzoni e gli operai. Tutti Brahaman, per non contaminare il cibo che mangeranno i Brahaman. nell'edificio accanto il cibo e' venduto a tutti per poco prezzo in vasi mono uso di terracotta.
con un autorikshaw arrivo alle grotte fuori dalla citta', grotte costruite mille anni fa da eremiti buddisti probabilmente, che qui si rifugiavano la notte dopo una giornata intera passata a meditare. Molte le sculture e moltissime le scimmie. Nel parco archeologico mi perso tra rocce e piante, sotto la pioggia leggera ma fastidiosa.
Al ritorno mi fermo al museo tribale e da li', parlando con la curatrice del museo, da un grossista che compra articoli di vario genere dai villaggi tribali e li rivende in tutta l'India e nel mondo. Si tratta di una casa privata in un quartiere residenziale, con due stanze zeppe di oggetti di ottone e collanine da due soldi. Prima di tornare in hotel faccio due passi nella citta'  nuova, senza fascino. Un salto nel supermercato moderno con scaffalatura all'occidentale, compro dell'incenso da un vecchio signore con un negozio impolverato, ed e' gia' ora di cena.
Domani mattina mi aspetta un volo, verso la citta' piu' avanzata di Tutta l'India, Bombay, oggi Mumbai. Ho un contatto con un produttore cinematografico, spero di riuscire ad intrufolarmi in qualche set.

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mercoledì, 13 agosto 2008

Se pensavo a Calcutta prima di esserci stato nella mia mente si accavallavano immagini di poverta' e malattia, mutuate dai racconti di Dominique Lapierre o dalle opere di Madre Teresa. Ora invece la mia idea di Kolkata, questo il nome attuale, ha qualcosa di europeo e qualcosa di avanguardistico, con un gusto retro' e, certamente, con delle frange di poverta'.
 
Arrivo a Kolkata di mattino e il primo impatto con la stazione piu' grande di tutta l'Asia e' caotico e confuso. I binari sembrano infiniti sia in numero che in lunghezza, e le persone che sostano sulla banchina sono un numero imprecisato. Tutto attorno miagolano miseria bambini e storpi, allungano dla mano verso i viaggiatori sudati dal lungo viaggio che porta con se' due ore di ritardo. Rumore. Di grida, di annunci, di treni, di sussurri, di animali, di parole. Rumore come ormai sono abituato a sentire ovunque. QUando tornero' in Italia voglio averealmeno due ore di silenzio assoluto.
Prendo il taxi prepagato, mostrando un biglietto strappato da un giornale su cui ho scritto l'indirizzo della mia destinazione. Parto.
La mia destinazione e' un quartiere residenziale a sud di Kolkata, dormiro' a casa della famiglia di un ragazzo che ho conosciuto sull'aereo e incontrato a Delhi. Lui attualmente e' ancora nella capitale, ma ha avvisato i genitori che mi aspettano a casa. Il taxista non sa quale sia la via precisamente e cosi' mi lascia nel quartiere. Cerco un punto di riferimento e trovatolo, chiamo i miei ospiti. Inizia a piovere, si scarica la batteria del cellulare, la comunicazione e' disturbata. Il telefono smette di funzionare. Avevo appena fatto in tempo a dirgli che mi trovavo davanti alla sede del Partito Comunista Indiano. Dopo un'ora riescono a trovarmi, essendoci nella zona ben 5 sedi del suddetto partito. La loro casa e' modesta ma accogliente, piccola e piena di mobili e ricordi. Mi danno la stanza del figlio che non c'e' e mi fanmno sentire subito a mio agio. I due sono in pensione e sembrano quasi piu' nonni che non genitori. Apprensivi e attenti a tutto, mi dicono che in India l'ospite e' sacro e che si deve sentire come fosse un re. La camera e' piccola e stracolma di oggetti e fotografie e immagini di divinita'. Tutto, per evitare che si rovini, e; ricoperto da piccole copertine di pizzo cucite a mano dalla donna di casa.
I due mi hanno prenotato una macchina per farmi vedere tutta la citta', essendo le distanze enormi. L'autista non parla nemmeno una parola di inglese e cosi' il padre scrive un foglio in Indi delle cose che insieme decidiamo che voglio vedere. Parto e giro con il mio fido autista fino a sera, quando ritorno a casa e trovo ad aspettarmi un loro amico che, saputo che ero italiano e che lavoravo nello spettacolo, ha voluto incontrarmi per discutere di cinema itraliano ed europeo. Passo due ore a parlare di Fellini e Paolini con un indiano del Bengala che ne sa piu' di me. La sera mi aspetta una enorme cena indiana che la donna serve in maniera discreta e puntuale, senza sedersi al tavolo. Le donne qui non possono maniare con gli uomini, solo possono farlo quando questi hanno finito. Anche se sono soltanto loro due a casa.
Il giorno dopo decido di girare la citta' da solo e di trasferirmi in un hotel in centro per essere piu' libero.
La prima cosa da dire su Calcutta e' che e' stata per anni la capitale dell'India inglese che ne voleva fare una piccola Londra d'Oriente. In centro il quartiere di BBD Bagh e' p[ieno di costruzioni settecentesche e ottocentesche dal sapore europeo. Se si alza gli occhi vero l'alto si ha lillusione di essere in una bella zona in centro a Londra, con Palazzopni zeppi d'uffici e campanili di chiese, ma se si abbassa lo sguardo si trova l'India, con il suo caos e il suo sporco. Dell'India di Londra rimane anche un enorme monumento alla memoria della regina Vittoria che svetta, grassa come fosse uno sberleffo, seduta su untrono di bronzo come lei. Il Victoria Memorial e' una costruzione bianca di marmo circondata da giardini. Colonnati e cupole la fanno rientrare nell'architettura neoneoclassica tanto in voga cent'anni fa in tutto il vecchio continente. Dentro belle vedute della citta' che fu, quando per le strade sferragliavano tram importati e bus a due piani. La zona e' circondata da verde e cultura, ma per accedervi si paga un'etrata simbolica di quattro rupie (150 per gli stranieri) il che tiene alla larga mendicanti e poveracci. Poco lontano ci sono un paio di chiese con vecchie panche di legno e tutto il necessario a far di loro lupghi atti al culto cristiano. Enmtrare in una chiesa, noiosa grigia e buia, dopo essere stato in centinai di templi induisti colorati, chiassosi, profumati e vivi, fa un certo effetto...
a Nord c'e' il Museo Indiano dove trovo dalle sculture ai dipinti, dai fossili ai minerali, dagli animali impagliati, a feti umani in formalina. Tra i corridoi incontro anche un paido di persone che ho gia' incrociato nel mio viaggio, il che mi rimette un po' con i piedi per terra: si fa tutti lo stesso giro...
Oltre alla Calcutta inglese c'e' la Calcutta di Madre Teresa. Per prima cosa passo alla casa fondata dalla piccoletta suora albanese, in una grande via del centro. La struttura e' molto moderna, per essere idniana, e la trovo piena di suore e volontari da tutto il mondo. Al piano terra c'e' la chiesa in cui e' stata sepolta: la tomba di marmo e' semplice e sobria, con una scritta a caratteri grandi e un disegno di fiori arancioni sopra, i cristiani inglobano qui tradizioni hindu per avvicinarsi al popolo. Accanto una piccola mostra racconta della suora beata e mostra alcuni dei suoi effetti personali, tra cui i sandali, deformati dall'usura e da un pollice troppo rpominente, come si vede anche dalle foto. Al primo piano la piccolissima camera, rimasta intatta da allora, pulita e ordinata dall'amore delle suore. Tutti qui amano Madre Teresa di Calcutta, hindu e buddisti, atei e cristiani. La vedono come una che e' stata capace di dare quello che nessuno fino a quel momento era riuscito a dare: amore. E in effetti l'hinduismo non prevede l'amore come prima cosa, e' una religione piu' orientata verso se' stessi che non verso gli altri, ed e' per questo che in India la suora cristiana e' stata una rosa nel deserto. Chi invece qui nessuno sopporta e' Gandhi. A Varansi mi hanno detto: chiedi in giro chi e' il figlio di puttana con gli occhiali e tutti ti risponderanno: Gandhi. Tutti qui pensano che lui sia l'artefice della loro poverta', e' stato per colpa sua e per la sua tigna, secondo gli indiani, che il popolo non e' riuscito ad ottenere per tempo la liberta' che avrebbero potuto avere piu' di trent'anni prima combattendo. Lo reputano un idealista e gli idealisti vanno bene da noi, in Europa, dove veneriamo il Mahatma con un santo,.ma non in un paese dove non c'e' da mangiare ne' un tetto sopra la testa. In un paese come l'India serve gente che faccia e che ottenga risultati, i modi non contano.Ognuno poi racconta piccoli aneddoti su Gandhi, riportando vari episodi storici piu' o meno avvenuti. Li tralascio perche' la cosa si farebbe lunga...
Alla casa delle missionarie della carita' Madre Teresa aveva aggiunto anche un piccolo stabile a Khalighat, uno dei quartieri piu' poveri della citta'. Qui accoglieva lebbrosi e malati di ogni genere, non forniva cure (le suore non sono infermiere) ma solo amore e un po' di cibo. Il luogo esiste ancora oggi ed e' ancora pieno di persone. Nel grande stanzone poco illuminato si allineano decine di letti sporchi e coperti da un cencio e da un malato magro e sciupato. Nell'aria si respira malattia e medicine, dalla cucina escono due ragazzi giapponesi che hanno appena lavato le pentole del pranzo. Una suora chiacchiera e mi racconta di quel luogo di aiuto, e capisco come in molti possano esserne affascinati, fuori e dentro l'India. Lascio un'offerta e mi sposto alla costuzione affianco, il tempio di Kali, la dea piu' crudele del Pantheon indiano, molto venerata a Calcutta. Qui ritrovo il caos devozionalee di Haridwar e Varanasi, con Sadhu e fedeli che urlano cercando adi avvicinarsi a spintoni al simulacro della dea gettando le offerte attraverso una grata. Nel cortile del tempio c'e' anche un cippo di pietra su cui ogni giorno vengono sacrificati una trentina di capretti, numero che aumenta con l'intensificarsi delle festivita'.
E poi naturalmente c'e' la Calcutta povera, quella che parte dai trascinatori di rikshaw a piedi. Ne prendo uno al mercato dei fiori, vicino al fiume, dove vendono le bellissime collane e composizioni da offire agli dei. Qui c'e' fango, sporcizia, rumore e tutti camminano a piedi nudi e vestono poco piu' che una maglia strappata. Anche il mio autista di rikshaw e' cosi'. E; scuro di pelle, probabilmente e' un immigrato clandestino del Bangladesh, ce ne sono a migliaia qui, ha almeno sessant'anni e i capelli bianchi, indossa una canottiera sudata e un longji sporco. E' a piedi nudi. sull'asfalto. Trainando me in una casseruola con le ruote. L'uomo si fa strada nei cicoli della citta' vecchia, andando contro mano, urlando contro le persone, sudando dalla schiena e dal resto del corpo, sotto la cappa di calore e smog che soffoca la citta'. Scendo prima del tempo, sfiancato dal viaggio, e giro nel quarttiere degli scultori, dove bravi artigiani riproducono da milgiaia di anni le stesse faccia e le stesse mille braccia delle divinita' che poi verranno immerse nel fiume nella grande festa di Ottobre, il Durga Puja. Li' accanto fanno gli strumenti musicali, qui sono piu' abituati ai turisti. Giro verso la vecchia Chinatown e ci trovo, come mi aveva detto la guida, delle case costruite nella spazzatura. Dentro ci vivono persone! Cerco di sbirciare, vedo anche qualch emobile. Ma pareti e tetto sono spazzatura, lamiere e cartoni. La gente che gira li' attorno ha la pelle sporca e la faccia affamata... Una corsa in metro mi riporta nella via principale, Park street, dove mi siedo in un locale chiamato Barista dove servono Lavazza. Ordino e, abbracciato dall'aria condizionata, mi bevo il mio vantaggio di essere nato dalla parte giusta del mondo.

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lunedì, 11 agosto 2008

Arrivo nel Bihar che e' notte fonda. Tutti uelli che ho incontrato mi hanno suggeruti di non viaggiare in questa zona di notte. Per gli indiani il Bihar e' come il bronx per i newyorkesi: un posto dove e' meglio non metterci piede, a meno che sia strettamente necessario. E io purtroppo per visitare la piu' importante localita' buddista del mondo ho dovuto prender un treno che arrivava a Gaya, grande centro del Bihar, all'una di notte. Il treno purtroppo e' arrivato anche in ritardo, con il risultato di trovarmi sulla banchina della stazione di Gaya, unico passeggiero sceso dalle carrozze con aria condizionata, alle tre e mezza di notte. Nessun probelma, mi sono detto, devo solo andare all'hotel davanti alla stazione e mettermi a dormire. L'hotel era moderno trent'anni fa, il personale parla solo dialetto del Bihar, e la maggiore attrazione di tutto lo stabile e' l'enorme stanzone al terzo piano, usato per i matrimoni. La mia camera e' grande ma sporca, probabilmente qualcuno l'ha lasciata da poco, forse per prendere il mio treno. In bagno c'e' una saponetta usata, carte in giro e il posacenere pieno, ma e' la norma in India non pulire la camera tra un cliente e l'altro. Mi metto a letto e dormo, non prima di chiudermi con il chiavistello nella stanza. Dopo tutto siamo nella regione piu' povera di tutta l'India!
Il giorno dopo prendo un rikshaw di mattino presto a vado a Bodhgaya. Un'oretta di strada, tra catapecchie di legno e campi pieni di acqua. Per i buddisti di tutto il mondo Bodhgaya e' Gerusalemme. Qui infatti Siddartha Gotama ha ricevuto l'illuminazione ed e' entrato, ancora in vita, nel Nirvana, dopo aver fatto quattro mesi di meditazione sotto un albero. quellalbero c'e' ancora. Figlio di un figlio del suo antenato. Enorme e venerato come un dio, incastonato in una piattaforma sacra, recintata di oro e nastri votivi, dietro un'enorme templio che raccoglie un via vai di gente senza interruzioni. Il tempio e' tra le costruzioni piu' alte che io abbia mai visto in India, con decine di stupa piu' piccoli a fare da contorno. Nell'immenso giardino girovagano monaci buddisti da tutto il mondo, facce diverse e di diversi colori, ma quasi tutte con gli occhi a mandorla. Vestita in rosa, come si confa'. ci sono anche delle monache rasate a zero. L'atmosfera e' sacra e ci sono dei pellegrini visibilmente emozionati da questa visita che hanno aspettato tutta la vita. Ho gia' visitato una citta' sacra per i buddisti, Sarnath, vicino a Varansi. qui il Buddah ha tenuto la sua prima orazione pubblica nel parco dei cervi che e' appena stato ricreato. Un'emorme stupa antico, semplice e austero, direi quasi medioevale, fa ombra al visitatissimo tempio moderno dedicato al luogo, dipinto da un'artista indiano con soldi giapponesi. A Bodhgaya i buddisti di tutto il mondo hanno costruito templi per venerare il proprio Dio e cosi', nelle tre strade della citta', si incontrano architetture completamente diverse e da una costruzione all'altra si viaggia tra Nepal e Thailandia, Giappone e Buthan, Tibet e Cina, in un insieme caotico e colorato su cui troneggia un'immensa statua di Buddah alta venticinque metri costruita dai giapponesi e inaugurata dal dalai lama in persona.
Lascio Bodhgaya verso il tramonto, non prima di aver fatto masterizzare su cd le foto fatte fino adesso che mettero' on line al ritorno. Nell'internet point ci sono solo monaci buddisti. Giovani e vecchi, ognuno davanti al pc. Chi a scrivere, chi a masterizzare cd di canzoni, chi a chattare.
Arrivato a Gaya ritorno in hotel per sistemare le cose e andare alla stazione, ma quando ci arrivo scopro che il treno ritarda oltre due ore! Costretto a bivaccare sul binario, vengo raggiunto da un ragazzo inglese che si siede accanto a me per avere, nella compagnia, una protezione dallo stato piu' pericoloso dell'India. Poco dopo arrivano tre ragazze spagnole. Passano cinque minuti e si aggiunge un ragazzo newzelandese. La coine' di occidentali attira l'attenzione degli indiani che ci si fanno attorno guardandoci parlare e scrivere e leggere. Qualcuno fa anche delle foto, ma la loro curiosita' raggiunge il massimo quando l'inglese tira fuori un mazzo di carte francesi e ci mettiamo a giocare ad un gioco mai sentito prima. La partita finisce proprio appena arriva il treno.
Salgo sulla mia carrozza e mi sistemo nella cuccetta alta, gelando sotto l'aria condizionata. Prossima destinazione: Calcutta.

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sabato, 09 agosto 2008

Una citta' di morte e di vita. Un posto pieno di persone e di preghiere, di monasteri e templi. Tutto lungo la sponda del fiume piu' sacro del mondo, il Gange.
Quando arrivo alla stazione, assieme ai centinaia di autisti di rikshaw che cercano di venderti una corsa a prezzo astronomico, trovo Nandan, il ragazzp di Varanasi che mi ospitera' a casa sua in questi giorni. Ci siamo conosciuti attraverso il sito di couch surfing e siamo entrati subito in sintonia. Nandan ha 28 anni, una grande casa di famiglia, una moglie e un figlio capitato per caso due anni e mezzo fa, prima che fosse sposato. Quando la attuale moglie ha scoperto di essere in cinta ci fu una specie di sollevazione popolare tra i parenti di lei e i due furono costretti a fuggire dalla citta'. Una notte, fatti i bagagli di nascosto, partirono per Mumbai, la citta' dove i sogni si possono realizzare e dove Nandan aveva degli amici. Il tempo di partorire e i soldi sono gia' finiti, cosi' si imbarcano sul lussuoso treno che li porta a Mumabi e poco dopo sono a casa. Un matrimonio celebrato in fretta riparera' tutti gli attriti. Nandan pero' si ritrovo'a quel punto senza piu' una lira e costretto a vendere il suo negozio di seta per pagare i debiti. Nandan si e' inventato cosi' una nuova vita, fondando una ONG per aiutare i malati di Varanasi e affinando l'inglese per lavorare come traduttore. Nandan ha anche sistemato una parte della sua casa creando tre camere per gli ospiti dove, saltuariamente, invita dei giovani ricercatori americani che stanno da lui anche qualche mese. Nandan e' intelligente e divertente, ama la sua citta' che conosce a memoria e ama la sua terra e la sua religione che pratica con poca costanza anche se non si toglie mai il suo cordone da brahmino, la casta piu' alta del complesso sistema sociale indiano. La sua casa si trova accanto ad uno dei maggiori Ghat della citta’, l’Assi Ghat. Il Ghat e’ la scalinata sul fiume che porta al Gange, il luogo su cui si svolge la maggior parte della vita degli abitanti e dei pellegrini di Varanasi. Per raggiungerla si entra in un vicolo stretto che svolta a sinistra, ricolmo di mucche e motorini. Al piano terra c’e’ il soggiorno, la camera da letto in cui dormono con il bambino tra loro (e’ un ottimo anticoncezionale, mi dice Nandan). Un piccolo tempio e la cucina. In un’altra ala vivono i vecchi genitori, due signori che sembrano usciti da un’altra epoca. Al primo piano c’e’ la moa camera, semplice e pulita, ricolma di libri in inglese. Mi sento come a casa qui, mangiano con le mani seduti per terra sui grandi cuscini, come da noi si fa nei posti alla moda, come qui si fa dappertutto.
Nandan e’abituato ad avere a che fare con gli occidentali che non vogliono essere solo turisti, e i tre giorni che abbiamo passato assieme sono stati densi di esperienze indimenticabili.
Prima c’e’la vita.
La vita del mercato islamico, sporco e disordinato (“Non chiedermi di mangiare in un ristorante islamico perche’ non ci metterei mai piede, sono sudici”, mi dice il mio Virgilio) quella del mercato Indiano, con la fila interminabile attorno al tempio: per le cerimonie del lunedi’, giorno sacro a Shiva, il dio distruttore cui e’consacrata la citta’, ci si mette in fila a partire dal sabato per assicurarsi di poter fare la puja,l’offerta, al Dio.
La vita la si respira in ogni strada, dove la gente si affolla da un negozio all’altro, compra e spende quel che puo’e quel che puo’ regala ai mendicanti che sono numerosi piu’dei turisti. Storpi, vecchi, bambini, imbroglioni, sadhu, eremiti, pellegrini. Tutti con la mano allungata a cercare qualcosa da te. E dalle strade entriamo nei templi, numerosissimi e diversissimi l’uno dall’altro sono i templi di Varanasi, ma tutti affollatissimi. C’e’ il tempio piu’antico, con un grande lago di fronte e le sculture sporche di fiori e offerte e polvere rossa, sacra per la religione. C’e’il tempio moderno, nero e quasi fascista nella sua architettura marmorea, un enorme cilindro nero con una cupola nera per costruire una casa di Shiva a forma di Lingam, il sacro simbolo fallico onnipresente in citta’. C’e’ il tempio fatto di giochi, dove le statue sono automi che si muovono meccanicamente, comandati da corrente elettrica, e gli hindu pregano e fanno offerte e riconoscono le scene del Ramayana, il libro sacro, che Nandan mi racconta di volta in volta. Sono storie mitiche di battaglie e tradimenti, amori e magie e preghiere. Qualcosa piu’vicina all’Iliade che non alla Bibbia. C’e’ il tempio Nepalese, di pietra nera a lucida, che raggiungiamo camminando sulle gradinate sommerse dal Gange, con i piedi tra i restio di una cremazione, in un acqua da anni completamente settica, senza ossigeno (“Ma so e’scoperto che cisono erbe ayurvediche dall’Himalaya dentro e la gente pensa che quindi faccia bene al corpo ancora di piu’”).Il tempio e’ intimo nella sala delle offerte, con le sculture erotiche del kamasutra incise sul tetto.
E la vita si vede lungo il fiume, sulle scalinate dove la gente fa il bagno rituale oppure si lava con shampoo e sapone o lava pentole e pentoloni, sciacqua mobili, pulisce vestiti, urina e sputa. Sono in molti anche a bere quest’acqua, come il rituale impone. La vita la si trova soprattutto la mattina e la sera, all’alba e altramonto, quando si saluta il fiume che si risveglia in un Aarti personale (una benedizione delfiume) o al tramonto, quando su molti ghat i Baba e altri sacerdoti tengono dei complessi rituali con incenso, fuoco, acqua, immagini sacre, campane e canti.Rimango a vederel’Aarti sul Ghat principalecon la bocca aperta, con gli hindu accanto a me che pregano e cantano. Uno spettacolo ancestrale, una formadi teatro antico e rituale, sempre uguale ma sempre necessario. Comunicativo e partecipativo come i rituali cattolici non sono piu’in grado di essere. Gli Hindu sono felici, nonostante il pessimismop cosmico che pervade questa religione. L’induismo dice che ogni vita e’sofferenza, indistintamente, e il fedele non puo’ che accettare questo dolore con gioia e aspettative nel confronto del futuro.
E la vita c’e’ nelle offerte quotidiane che si fanno nelle case. Come ga ogni giorno la mamma di Nandan e come fa ogni giorno il figlio, che, come improvvisando un gioco fatto di incensi e fiori, prega al dio Shiva che tutto distrugge. Una volta Nandan viene anche chiamato da un amico per fare delle foto ad un rituale privato che un Baba sta facendo nella loro casa. Nandan manda me a fare da fotografo e mi ritrovo su un pavimento di una bettola piena di piatti di frutta e fiori, con un prete vestito di bianco che pronuncia formule complesse versando acqua e lattesulle mani dei presenti.
La vita l’ho vista anche in un Baba, amico di Nandan, che siamo andati a trovare un pomeriggio nel suo monastero lungo il fiume. Lui si chiama Lali Baba ma dice di avere altri 46 nomi (tra cui internet baba, funny baba, msn baba, facebook baba). Lali Baba e’ qualcosa di insipiegabile, e’un ciarlatano ma allo stesso tempo un guru. Il suo piccolo monastero e’ affollato di fedeli che lo seguono e gli baciano i piedi, compiendo i rituali in alcune piccolissime stanze profumate di incenso e candele, tra le piu’ suggestive mai viste nella mia vita. Lali Baba e’ un ciarlatano, perche’ chiede soldi a tutti, passa molto tempo a chattare sul web, mostra a tutti le foto che giornali di tutto il mondo gli hanno fatto. Lali baba e’ un ciarlatano perche’ con suo fratello l’anno scorso ha stuprato una ragazza che e’ finita in coma quando e’ stata abbandonata, dopo percosse ripetute, su un Ghat lungo il Gange. Ma Lali Baba e’un santo, in primo luogo perche’ ha l’aspetto da santo.Non si taglia barba e capelli da dieci anni e ora la sua capigliaturae; un accrocchio di dread lock informi e sporchi. Lali Baba si compre ogni giorno il corpo con cenere proveniente dalle cremazioni che avvengono sotto la sua supervisione sul suo Ghat e ogni sera si mette addosso quasi 400 collane e gioielli che piegano la sua schiena fragile e arrossata dal peso dei gioielli facndo risaltare ancora di piu’la sua pancia enorme e gonfia. Lali Baba e’un santo perche’la gente gli chiede.Indiani e non vengono da tutto il mondo per prostrarsi ai suoi piedi e chiedergli qualcosa. Un rito, una magia, un pensiero, una preghiera. E Lali Baba aiuta tutti, in cambio di poche rupie. Lali Baba e’un santo perche’ e’ autoironico, sa prendersi in giro e sa prendere in giro, seduto sul suo trono tra due teschi umani recuperati da cremazioni non del tutto avvenute.
Una sera ci sediamo tra i fedeli di Lali Baba a vedere il suo Aarti, uno spettacolo indimenticabile! E Lali Baba mi ha anche promesso di aggiungermi al suo msn e come amico al suo profilo di facebook!
Ma a Varanasi oltre alla vita c’e’soprattutto la morte: per gli Hindu morire qui,farsi cremare qui e spargere le proprie ceneri nel Gange aumenta le possibilita’ di Liberazione dal ciclo delle rinascite. Cosi’le strade sono invase da moribondi e malati, i ghat sono pieni di gente che dorme chiudendo gli occhi e pregando di non riaprirli piu’. Ognuno con le tasche piene i soldi per le costose cremazioni, per evitare di essere bruciati frettolosamente senza che tutto il corpo, nelle tre ore richieste, venga ridotto in cenere. E tutti questi malati creano malati. E cosi’la citta’si riempie di ospedali e luoghi di cura. Con Nandan visitiamo la casa di Madre Teresa, piena di malati mentali, storpi e menomati. I pazienti ci guardano con rispetto, baciandoci i piedi e facendoci il segno di saluto con le mani in segno di preghiera. In un altromomento andiamo in un lebbrosario, nel monastero che ha curato piu’malati di lebbra di tutto il mondo, utilizzandola medicina ayurvedica e le erbe himalayane. Decine di letti sporchi e scuri di malattia e medicamenti ospitano persone senza mani o dita o piedi o con il corpo rovinato dalla lebbra. Un medico mi spiega come funziona il centro, ma io ho la testa un po’ nel pallone. Il centro e’ gestito dagli Aghori, una setta hindu dedica al culto di Shiva. Nel loro tempio, la cui porta e’ introdotta da riproduzioni di teschi, con la legna delle cremazioni brucia un fuoco sacro circondato dai tridenti del dio sporchi di fumo. Gli Aghori sono noti in tutto il mondo per essere una setta cannibale, distruttrice, necrofila. In realta’ le cose non stanno piu’ cosi’da tempo, la setta si dedica a beneficienza e azioni altruiste. Ma tra gli aghori ci sono ancora dei pazzi. Nandan mi ha confessato che per un lavoro che fece per la cbs questi gli chiesero di trovare un Aghori cannibale e, per pochi soldi, aveva trovato un monaco outsider capace di mangiare un cadavere. Per il corpo non c’erano problemi, i dom buttano nel gange senza cremare i corpi dei morti non riconosciuti dai parenti entro due settimane. Alla fine la cbs decise di non girare il caso, ma durante l’ultimo Khumba Mela, la grande festa che si tiene ogni dodici anni in India, una troupe giro’,senza mai mandarla in onda, una scena lungo il Gange ad Haridwar in cui un bambino di dieci anni divorava la gamba di un cadavere dopo essersi scolato una bottiglia di whisky.
Ma oltre all gente che cerca di morire per caso c’e’gente che vuole morire con coscienza, passando l’ultima delle quattro fasi della sua vita a Varanasi in un monastero dove si vive per morire. Ce ne sono decine ma noi ne visitiamo solo uno, vicino ai Ghat piu’ a sud. La gente viene qui una volta che ha compiuto i suoi doveri di marito e padre (si parla solo di uomini naturalmente), maritando tutte le figlie e assicurando ai figli un’eredita’. Una volta qui ci si spoglia di tutto, si veste solo un cencio, rigorosamente arancione, e ci si preparaad una vita fatta di niente, cercando di raggiungere la morte tra sofferenze e privazioni, per avere una prossima vita migliore o per non averla proprio. Chi vive in questi monasteri e’obbligato a ripeter un mantra ben specifico consegnato da un Baba migliaia di volta al giorno, e non puo’avere ne’ proprieta’ ne’lavoro e deve procurarsi il cibo mendicando. Dentro al monastero ci fermiamo a parlare con un vecchio. Ha ottant’anni ed e’disteso quasi nudo su un asse di legno sotto una tettoia, questa e’ la sua casa da trent’anni, da quando ha deciso di trasferirsi per sempre a vivere a Varanasi aspettando la morte. Trent’anni e ancora non e’arrivata. Ci dice di pregare ogni giorno per avere una morte, ci racconta della sua condizione, ci dice di essere felice. E gli credo. Nonostante non abbia niente, se non la sicurezza di avere piu’ facilita’ nel raggiungere l’infinito.
Ma la morte e’ soprattutto cremazione a Varanasi. Qui, quando le persone muoiono, vengono trasportate su lettini di bamboo in vendita ovunque per le strade. Il corpo e’avvolto in un sudario e viene posto, dopo essere stato bagnato nel Gange, su una pira di legname (la legna riempie varanasi, cataste di legna ovunque). Dopo di che il figlio maggiore, che si e’rasato i capelli, prende il fuoco da un dom, un intoccabile addetto alla cremazione, e accende la pira. Ci vogliono tre ore perche’ il corpo bruci continuamente.
Il mio primo incontro con la cremazione cel’ho la mattina in cui prendiamo la barca. Attracchiamo ad un Ghat lacui scalinata e’nera di fuliggine e cenere versata nel fiume. Saliamo una scala e ci troviamo sulla piattaforma dove avvengono le cremazioni. Quando arriviamo noi non ci sono funerali in corso,ma la legna al centro della piattaforma continua a bruciare rossa di fuoco coperto da cenere. Sono diversi i turisti che arrivano qui la mattina e i dom, i veri ricchi di Varanasi, cercano di spillare qualche soldo. Sono persone senza scrupoli e senza valori, quasi sempre ubriachi di whisky e morte. Tra la legna che brucia ci sono tre cani. Ceracano qualcosa da mangiare. Uno trova un legno su cui e’ rimasto attaccato un pezzo di cadavere. I cani si litigano la carne strappandola a morsi dal ciocco ancora caldo. Ai luoghi di cremazione ci torno anche piu’ tardi, quando da una piattaforma poco sopra le pire vedo un fuoco appena acceso. Il sudario brucia immediatamente e sotto lascia intravedere la faccia di una persona grassoccia. In poco tempo il bustoe’ in fiamme e le gambe si staccano dal corpo. Questa e’una fortuna,mi dice Nandan, perche’ spesso la pelle si raggrinzisce e tira le gambe e le braccia che sembrano alzarsi, costringendo i dom a dare colpi con dei legni per rompere le articolazioni. Il fumo che sale sa i arrosto e di cucina. Capisco perche’ gli hindu sono vegetariani.
Saluto Nandan con un abbraccio, all’occidentale, cercando di trasmettergli tutta la gratituidine per i giorni passati assieme. Mentre sono sul treno ripendo a Varanasi.

Non credo che esista in tutto il mondo un posto cosi’.

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giovedì, 07 agosto 2008

La mia giornata ad Agra e' stata una delle piu' faticose del viaggio.
La mattina inizia presto, con la sveglia che suona alle 5 e mezza per trovarmi immerso in un lago di sudore. Poco dopo sono in macchina, in una vecchia Tata un po' scassata, in direzione di Fatehpur Sikri, una citta' fantasma, costruita nel XVI secolo dagli arabi e subito dopo abbandonata. Arrivo poco dopo le sette, il sito ha appena aperto. La macchina mi lascia lontano dalla citta'. appena dentro le mura al cui interno vivono migliaia di indiani che hanno costruito le loro catapecchie appoggiate alle rovine. Subito vengo assalito da guidatori di rikshaw che cercano di spillarmi soldi per portarmi al centro del sito. Accetto volentieri di farmi fregare due euro e cosi' risparmio un paio di chilometri di cammino. Arrivato li' incontro una di queste guide improvvisate che per pochi centesimi vuole spiegare tutto. Mi porta prima nella moschea. Anche lui e' mussulmano, come molti in questa zona, e trovo il cortile gia' pienodi gente intenta in preghiere. La mia coppoletta nera mi permette di non indossare gli stupidi berrettini di plastica che danno ai turisti che vogliono visitare la moschea ma hanno l'obbligo di coprirsi il capo. Il lavoro di costruzione e di intaglio della moschea e' incredibile, e mi sembra di essere in un paese arabo (ma forse dimentico che anche qui il 13% degli indiani e' mussulmano). All'uscita tentanop di vendermi qualsiasi cosa, come sempre, ma li allontano per visitare il palazzo. Deserto e intonso come un set cinematografico appena finito di utilizzare, con ogni scultura al posto giusto, con ogni peitra al posto giusto. Pochissimi turisti ancora e grandi spazi per passeggiare. E' davvero bello il palazzo, molto di piu' che il forte di Delhi, cui assomiglia molto. Sono ormai le nove e trenta quando ritorno al parcheggio e trovo il mio autista cieco da un occhio ad aspettarmi addormentato. Velocemente torniamo verso Agra, passando nel mezzo di una strada dove vendono impianti acustici per matromoni. SI tratta di piccoli carretti su cui sono caricati enormi altoparlanti che faranno ballare centinaia o migliaia di persone. Per pubblicizzarle i due negozi che li vendono hanno posizionato delle casse in mezzo alla strada sparando musica a tutto volume. I due negozi sono uno di fronte all'altro. Mentre con la macchina passiamo attraverso i due schieramenti musicali mi devo tappare le orecchie per l'eccessivo rumore. Penso a quelli che si lamentano per le chiacchiere sotto casa... Ad Agra incontro il guidatore di autorikshaw che mi aveva portato in hotel il giorno prima e insieme andiamo alla scoperta della citta'. Prima i templi piu' piccoli, quelli lontano dal centro, alcuni che nemmeno sono segnati sulla guida. Poi gli chiedo di farmi vedere qualcosa di diverso dalle architetture, le tombe e i monumenti, e lui mi porta dall'altra parte del fiume dove c'e' il quartiere delle lavandaie. Qui viene portatala biancheria di tutti gli alberghi e le ceste che raccolgono i vestiti da lavari nei negozi in giro per la citta'. Gli indumenti vengono ammucchiati sulla spiaggia e lavati, a secondo del colore, in enormi bidoni di ferro pieni di sostanze chimiche. Dopo di che i sari colorati e il resto vengono sciacquati nel fiume e stesi ad asciugare (per quanto riguarda la biancheria), appoggiati sulla sabbia del fiume (per quanto riguarda i delicatissimi sari di seta). Da li' ci spostiamo in una zona agricola, non lontano dal Taj Mahal, il monumento piu' damoso di tutta l'india. Qui una vecchia signora vive in una capanna sul fiume, ha pochissimo per vivere, quasi niente, ma accanto a casa sua ha due idoli a proteggerla e un pozzo moghul  ormai pieno di fango. Da lontano vede il Taj, una vista da hotel cinque stelle. Piu' tardi ci avviciniamo alla parte dietro del Taj, dalla parte del fiume. QUi i bufali pascolano indisturbati, curati da giovanissime ragazze in sari colorati. Attorno a me non c'e' nessun altro, solo gli animali e l'enorme monumento davanti a me.
Nel pomeriggio visito anche il Forte Rosso, Red Fort, simile a quello di Delhi ma piu' maestoso e piu' curato nei dettagli. All'interno mi perdo per un paio d'ore tra gli edifici e immagino la vita che c'era qui 450 anni fa, quando il sovrano fu spodestato dal figlio e improgionato nella parte alta del palazzo dove, unico desiderio del monarca vicino alla morte, poteva vedere il monumento fuinebre dedicato alla moglie, il Taj Mahal. Ed eccolo finalmente questo benedetto Taj Mahal. In citta' non si parla d'altro, dai venditori ambulanti alle guide improvvisate. Scenograficamente nascosto dietro un'alta porta rossa, si staglia intutta la sua bellezza di meraviglia del mondo di fronte agli occhi dei visitatori, per la maggior parte indiani. Scattano foto di famiglia con fotografi professionisti, chiamano gli amici e dicono loro di essere al Taj, chiedono agli occidentali di posare con loro nei loro scatti, per dimostrare di aver visto in un colpo solo due cose strane ad Agra.
RImango al Taj fino al tramonto, velato dalle nuvole e da una pioggia sottile e fredda. Come freddo e' il marmo della tomba. E' divertente  che il monumento piu' famoso dell'India sia una tomba, in un paese noto per la cremazione dei cadaveri.
Recuperati i bagali vado alla stazione ma scopro che non ho il permesso di salire sul treno. Secondo il complicatissimo sistema di classi e prenotazioni delle ferrovie indiane, il mio biglietto si trova in lista d'attesa di un posto. In parte e' colpa mia che avrei potuto pagare un supplemento nel pomeriggio per avere la certezza del biglietto, un po' e' colpa di questi caotici pazzi abitanti di questa nazione. Cerco di capire qualcosa ma nessuno parla inglese. Un vecchio signore di prima classe mi da' una mano a tradurre, ma non c'e' niente da fare. Per fortuna recupero l'autista che mi aveva portato tutto il giorno che mi da' una mano a prenotare in un'agenzia un treno per il giorno dopo. Torno all'hotel, ma tutto e' pieno. Decido di non spostarmi di molto e vado nella guest house a fianco, ricolma solo di turisti indiani. Mi fanno un prezzo abbastanza alto per la sistemazione che offrono, ma accetto senza pensarci due volte. La camera e' piccola e sporca, ma soprattutto e' calda come fosse un forno, umida come fosse appena piovuto. Nel frattempo va via anche la corrente e parte il generatore nel cortile, il cui rumore ricorda quello di una vecchia locomotiva. Inizia a piovere. Decido di non uscire per cenare. Faccio girare il ventilatore ma e' troppo rumoroso, accendo l'aircooler ma non funziona. Dalla finestra entra la pioggia, da un'apertura in alto sopra la porta entrano le zanzare. La notte passa culata dal rumore di un televisore acceso su uno sceneggiato indiano con tanto di musiche e balletti...
 
La mattina dopo salgo sul treno per Varanasi. Prima Classe, con tutti i comfort. Mi addormento avvolto nell'aria condizionata gelida. Mi risveglio che e' buio, arrivo alla stazione e trovo Nandan, il ragazzo che ho conosciuto su couchsurfing e che mi ospitera'' a casa sua e delle sua famiglia in questi giorni. Ha la faccia simpatica ed e' un buon chiacchierone come me. Passiamo il viaggio in rikshaw e la notte a parlare della sua nazione e della sua citta' che ama piu' di ogni altra cosa al mondo. Mi addormento in una stanza calda ma che mi sa di casa, con il pavimento pulto e le pareti dipinte da poco, con libri in inglese sul comodino e un bagno lindo e con la carta igienica. Finalmente un po' di tranquillita'.
 
Ora e' il secondo giorno che passo a Varanasi e ci staro' ancora domani. Qui c'e' l'essenza dell'induismo, tra cpire che briciano cadaveri e persone che fanno abluzioni nel Gange. Giro con gli occhi sempre spalancati e i piedi quasi sempre scalzi, non potendo entrare con le scarpe praticamente da nessuna parte. Ma questa citta' merita un racconto tutto suo. Racconto che arrivera' presto.

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domenica, 03 agosto 2008

A due metri dal Gange la notte e' una ninna nanna di natura. Spente le pale dei ventilatori, attorno a me solo il silenzio dell'ashram e lo sbuffare della corrnte che, proprio sotto al mio balcone, si attorcigliava attorno ad una roccia nera.
La mattina mi regala il sole. Bello e caldo, buono e misericordioso, come direbbero qui. La valle sembra quasi un paesaggio a me familiare, perso in qualche angolo di Lombardia. Per colazione mi concedo una cinnamon roll in uno dei rari posti per occidentali, poi faccio un salto in una libreria dove compro un paio di libri in inglese e poi mi incammino attraverso il bosco fino alla parte bassa della citta'. Qui c'e' piu; vita, l'animazione vibra di commercio e fede, con i soliti bagni nel gange e le offerte a degli dei di plastica colorata. Un signore anziano viene avvicinato da un sacerdote che lo invita a fare un'offerta di acqua alla statua. Recitano mantra incomprensibili mentre i liquamo marroni del gange appannano il Linga di marmo.
Qui e' pien di centri di meditazione, per la maggior parte molto piu' seri di quello dove sono stato io. Qui ci vengono per mesi gli indiani a scoprire qualcosa di piu; su di se', sulle proprie azioni e reazioni, sulla liberazione della propria anima. Attraversato il ponte mi siedo in un piccolo ristorantino all'aperto dove mangio un ottimo riso speziato, condito con erbe ayurvediche. Una donna occidentale visibilmente fuori di testa, accompagnata dalla sua bambina biondissima e scalza, gironzola tra i tavoli parlando tra se'. Figlia di un'epoca in cui ci si poteva permettere di scappare, con un sogno probabilmente finito dentro un cesso, quella donna si ritrova ora con un'esistenza che le diventera' sempre piu' triste. E con lei trascinera' la bambina che vedo dare pacche sulle chiappe alle mucche per la strada.
Da rishikesh prendo un autorikshaw fino ad Haridwar dove mi accoglie un'acquazzone.
Mi rifugio nella mia capanna di paglia e bamboo e sotto la mia tettoia si ripara anche qualche scimmia. Nel pomeriggio incontro un mio ex compagno di scuola un anno piu; grande di me che e' in India in vacanza con il fidanzato. Ci diamo appuntamento nella via principale e insiem torniamo al tempio Mansa Devi a fare le nostre offerte e al Ghat dove ci aspetta la Aarti, la benedizione. Se e' possibile c'e' ancora piu' gente del giorno prima, tutti concentrati chi nel gioco nell'acqua, chi nella preghiera. Lasciamo le scarpe e scendiamo tra la gente che, qui come un po' ovunque, mi chiede di fotografarla. Sono tutti in vacanza, o meglio in pellegrinaggio. Ho scoperto infatti che in questa settimana cade una festa annuale in cui da
utta la nazione la gente arriva ad Haridwar a piedi, dopo anche un mese di cammino, per recuperare l'acqua del Gange e riportarla al tempio del proprio
paese per donarla al Dio. Il rito pero' non e' valido se la bottiglia con l'acqua tocca la terra, e cosi' sono in tanti a girare con un trabiccolo di legno pieno di colori che tenga l'acqua sempre sollevata, anche di notte.

In serata ci concediamo una cena di lusso, nel miglior ristorante della citta', frequentato da qualche turista e da ricche famiglie indiane. La cena finisce con della polvere di Betel, la noce saporita che qui, come gia' in Birmania, la gente mastica mescolata a calce spenta e a tabacco.
Prima di dormire due chiacchiere lungo il fiume, in compagnia delle zanzare, prsenti ovunque.
La notte e' breve, la sveglia infatti suona presto. E' ancora buio quando salgo sulla bicicletta che mi porta alla stazione. Li' una babele di voci e suoni non mi fa capire quale sia il mio treno. In piu' il mio posto non e' assegnato, sono in lista di attesa, solo consultando una tabella appesa sulla carrozza posso scoprire quale e' il mio posto. Riesco a prendere il treno al volo e mi sistemo in una cabia con quattro cuccette. Una e' vuota, nell'altra ronfa un commerciante di stoffe, su quella accanto a me si e' sistemato un ricchissimo vecchietto dirigente d'azienda. Chiacchieriamo un po' della sua nazione e si dice stupito del giro che ho deciso di fare qui, povero di arte ma ricco di luoghi carichi di spiritualita'. Velocemente gli faccio capire che non intendo convertirmi alla sua religione e lui sorride e mi chiede come siano i cattolici in Italia. Rispondo come so e come posso e un po' mi fa tristezza il pensare come da noi la religione sia vissuta in maniera cosi' asettica e senza partecipazione. Un po' dormo, un po' mangio, un po' leggo. E alle quattro del pomeriggio arrivo ad Agra.
Alla stazione viene a prendermi uno dei ragazzi dell'albergo, un cortile su cui si affacciano camere e tavolini con ragazzi di tutto il mondo, un posto dove socializzare e scambiarsi opinioni. Chiacchiero con due spagnoli e due francesi. Poi mi passa la voglia di ripetere sempre le stesse cose e vado verso il centro. Un autista di riksaw si offre di portarmi gratis verso il Taj, il monumento piu' famoso di tuttta l'India, se pero' passo con lui in
due negozi dove a lui daranno dei soldi solo per avermi portato, anche se non compro niente. Non ho nulla da fare, lui ha la faccia simpatica e la bocca con un solo dente, decido di andare con lui. Mi porta in un negozio di tessuti terribili e poi in un posto dove lavorano il marmo, con dimostrazione annessa. Compro per un euro un portaincenso tanto per concludere la mia visita con il vecchietto che mi lascia sotto un piccolo ristorante di cucina indiana e koreana. Dentro ci trovo infatti due coreani nel tavolo accanto al mio. I due, trendy anche se sudati e sporchi di polvere, sembrano usciti da un libro di fumetti e non parlano una parola di inglese. Mi offrono un boccale di birra e mentre brindiamo mi chiedono di Cannavaro, Totti e Camoranesi. Faccio finta di essere un grande tifoso e li invito a vedere una partita di calcio in Italia: tanto ne' capivano bene l'ingese ne' probabilmente verranno mai. Torno verso l'hotel senza passare da Taj, riservandomi per domani sera al tramonto la sua scoperta. E' una delle sette meraviglie del mondo moderno e tutti ne parlano come di un vero capolavoro. Nel frattempo il centro internet si e' riempito di persone un po' troppo uguali l'una con l'altra per essere interessanti. Poco piu' in la', mi dicono, c'e' anche un gruppo di italiani. So che li evitero' accuratamente...

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La notte della capanna e' andata meglio del previsto. Nessun avvistamento di animali, escluso qualche insetto innoquo, e una giusta frescura data dai ventilatori che giravano ronzando. L'unico disturbo sono stati dei tonfi sul tetto che, essendo di legno, ha fatto da cassa di risonanza. La mattina ho chiesto ad un ragazzo: si e' trattato di scimmie, e' pieno nella zona e di notte sono su alcuni alberi proprio vicino alla camera. E in effetti per strada ho visto molte scimmiette, di quelle piccole e pelose. Oltre alle solite vacche, gli asini e qualche cane che dormicchia al centro della strada, sicuro che per il sacro Vishnu nessuno lo tirera' mai sotto con la macchina.

Soffrendo come al solito il caldo che quest'oggi e' abbastanza opprimente, me metto in marcia verso la fermata dei piccoli bus, per cercare qualcuno che vada a Rishikesh. Appena mi avvicino capiscono dove voglio andare e mi si fanno davanti in quattro. Oguno offre un prezzo, alla fine scelgo il piu' economico: 25 rupie, 40 centesimi di euro, per arrivare fino a Rishikesh, ad un'ora di strada da qui. Il viaggio lo faccio in uno di questi trabiccoli a quattro ruote, con un portabagali trasformato in cabina passeggieri a quattro posti. Comodissimo se non fosse che eravamo in undici! Due ragazzi pakistani, io e una famiglia indiana composta da vecchia mamma, genitori e tre figli, di cui una adolescente. Tutti quanti hanno passato l'intero viaggio a guardarmi, appollaiato sul mio pezzettino di sedile, con le gambe fuori e le mani strette attorno al palo che sorregge il tettuccio per non cadere fuori, visto che le porte non ci sono. E dopo avermi guardato capisco che parlano di me, si chiedono di dove sia. Alla fine uno dei due ragazzi, masticando un inglese tremendo, riesce a trovare il coraggio di parlarmi e fa da traduttore per tutti. Pensavano fossi tedesco, colpa forse degli occhi azzurri.

Arrivo a Rishikesh e cambio mezzo di trasporto, finendo su uno ancora piu' affollato che si arrampica su una strada in salito per le montagne fino alla parte finale del paese, Lakshman jula. Qui scendo per le stradine e respiro subito un'a;tra atmosfera rispetto ad Haridwar. Niente folle, niente pellegrini. Qui c'e' solo la gente del posto e molti indiani che usano Rishikesh come base per camminare fino alla sorgente del Gange. Attraverso il ponte sospeso che collega la citta' divisa in due dal fiume e mi ritrovo in un ambiente piacevole e che non sento respingente, come avevo provato ad Haridwar. Qui nessuno mi guarda con curiosita' morbosa, chiedendosi chi io sia e che ci faccia li' in mezzo, curiosita' che in fretta diventa razzismo. Qui i turisti ci sono e si vedono. Pochissimi, una ventina forse in tutto, ma in un posto cosi' piccolo e' facile vederli. Qui ci sono scritte in inglese, internet point e perfino una german bakery che manda canzoni di Manu Chao. Qui, quarant'anni fa, i Beatles vennero a stare per due mesi, in cerca dell'ispirazione, in puro stile hippye. Qui ci sono Sadhu, Baba, Paria in cerca di elemosina, Sacerdoti e qualche fedele. Soggiornarono in un Ashram che ora non c'e' piu' ma alla fine se ne andarono avendo visto troppe cose losche girare attorno al loro Guru. Di quel periodo resta un'eredita' che fa di Rishikesh la capitale del mondo dello Yoga. In quattro strade sono concentrate decine di scuole e monasteri dove si studia meditazione Yoga e quanto altro e' legato alla dimensione piu: pratica dell'hinduismo. Medicina ayurvedica, danze e musiche, massaggi. Dopo pochi passi sono nel monastero che mi ospitera'. Il mio Ashram affaccia proprio sul Gange e ha un piccolo tempio a picco sul fiume. Il posto, dedicato allo studio e alla meditazione, e' abituato a ricevere turisti stranieri, sia quelli intenzionati ad avere un'illuminazione, sia quelli di passaggio. Scelgo la camera piu' cara, circa sette euro, e mi sistemp in una stanza rozza e un po' sporca ma con un bellissimo balcone enorme che affaccia sul fiume e le montagne. Non c'e' acua calda, non ci sono lenzuola ne' asciugamani, non ci sono cuffiette proteggi capelli per la doccia ma nemmeno un sapone, in compenso ci sono le impronte rosse di due mani sulle pareti, lasciate da qualche fedele adorante, e un paio di ragni che abitano la parte alta della stanza. Io mi prendo la parte bassa e esco a fare due passi. Visito un tempio che pare un supermercato. Una quindicina di piani, da percorrere in senso orario, carichi di statue di divinita', e ogni statua ha una campana e un cestino delle offerte e allora vai. Dong, ding, dang. E' tutto un risuonare di campane, con tutti i fedeli che festanti baciano e abbracciano i linga, i simboli fallici di Shiva presenti ad ogni piano. Ogni tanto c'e' un sacerdote che da' una benedizione, e chiede qualche soldo. Arrivato all'ultimo piano il Baba mi fa sedere e mi segna la fronte con il bindi di Shiva. Poi mi offre un po' di acqua tra le mani facendomi segno di berla e poi mi da' qualche chicco di riso soffiato da mangiare. Nel frattempo recita qualche preghiera incomprensibile e mi infila al collo una collana di pietre di legno. Ossequioso unisco le mani e faccio un piccolo inchino, mentre lui mi indica la cassetta dove posso lasciare la mia offerta.

Piu' tardi torno al mio Ashram dove un maestro tiene la lezione di Yoga. Evito quella avanzata del Guru capo dell'Ashram, e mi dirigo verso quella per beginners tenuta da un giovane allievo yogi, snodato come un contorsionista. Mi giro e mio rigiro in posizioni assurde dai nomi assurdi, scoprendomi piu' snodato di quanto pensassi, ma con grandi problemi alla parte bassa della schiena, come mi fa notare l'insegnante. Non manca poi la parte di respirazione pranayama e la ripetizione della lettera Om, contemplando la quale finisce la lezione. Prima di lasciare la stanza mi metto a chiacchierare con un ragazzo turco che, atterrato a Delhi, intende tornare in patria by train ma ha problemi con i permessi e i visti (chissa' se ha controllato sulla cartina prima di partire: meta' di quei paesi sono in guerra!). Intanto lo Yogi ha finito la sua lezione e trovo due spagnole che dormono accanto a me che lo riempiono di domande stupide e un po' fuori luogo. Da lontano sembra la scena di un film, con il guru vestito di tunica bianca, capelli e barba lunghi, che dispensa saggezze che cambiano la vita.

Nell'Ashram vivono anche delle persone preposte al massaggio ayurvedico e cosi', per non farsi mancare niente, decido di sottopormi a quello che pensavo sarebbe stato un modo piacevole e rilassante per passare un'oretta... Mi spoglio e mi sdraio su un lettino duro e un ragazzo entra cospargendomi di olio. Con le dite preme in alcuni punti di pressione ben definiti, poi, dopo essersi scaaldato le mani, inizia con la pressione sul corpo che si fa via via sempre piu' forte e faticosa da sostenere, soprattutto in alcuni punti, come i polpacci o i lombi. Stringo i denti e mi dico che piu' tardi ci sara' la parte paicevole, ma poi passa ai piedi, e la tortura aumenta. Per fortuna che il massaggio finisce con la testa... peccato che ci versino sopra olio in abbondanza e il risultato e' un casco di capelli unit. Finito il massaggio mi scopro in realta' completamente rilassato e senza piu' nessun dolorino muscolare. Mi riprometto di rifarne un altro di massaggio prima di tornare in Italia.

Esco dal massaggio che ormai sta arrivando la notte. Le strade diventano buie e sia le scimmie che le mucche vanno a dormire. In giro ci sono solo mendicanti neri come le tenebre e qualche matto. Come quello che mi si e; avvicinato, piu' alto del normale, barba e capelli bianchi, occhi azzurri come una pietra preziosa. Hello, do you speak english? mi chiede. Rispondo di sie mi fermo per sentire che ha da dire. Lui mi mette una mano sulla spalla e mi dice: aiutami, sono schizzofrenico! Imbarazzato e senza sapere che fare, capisco che la troppa meditazione puo' fare male. Lascio il vecchio, probabilmente americano, e vado verso il ponte sospeso. Dalle montagne scende la bruma che, azzurra come il mare, si eleva dall'acqua del gange che romba e continua a rombare. Passeggio sul ponte sul fiume. Sotto di me il fiume, sopra di me il cielo, attorno solo il vento.

Chiudo gli occhi e sto bene, bene davvero.

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