Ci sono cose che vale la pena raccontare. E altre che sono più interessanti.
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gionapeduzzi(at)gmail.com
Inizialmente mi ha incuriosito il pacco. Insolito per un dvd. Di grande formato, come si trattasse di un grosso libro di fotografia. Sulla copertina gli occhi di un bimbo curioso e, dietro, Amir Khan, la star indiana di Lagaan. Tutto attorno pesci e polipi e uccelli colorati. Disegni di bimbi attorno al titolo del film: Taare Zameen Par (तारे ज़मीन पर) che in italiano significa "Stelle sulla terra" ma che in inglese è diventato "Ogni bambino è speciale".

Per 499 rupie, meno di dieci euro, ho comprato il pacco del film a Calcutta, l'ho infilato nello zaino e l'ho portato in giro per l'India prima di arrivare in Italia. A casa il pacco è rimasto sulla libreria fino a ieri sera.
E ha aspettato troppo.
Il film racconta di un bambino di dieci anni, il bravissimo Darsheel Safary, che vive nel suo mondo. Niente di più e niente di meno di un bambino o troppo introverso o troppo curioso. Sogna ad occhi aperti, ama fermarsi e fissare le cose belle del mondo, sente la vita aprendo le braccia contro il vento dal finestrino di un autobus. Ma Ishaan, così si chiama il bambino, in realtà e malato. E nessuno lo capisce. Niente di grave in realtà, solo un po' di dislessia. Che non riconosciuta però porta i genitori a crederlo un ribelle e a chiuderlo in un collegio dove, per fortuna, trova iun insegnante d'arte che capsice il suo disagio, lo stesso di Einstein, e lo salva dalla solitudine e dall'isolamento guidandolo verso la sua strada.
Il tutto condito da qualche canzone che, se nei film di bollywood sono un momento di svago e divertimento, qui diventano casse di risonanza delle emozioni che il film accompagna a vivere, a volte un po' troppo ammiccando.

Un film da vedere assolutamente, recuperandolo in rete o in una videoteca indiana per ora, visto che non è prevista una distribuzione italiana. La Walt Disney intanto ha acquistato i diritti per la distribuzione Home Video per America, Uk e Australia, speriamo che si accaparri anche quelli per il resto del mondo, così da portarlo anche nelle nostre videoteche. Altrimenti ci tocca sperare che Taare Zameen Par vinca l'Oscar per cui è appena stato candidato dall'India.
Nel bellissimo pacco del film (uscito in India a fine luglio 2008, sette mesi dopo la prima nei cinema) con il dvd ci sono anche un dvd di contenuti speciali, il cd della colonna sonora, un flip book (che si trova anche nel film), due stampe da appendere, opuscoli e un libricino. Qui i trailers.
La chiesa si svecchia e prega on line. E al cellulare. E via wap. E sul palmare. E via mail.
Per avvicinarsi ai giovani usando mezzi giovani.
Peccato che i contenuti non cambino e l'approccio alla fede sia identico a quello che si ha nelle chiese o negli oratori. Noioso e antico. Senza interazione vera, come una pioggia che arriva dall'alto.
A quando la FEDE 2.0?
Intanto gustatevi questo gioco on line...
Amo viaggiare e ancora di più amo raccontare. E raccontare di viaggi mi piace davvero tanto.

Con un racconto tratto da un post scritto su questo blog quando ero a Bombay e qualche foto che ho fatto lì ho vinto il secondo premio in un concorso di racconti di viaggio. Come era successo l'anno scorso quando in un altro concorso avevo vinto un biglietto per Madrid.
Quest'anno volerò in Egitto. Pronto per scrivere nuovi racconti e scattare nuove foto.
Vorrei avere cento mani e cento teste e cento occhi. Vorrei fare cento cose contemporaneamente ma la vita mi obbliga a farne una. Ma la testa intanto gira, ma gira a vuoto, e così va a finire che ti tocca dire che ti gira la testa, ma non è come pensi. Ci vorrebbero 48 ore in un giorno, o forse basterebbero dieci ore in più, o qualche ora in meno di lavoro. Per togliersi quel senso di insoddisfazione, per ricordarsi tutto, per non perdersi niente. Oppure basterebbe avere un po' di calma e bersi una camomilla... Ma io non amo la camomilla e odio la calma.
Come sarei stato...
Perchè il passato è passato, ma a volte ritorna. Purtroppo.
La pioggia insistente e pesante di ieri mi ha fatto paura. Ho pensato che sarebbe arrivato il diluvio. Forse addirittura quello Universale. Così mi sono messo a cercare sille Pagine Bianche Noè.
Ho trovato 796 risultati.
Immagino che il primo sia quello giusto.
Vive a Castano Primo, in provincia di Milano, in via Nino Bixio. E sull'elenco telefonico non ha nemmeno il cognome, non serve.
Ma se scorro l'elenco degli altri Noè (forse il primo è solo un usurpatore) trovo gente strana.
Noè a Mare Disperso Salvatore, ad esempio, ha sicuramente qualcosa a che fare con il diluvio, sarà lui quello che cerco?
Più in basso ecco a San Salvo (Nomen Omen): Noè Antonio Installatore Idraulico. Una chiara professione di copertura. Il problema è che di idraulici ne trovo altri 3. Tuttio si chiamano Noè. Tutti hanno problemi con le acque, senza essere in cinta.
A Buccinasco trovo Noè Ardito che con il suo coraggio può essere il Noè che cerco, o forse il Nostro si nasconde nell'Ambulatorio per Animali Noè, dove sta preparando le coppie da condurre in salvo. O forse si nasconde a Guanzate dove trovo un Noè Falegname, alle prese con la costruzione dell'Arca.
Sono confuso. E la pioggia intanto batte sulla finestra fino a non far vedere più cosa c'è fuori.
Mi decido e chiamo il primo Noè. Non c'è più tempo. E' lui sicuramente, a Castano Primo provincia di Milano.
0331 883960
Occupato. Tutto il mondo lo stà chiamando. Se tutti gli animali lo stanno chiamando, passeranno giorni prima che possa trovarlo libero.
Per fortuna che ora ha smesso di piovere. Grazie a Dio.
Se avete almeno dieci minuti di tempo (dieci, non di meno, non basterebbero). passate dal sito www.thecide.com e scoprite qualcosa di davvero diverso: "The Cide".
Un fotoromanzo che al computer diventa quasi un fumetto o un libro illustrato o una graphic novel, ma appena si gira la pagina (virtuale) si muove. Poco, un accenno.
Quanto basta per non farti credere di stare leggendo un giornaletto. E poi i suoni, anche lì un accenno, mescolati alla musica. Per raccontare una storia che in questa prima puntata si accenna appena, ma che nei numeri successivi si racconterà in Italiano, Inglese, Francese, Portoghese e Spagnolo. Una cosa davvero nuova che merita pubblicità, perchè chi ci ha lavorato ha investito tempo libero e qualche soldo e tanta passione e tanta creatività, rinunciando a sere libere con le fidanzate per seguire le storie che si raccontavano con le foto per poi diventare altro. Il tutto appena fuori Roma, verso il mare.
Fate girare il link, fatelo per il web, fatelo per voi.
La notizia di una morte ci lascia quasi sempre indifferenti.
La guerra, le bombe, le alluvioni, i suicidi. Lo stesso quando qualcuno ci racconta della morte di qualche loro amico o parente che non conosciamo. In questi casi la morte è come il matrimonio, la nascita, l'acquisto di una casa: un evento importante nella vita di qualcuno. E come non ci tocca il matrimonio di qualcuno che non conosciamo, allo stesso modo non ci tocca la morte.
Diverso è quando a morire è qualcuno che fa parte del nostro mondo, della nostra rubrica del cellulare, degli amici di facebook, dei fratelli degli amici, degli amici degli amici. Gente che magari abbiamo visto una sola volta e che probabilmente non avremmo rivisto più ma che ora sicuramente non rivedremo più. Con assoluta certezza.
Poniamo il caso che dall'Alto fossimo posti davanti al seguente dilemma: scegli se schiacciare il bottone blu e far morire una qualsiasi delle persone che hai sulla rubrica del cellulare oppure scegli di schiacciare quello rosso e decidi di far morire mille bambini a caso in Rwanda.
Come reagiremmo? In sincerità credo che chiunque schiaccerebbe senza indugio il bottone rosso. Con sensi di colpa, con dolore, con rimorsi. Ma schiaccerebbe senza subbio il bottone rosso. E mille bambini africani morirebbero.
E in quel caso saremmo delle bestie? Non credo.
Credo che sia umano considerare la morte solo quando ci tocca. Come è successo a me ieri, quando in mattinata mi ha raggiunto la notizia che un amico dei miei genitori ha perso il figlio, 20 anni e mille progetti, in un incidente stradale.
Morto sul colpo tra i rottami silenziosi in una notte piovosa della Brianza.
Ed è stato diverso, rispetto agli articoli di giornale. E' stato diverso, anche se questo ragazzo non lo vedevo da dieci anni o forse più, è stato diverso perchè so chi sta piangendo. Mentre per i mille bambini africani non conoscerei nemmeno una persona che sarebbe travolta dal dolore.
E, senza indugio mai, schiaccerei sempre il bottone rosso.
Click.
Tra le varie cose che ho portato con me dall'India ci sono anche alcuni film, tra cui Saawriya, un blockbuster prodotto da Bollywood basato sulla storia delle Notti Bianche. Il film musicale è stato promosso in India come il Moulin Rouge Masala, interamente girato in studio dove è stata ricostruita una scenografia ispirata al film di Baz Luhrmann, con tanto di scritte fatte con le lampadine e un'etera a fare da racconta storie. Nel complesso il film ai nostri occhi risulta un po' naif e il protagonsita sembra quasi senza spessore drammatico, ma le scene musicali sono davvero belle. Su Youtube si trovano molti spezzoni del film, qui un trailer.
Un altro trailer indiano che vi consiglio è quello del film Jodhaa Akbar, del regista di Lagaan, l'unico grande film di Bollywood arrivato in occidente. In India, uscito all'inizio del 2008, è stato un successo e anche di questo film ho recuperato un dvd che non vedo l'ora di vedere. Basta soltanto ritaglairsi quattro ore di tempo libero... Ma le immagini del trailer lasciano sperare in un film colossale.
Sono stato al CERN di Ginevra oltre dieci anni fa, in gita scolastica con l'insegnante di matematica, una simpatica cicciona dalla faccia rossa di capillari rotti a causa delle urla in falsetto.
Per lei era una cosa importante, per noi l'occasione di una gita fuori porta.
Il ricordo di quella giornata è una passeggiata tra corridoi asettici, cartelli esplicativi, scienziati in camice bianco e tante parole che mi facevano sentire sul set di X-Files.
Eppure in quel luogo (protagonista anche di un romanzo di Dan Brown) si gioca a fare Dio, si crea materia, facendo scontrare energia (e uguale emmecidue, al contrario). E per opera dei piccoli Dei nascono cose. Atomi per lo più, che dopo poco si dissolvono, ma si tratta di qualcosa che non ha fatto Dio.
Domani gli scienziati provano con un altro esperimento, ricreando quello che quattordicimila miliardi di anni fa ha fatto Dio. E si grida alla fine del mondo (Dio può farsi uomo ma l'uomo non può farsi Dio).
E per scongiurare la paura, per far capire che si tratta sempre e comunque di un gioco, gli scienziati del CERN ballano e cantano qui. Con un investimento di miliardi di miliardi di euro.
Rapito dalla poesia di una donna sudamericana che canta con accento romanesco Sole Mio in metropolitana, facendo soffiare una fisarmonica slava a tempo con la musica orchestrale che esce dal piccolo stereo ai suoi piedi, mentre attorno a lei i passeggeri italiani sfogliano distratti un quotidiano gratuito e quelli stranieri applaudono contenti di quel tocco così tipico di italianità.
Rapito da questo, sonnecchio.
L'invasione della città si nota già dall'ora di pranzo, per le vie del centro. C'è una percentuale più alta di coppie gay, trans colorati e palestrati lucidi e muscolosi. Quando arrivo alla fermata del tram 2, a piazzale Flaminio, la bolgia è già realtà. Un paio di centinaia di persone strette sulla piccola isola pedonale al capolinea della linea che porta allo stadio Olimpico, al concerto di Madonna.
Stretto come in una scatola di sardine, scivolo lungo i binari senza tenermi agli appositi sostegni: bastano i corpi degli altri a reggermi. Le voci si interrogano su quale sarà la scaletta, sui cambi d'abito, sui balletti. Davanti a me una signora sui sessant'anni diretta al concerto e una coppia di Commesse dell'Oviesse, svampite e felici.
Il girone infernale parte da prima di attraversare il Tevere: tra venditori ambulanti e bagarini si dipana una teoria di Lussuriosi con cappello da cowboy, strass e paillette. Indemoniati di birra e musica, si accalcano tutti verso i vari ingressi.
Dentro siamo in sessantamila e c'è gente di tutti i tipi. Dai bambini ai vecchi, da quelli che hanno raccolto le monetine per un anno per acquistare i biglietti a quelli che li hanno avuti in regalo dal fidanzato ricco e famoso, borghesi e operai, travestiti e bigotti, adolescenti e post adolescenti, tutti uniti dalla Nanetta cantante più famosa del mondo. Al concerto di Madonna non si viene per la musica, si viene per lo show.
Dopo il dj set di Benny Benassi che fa ballare mezzo stadio si abbassano le luci e parte il Concerto. Parte in sordina, in realtà, con le canzoni dell'ultimo cd sconosciute ai più, fan della Madonna degli anni '80 e '90, amanti di quella degli ultimi anni solo per affezione al Mito e fedeltà alle mode della Diva.
Poi partono i successi di sempre, tra cui Like a Prayer che fa cantare il mondo, Like a Virgin a cappella dedicata al Papa che ama la Madonna perchè figlia di Dio (ma non ne era la madre?). Indimenticabile la versione da fiesta de La Isla Bonita, con i violini tzigani che cantano di gioia e di ballo e di senza pensieri. L'intimità di You Must Love Me si fa un po' più cattiva, Ray of Light dimentica la dimensione mistica, Music si fa meno seria. Tra le nuove non si dimentica Devil wouldn't recognize me, cantata su un pianoforte a coda in un led wall cilindrico fatto come una rete che lascia vedere e non vedere, mentre l'acqua che cade e che scorre e che gioca si fa decoro per mostrare e nascondere il Mito.
Madonna finisce ballando e cantando, con l'ultimo successo che sfuma sulla scritta Game Over che invita ad avvicinarsi alle uscite.
Lo spettacolo era garantito e compreso nell'elevato costo dei biglietti, gonfiati dai bagarini che, ormai senza, fuori dal concerto cercavano di comprare per rivendere.
Arrivederci Diva, gira il mondo e poi torna in studio, e dopo il nuovo disco torna qui, a sculettare e a gridarci Ciao Italia, a mostrare i tuoi muscoli e la tua nuova pettinatura presto copiata, a farci vedere gli ultimi ritrovati della tecnologia video, e le ultime tendenze della danza e dei suoni elettronici. Ti aspettiamo a braccia aperte.
Ryanair ha annunciato che nei suoi voli si potrà usare il cellulare.
Quello che non ha specificato è però che a pochi minuti dalla partenza e fino a pochi minuti dall'arrivo, il segnale scompare, come ben sa chi, come me, ha provato a lasciare (per dimenticanza o con volontà) il proprio telefonino acceso durante un volo.
Tra le nuvole e Dio non si può ricevere alcuna chiamata se non quella alla Fede.
Le persone tutte, anche quelle che dicono di no, amano farsi fotografare. Magari solo da qualcuno in particolare, magari con l'autoscatto, magari solo per tenere le stampe in un cassetto o i file in una sotto cartella e sbirciarle di nascosto quando nessuno le vede. E soprattutto la gente ama vedersi più bella
. E quindi vai di trucco, vestiti belli, luci giuste e photoshop.
Spesso per lavoro mi capitano tra le mani le foto di quelli che vogliono "sfondare nel mondo dello spettacolo" oppure "diventare famosi". Foto fatte in studio da fotografi di provincia, con qualche luce fissa e lo sfondo sempre uguale. Davanti all'obiettivo gli aspiranti vip si contorcono in pose ammiccanti che mettono in luce il profilo migliore. Cambiano vestiti, mettono cappelli, csotumi da bagno, si ungono di olio, spingono i muscoli al massimo, di bagnano le labbra con la saliva. Ma i risultati sono sempre e comunque trash, trash del tipo "vorrei ma non posso".
Su questo sito ho trovato una raccolta di queste foto di studio, dagli anni '70 agli anni '90, quando ancora c'era un po' di pudore nella scalata alla famosità, e le foto dei fotografi ancora si limitavano ai mezzi busti da incorniciare e mettere sulla credenza di noce impiallicciato.
A vederle fanno molta tenerezza, tra i brufoli, i guantini rosa, i boa e i capelli cotonati. Quelle di oggi invece fanno tristezza sia esteticamente sia nella consapevolezza del fine per cui vengono create: "sfondare nel mondo della tv".
E penso a chi fa quello scatto, a chi chiede centinaia di euro per vendere un pezzo di sogno che ha la consapevolezza che mai si avvererà. Creando una massa di frustrati da famosità.