Ci sono cose che vale la pena raccontare. E altre che sono più interessanti.
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gionapeduzzi(at)gmail.com
Il Codacons tuona, come sempre. Questa volta se la prende con il Superenalotto, colpevole di spingere le persone a spendere tutto il loro stipendio o la loro pensione inseguendo i sei numeri da centomilioni di euro. Ma c'è una soluzione, dice il Codacons, e la soluzione è una causa collettiva contro lo stato, per questo invita tutti i giocatori incalliti finiti sul lastrico a tenere le giocate non vincenti per portarle in tribunale.
Ma come si fa a non accorgersi che questo spinge la gente a giocare ancora di più?
Se uno vince tanto meglio, se uno non vince tanto si può fare causa allo stato...
Sono cresciuto a 45°42'03" Nord e 9° 10'39" Est, è qui che si trova la casa dei miei genitori, a Mariano Comense. E prima o poi vorrei andare agli antipodi del mio mondo.


Agli antipodi di casa però c'è il mare. Oceano immenso, tutto blu sul mappamondo.

La terra emersa più vicina è quella dell'arcipelago delle Isole Chatman, a est della Nuova Zelanda e in particolare l'isola più lontana da me è Pitt Island, un piccolo territorio con pochissimi abitanti (Pitt e Chatman fanno poco più di 700 abitanti di origine maori, e quindi polinesiana, anche se politicamente neozelandesi).

Vorrei un giorno andare lì, tra il verde e il mare, e sapere che sotto i miei piedi ci sono quelli della mia famiglia. 19500 chilometri lontano da casa.

Ieri sera ho visto un film che mi ha fatto girare in testa pensieri che non pensavo potessi avere. E che il regista non penso credesse di suscitare.
Ho visto "La classe" di Laurent Cantet, Palma d'Oro a Cannes quest'anno, "Un capolavoro" secondo la maggior parte dei critici mondiali, capace di levare il premio anche a "Gomorra" che è quanto di meglio (e più adatto a Cannes) il nostro cinema abbia prodotto negli ultimi anni.
Il film racconta dell'anno scolastico di una classe di quattordicenni nel XX arrondissement. Una classe particolare in superficie, ma forse una classe normale, almeno in certi quartieri di Parigi.
Una classe dove di francesi nati in francia non ce ne sono, e tra i banchi siedono africani, cinesi, arabi, marocchini e molto di più. In questo ambiente un maestro, che forse non crede troppo a quello che fa (si dice disilluso?) cerca di tirar fuori dagli alunni quello che di buono è sicuro di trovare, per fare in modo che di lui non esca il peggio. Ma, scavando scavando alla fine di buono non c'è un gran che, e le speranze che il film lascia per dei miglioramenti in futuro non sono rosei.
Lo stile è asciutto e quasi distaccato, lontanissimo dall'enfasi che sottende ogni scena dei nostri film, vuoto e crudo come nemmeno un documentario saprebbe essere. E questa è la sua forza, anche se quello che cinematograficamente questo film rappresenta è quanto di più lontano ci potrebbe essere da quello che intendo io come cinema. Per me il cinema dovrebbe essere sogno, magia, storie, illusioni, passioni, stravolgimenti e sentimenti. E poco di questo ci ritrovo nel film di Cantet che fa del contrario la sua chiave vincente.
E arriviamo allora ai pensieri che il film mi ha fatto girare in testa di cui il più importante è questo: io non voglio che mio figlio cresca in una scuola come quella del film.
Io, che ho fatto del viaggio una mia bandiera, dell'incontro con gli altri il primo motivo di ricchezza, della multiculturalità un punto fermo della nostra nuova società, non voglio che ci si perda così. Gli immigrati che si ritrovano a convivere tra di loro si portano dietro gli odi dei rispettivi popoli e delle rispettive etnie e religioni. E gli africani ce l'hanno con i cinesi, i mussulmani con gli ebrei, i maschilisti con i femministi, e anche il tifo calcistico si carica di cose cattive da far male.
Il sogno sarebbe una civiltà dove la convivenza fosse pacifica e che si dimenticasse di tutto, ma se ogni popolo si dimenticasse chi è, e si dimenticasse i propri valori, perderemmo una delle principali ricchezze del nostro mondo. Basterebbe solo il rispetto, ma il rispetto, si sa, è una cosa difficile da inculcare in testa ad un ragazzino di quindici anni...
Dio non è morto, è latitante. Lo ha stabilito un giudice del Nebraska a proposito di una causa intentata dal Senatore Ernie Chambers nei confronti di Dio, accusato di morti e distruzioni a danno di miliardi di abitanti di tutto il pianeta. La più grande causa mai intentata che comprende, tra i capi d'accusa, neonati malformati, pestilenze, terremti, uragani e tutto ciò che c'è di brutto nel mondo.
Nonostante gli sforzi della Giustizia USA Dio non si è fatto trovare e non è stato quindi possibile notificargli l'avvio della causa.
E tutto si è dissolto in una nuvola di fumo.
E la nuvola, calda di vapore e leggera di aria, salendo su oltre le nuvole e il cielo, ha portato la notizia a Dio. Che si è fatto una grassa risata che ha provocato, con i suoi sobbalzi e singhiozzi,un terremoto devastante nel nord della Malesia.
Ogni tanto mi faccio domande cui non so dare una risposta.
Raramente in realtà, sono abbastanza presuntuoso da credere di averla in tasca la verità.
Ma a volte queste domande saltano fuori e non ho bisogno di andare a frugare con le mani nei pantaloni per sapere di non avere una soluzione a quei perché. So che non so cosa dire, punto.
E non so chi me le può dare queste risposte perchè forse certe domande sono destinate a rimanere lì, sospese tra le labbra e il cielo.
In quel caso aspetto. O che la domanda torni da dove è venuta, maledetta lei, oppure che mi sembri logico non avere una risposta. E di solito accade.
Altre volte vedo che c'è qualcuno che potrebbe darmela una risposta, una mano. E magari con volontà non me la dà. E io mi incazzo.
Ma alla fine, in barba a tutti, se frugo nelle tasche, in fondo in fondo, eccola lì, la trovo.
La risposta.
Oggi ho ascoltato i discorsi che, fatti a voce troppo alta, vivevano accanto al mio tavolino al bar sotto l'ufficio. Parlavano di me. E dei miei colleghi e del mio lavoro, senza sapere che li accanto c'eravamo noi. Non sapevano che quelle persone di cui parlavano avevano le nostre facce. Parlavano a vanvera. Naturalmente malissimo. Me ne sono accorto perchè non appena ho raggiunto la mia sedia i miei colleghi già friggevano e masticavano in silenzio, indicandomi con la testa il trio di perditempo snob sui cinquant'anni che pranzava insalate a fianco a noi. Ho cercato di distrarmi. Di dire chisseneimporta. Ma le parole superficiali che uscivano dalle loro bocche come sentenze mi facevano imbufalire. Mangiamo in fretta e ci alziamo per pagare e un mio collega non resiste a fare una battuta. Le facce del trio sbiancano per ritrovare subito forza in una qualche giustificazione inutile. Intervengo anche io, con il sangue al cervello. Fossimo stati più ignoranti saremmo arrivati alle mani, e invece ci siamo solo insultati a vicenda.
Salito sull'ascensore, tornato in ufficio, ho ripreso a lavorare con più vigore.
Alla faccia di chi ci vuole male.
Ieri ho preso l'aereo e mentre decollava ho smesso di leggere il libro. Non so perchè ma mi sono immaginato che l'aereo inciampasse. In un sasso o in una crepa dell'asfalto, proprio nel momento in cui si stacca da terra. E non ho avuto paura. Mi sono immaginato che l'aereo salisse qualche decina di metri per poi ricascare e mi sentivo sicuro. E nello stesso tempo pensavo che non avevo con me una macchina fotografica per immortalare l'evento. Le facce dei passegeri, le urla degli uomini in giacca e cravatta, le fiamme, i rottami, i feriti e forse qualche morto. Ho sempre sognato di essere spettatore passivo (attivo) di un evento di cronaca. Essendoci in mezzo ma non entrandoci fino in fondo, senza essere una vittima insomma. E così, quando ormai si vedeva anche il mare, ho acceso il cellulare, dove la camera da tre mega pixel era pronta a scattare in caso di disastro...
Ma non è successo niente...
Domani, lavoro permettendo, faccio un salto a Milano. Volo delle 15. Airone, per evitare scioperi dell'ultimo minuto... In serata ritiro il premio per il concorso Viaggi e Relax e la mattina dopo torno a Roma, approfittando per salutare la mia famiglia che non vedo da priam dell'estate. Nel frattempo è arrivata anche la notizia che lo stesso racconto, con qualche modifica, ha vinto anche il concorso di Hostel Club e mi porto a casa così una notte a Venezia per due persone...