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La Valle del Baliem, nel cuore della Papua, è uno dei pochi posti al mondo dove ancora si vive come in Europa si faceva migliaia di anni fa.

Fuori da Wamena, il centro principale, non c'è acqua corrente, non c'è elettricità, non ci sono costruzioni di mattoni e il terreno non permette altra coltivazione eccetto la patata dolce. I villaggi comprendono, solitamente, una sola famiglia composta da un uomo anziano, le sue numerevoli mogli e i vari figli con relative compagne e nipoti. Gli uomini dormono separati dalle donne, in grandi capanne di legno e paglia, e la vita sociale ruota attorno al fuoco acceso in una capanna dove vivono anche i maiali. All'esterno un buco nel terreno serve per cucinare (non esistono pentole e utensili di alcun tipo): sul fuoco vengono scaldate delle pietre che vengono poi spostate bollenti nella buca, alternandole a foglie fresche e carne di maiale o patate dolci.

Wamena,il centro principale della valle, ha qualche costruzione in cemento armato, tra cui quattro piccoli alberghi che accolgono i pochi turisti (circa 500 in tutto l'anno) che visitano la valle.

Al centro di Wamena c'è una pista d'atterraggio, dove i cargo della Trigana Airlines atterrano giornalmente dalla costa: nella valle del Baliem non arrivano strade e qualsiasi cibo o oggetto viene trasportato via aerea.

Tra le mille tradizioni che ancora sopravvivono nelle tribù, alcune stanno scomparendo, sotto la pressione dei nuovi colonizzatori: i missionari protestanti. Una, ad esempio, è l'amputazione delle falangi alle bambine del villaggio, ad ogni morte di un uomo adulto. Il significato della pratica era quello di simboleggiare attraverso l'amputazione la perdita di un "pezzo di sè", e aveva come risultato quello di avere donne adulte amputate fino ad otto dita (i pollici venivano risparmiati).

Oggi l'amputazione non è più praticata, ma nei villaggi è ancora pieno di donne che ne portano i segni e spesso esibiscono le proprie mani ai turisti, chiedendo in cambio qualche sigaretta o qualche moneta.

Una foto che ho fatto al mercato di Wamena ad una donna senza alcune dita è finalista ad un concorso di fotografia.

Se volete dare un'occhiata a tutte le altre foto della Papua: qui.
E' da circa un mese e mezzo che non riesco a ritagliarmi una giornata libera, il lavoro in questo momento è tanto, e mi è impossibile muovermi, sabato e domenica compresi. Ma tra un mesetto tutto tornerà alla normalità... si spera. E io e mia moglie ricominceremo i nostri viaggi di una giornata, alla scoperta del mondo che ci gira attorno.
Nel frattempo ho ripreso a leggere, nei momenti vuoti, in metropolitana e in aereo, e ho comprato un po' di libri che parlano di viaggi, quasi a compensare l'immobilità di questi mesi con qualche pagina scritta.
Ora nella mia borsa c'è "Il mondo a piedi" di David Le Breton, che mi porta a fantasticare di lunghe passeggiate per città e campagne. Fino a qualche giorno fa c'era "Marco Polo non è mai esistito" di Rolf Potts, una specie di manuale di scrittura di viaggio sotto forma di racconti.
Ad aspettarmi tra poco c'è "Il Grande Viaggio" di Giuseppe Cederna, sull'India, e altri volumetti ordinati su internet.
Ma in questi giorni ho letto soprattuto un libro che mi ha colpito e che è entrato direttamente nella lista dei miei libri preferiti: Vagabonding, sempre di Rolf Potts.
Il libro è un manualetto breve sul vagabondare e insegna, senza aver pretese di insegnarlo, come muoversi per il mondo con gli occhi giusti per guardarlo, e con la curiosità giusta per farsi sopraffare da esso. Un libro che ti mette in difficoltà, che ti stimola, che ti fa venire voglia di partire, vagabondando, per le strade infinite del mondo. Consigliato, anche se (o soprattutto perchè) ti fa venire voglia di metterti lo zaino in spalla e viaggiare.