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Ci sono due cose cui non potrei mai rinunciare nella vita, nonostante tutto e tutti. Una è scrivere, l'altra è viaggiare.
Non è un caso che qui spesso scriva di viaggi.
Quest'anno non mi sono fatto mancare niente. Prima sono stato due mesi a New York poi una puntatina a Los Angeles. A maggio un paio di giorni a Malta per lavoro, a giugno qualche giornata a Parigi, ad agosto tre settimane in Cina, un paio di settimane fa a Berlino e ora mi appresto al viaggio più difficile.
Parto il 25 di dicembre e torno il 6 di gennaio.
Destinazione: Myanmar.

A molti cui l'ho detto in questi giorni il nome ha provocato un'alzata di sopracciglio: Dov'è questo posto? Myanmar è il nome che il regime nazionalista che governa il paese ha imposto per sostituire il coloniale Burma (Birmania) che designava quella strana penisola tra il Bangladesh e la Thailandia, a sud di India e Cina.
La Birmania è l'ultimo stato dell'Asia non ancora occidentalizzato, e questo perchè da quarant'anni è messo in ginocchio da una dittatura militare molto severa che ha provocato la reazione di tutto il mondo che ha fissato l'embargo per tutti i prodotti occidentali e non (la Coca Cola si trova solo sul mercato nero). A questo si aggiunge che la parte democratica birmana, messa in silenzio dal regime, e ispirata dal Premo Nobel per la Pace agli arresti domiciliari Aung San Suu Kyi, invita a non visitare il Myanmar per non far affluire soldi occidentali al regme militare che controlla gran parte delle strutture per turisti. Se in teoria questo modo di vedere le cose sicuramente tende a mettere spalle al muro il regime, di contro il turismo è forse l'unico modo che molti birmani avrebbero per entrare in contatto con "l'altro", in una realtà dove internet è posto sotto controllo, la cnn e la bbc non si possono vedere, i telefoni cellulari sono inutilizzabili e la libertà di opinione è un ricordo da oltre quarant'anni.
La decisione di andare in Birmania me la porto dietro da molti anni. Il fratello di mio nonno è morto negli anni '70 facendo il Missionario nel nord ovest della Birmania. Da allora quasi ogni anno sacerdoti missionari birmani in visita al Vaticano allungano fino alla Brianza per rendere omaggio ai parenti di questo missionario martire con il cognome di mia madre, lo stesso di quello dei prosciutti (Rovagnati).
La mia infanzia è stata costellata di pranzi con vescovi dalla pelle scura che bevevano birra e thè e che ci regalavano borse colorate con disegni ricamati di perline e conchiglie. Così, approffittando dei contatti accumulati dalla famiglia, ho organizzato il viaggio. Immediatamente mi è venuto naturale decidere di partire con mia madre e mio padre.

Parlando (con grande difficoltà a causa di collegamenti telefonici precari) con il vescovo appena dimesso di Kengtung il progetto era quello di atterrare a Bangkok e da lì prendere un volo interno in Thailandia e arrivare a Chang Rai, città al confine con la Birmania, dove una macchina della missione ci avrebbe recuperati per aiutarci ad attraversare il confine e arrivare a Kengtung, evitando i posti di blocco e le zone di guerriglia di cui il territorio ovest della Birmania è teatro da moltissimi anni.
Prenotato il biglietto ricevo una telefonata dal Myanmar che mi avvisa che il confine di Mae Sai, dove saremmo dovuti passare, è impraticabile in quanto l'esercito indipendentista Shan ha acuito gli scontri e la guerriglia blocca tutte le strade. Così all'ultimo momento siamo stati costretti a ripiegare su Yangon, la tranquilla capitale, da dove cercheremo di prendere un volo interno che arrivi al piccolo aeroporto di Kengtung, la princiale cittò Shan, dove saremo ospitati da alcune persone del posto che ci porteranno a visitare i vilaggi dei dintorni, lontanissimi da qualsiasi forma di turismo, e culla di alcune delle etnie più pure e lontane dall'occidente rimaste in Asia.

Il paese è difficile: non si possono usare le carte di credito, nessun villaggio è raggiunto dall'acqua corrente, il sistema fognario è rudimentale e anche nelle città l'elettricità c'è solo per poche ore al giorno. Il viaggio sarà faticoso e probabilmente anche pericoloso (la zona è continuamente teatro di piccoli e grandi scontri), ma lo affronteremo con responsablità e testa sulle spalle, sicuri che quello che ci porteremo a casa sarà unico e indimenticabile, ma mai quanto la nostra vita e la nostra sicurezza.

Telefonicamente non sarò raggiungibile in nessun modo, e nemmeno via internet, ma questo non vorrà dire che starò male o che sarò in pericolo, sarò solo in balia della curiosità, in un paese fuori dal mondo. Al mio ritorno non mancheranno i resoconti e le foto (se non mi sequstreranno la macchina fotografica a qualche posto di blocco).
Intanto ne approfitto per fare gli auguri di Buon Natale e Buon Anno a tutti, dove andrò non li festeggia nessuno...
