Diario Birmano
Terzo e Quarto giorno
Il mercato di Kengtung e Mong Lar la città della droga e dei bordelli (chiusi)
30/12/2006 h 21:30
Ieri la giornata è iniziata alla grande, con un giro al mercato di Kengtung: un enorme agglomerato di bancarelle dove affluiscono centinaia di persone da tutte le valli per vendere e acquistare quello che coltivano o che producono. Tra i banchi anche tanti oggetti di manifattura cinese, il primo sintomo di cambiamento per questa regione. Camminando prendiamo delle bacche di tamarindo da succhiare e dei vermi di bambolo fritti, dal sapore di patatine.
Moltissime sono le etnie che cerco di riconoscere dalle capigliature e dai vestiti, ma quella che più salta all’occhio è sempre quella degli Aka, le cui donne sono piene di ornamenti. Ci fermiamo anche ad una delle bancarelle dedicate alle donne di questa etnia e acquisiamo alcuni regali: cinture, copricapo, borse, braccialetti, ornamenti, perline.
Più tardi saliamo sul pick up per affondare la lunga strada che va verso Mong Lar, detta anche Mengla o Mongola. Dal finestrino vedo ancora scorrere campi e risaie, animali e persone. Tutto sa di nuovo e tutto e come se già mi fosse famigliare.
A metà strada rifermiamo in un villaggio Shan cattolico, stretto tra una piccola chiesa e un convento di suore. Facciamo un giro tra i maiali e i banani che circondano le case di legno e paglia.
Da una parte riconosco l'albero del cotone.
Anche in questo villaggio si vive al limite della sussistenza, ma l’impressione è quella di una maggiore ricchezza, forse dovuta anche alla presenza del convento.
A pranzo siamo ospitati nella casa del prete del piccolo villaggio dove alcune delle donne ci preparano una decina di piccoli piattini utilizzando tutte verdure che coltivano nell’orto e animali cresciuti nelle loro stalle.
Alla fine del pranzo gli orfani della comunità ci dedicano un paio di canzoni e ricambiamo con dei pacchetti di caramelle italiane.
Risaliti in macchina ci arrampichiamo sulle montagne. Qui l’aria è pungente e limpida e le foreste di bamboo e alberi della gomma colorano di verde tutte le valli.
Lungo la strada affrontiamo alcuni posti di blocco, sia dell’esercito birmano, sia dell’esercito Shan, che qui controlla la regione. Il nostro autista conosce molto bene tutti e chiama tutti per nome mentre mostra il lasciapassare che ci siamo fatti fare in mattinata dall’autorità di Kengtung.
Arriviamo a Mong Lar nel primo pomeriggio. Qui siamo a pochi metri dal confine cinese e tutto sa di Cina. Le insegne sono bilingue, si paga in yuan cinesi, si parla la lingua cinese e il cibo è quasi esclusivamente cibo cinese. Le strade sono grandi viali su cui affacciano imponenti costruzioni colorate e kitsch di impronta cinese. In un’unica strada ci sono più macchine che in tutta Kengtung e sulle targhe si legge SR4 Special Region 4, essendo questa una zona che gode di mille benefici da parte del regime Birmano proprio in virtù della vicinanza con il confine. “Questo è un angolo di libertà in Myanmar” mi dirà più tardi il parroco (certo che parlare di libertà e riferirsi alla Cina è quasi paradossale…).

Fino ad un paio di anni fa Mong Lar era per i cinesi una specie di Campione D’Italia, un territorio franco fuori dai confini. Inizialmente era soltanto una cittadina che riposava lungo un fiume, governata dalla terribile tribù degli Wa che fino a trent’anni fa sgozzava i nemici e ne impalava il cranio ai bordi delle strade. Poi tutto è cambiato, con la crescita del mercato dell’oppio, l’arrivo dei soldi e con l’apertura dei casinò. Qui arrivavano con 17 voli al giorno da tutto l’immenso continente cinese centinaia di persone che scialacquavano soldi nei casino e nei bordelli, negli spettacoli di varietà e in mille altri intrattenimenti. Questo fino a due anni fa, poi il governo cinese ha proibito con una legge ad hoc la costruzione di Casinò nelle immediate vicinanze del confine per tamponare l’emorragia di denaro dal confine dello Yunnan, qui a Mong Lar. Così la città si è svuotata.

Chiusi i casinò, hanno smesso di venirci i turisti. E gli spettacolini hard di transessuali che ballavano in cima alla collinetta si sono ritrovati senza persone, così come lo zoo, gli spettacoli di varietà, gli enormi hotel, gli alberghi ad ore, i ristoranti di lusso e tutto quanto girava attorno al mercato dei turisti. Tra le altre cose ha chiuso anche una specie di zoo delle birmanità che occupava posto subito dopo il confine sinobirmano, in un’area che oggi giace deserta e abbandonata, vittima del suo squallore. Qui erano esposte in piccole casupole/gabbie tutte le varie etnie birmane presentate intente nei lavori domestici, pronte a farsi fotografare (poco importava che, ci dicono, non fossero persone appartenenti alle varie etnie ma indossassero solo i costumi tradizionali di quel posto).
Lungo il fiume sonnecchiano ancora le mille attrazioni in stato di abbandono che non sono potute essere spostate: come ad esempio un allevamento di coccodrilli dove decine di animali riposano rinsecchiti in un grande recinto con un piccolo lago.
Con la macchina arriviamo anche fino ad una zona dove allevano orsi per estrarne la bile che i cinesi credono curativa. Entriamo in un enorme stanzone e siamo attaccati dal puzzo degli animali che si agitano nelle gabbie, in attesa di essere trucidati.
Riscendiamo verso valle e ci fermiamo dove un tempo c’era uno spettacolo con un elefante e oggi è rimasto solo l’elefante che sonnecchia in attesa di tempi migliori.
Appena l’allevatore ci vede arrivare svelto inizia a lanciare cerchi all’animale che gioca annoiato, sollevandosi sulle zampe davanti e su quelle dietro e accogliendo noi che gi saliamo in groppa e sulla proboscide.
Poco più in là visitiamo anche uno zoo aviario, dove ci sono ancora una decina di pavoni e qualche struzzo. Tutto sa di decadenza, ed è questo l’unico fascino. Tutto sa di stato d’abbandono, ma nei colori e nelle dimensioni dei vari posti ci accorgiamo di come qualche anno fa doveva essere di lusso per la Birmania. Alcuni libri che ho letto parlano di Mong Lar come una Las Vegas del sud est asiatico, ma oggi non c’è niente di più lontano. I birmani, gli shan, i wa, i palaung e molte altre popolazioni si riprendono a poco a poco la propria città e il proprio mercato, dove accanto alle migliaia di prodotti cinesi rispuntano anche bancarelle che vendono amuleti e medicamenti misteriosi.
La gente del posto dice che qui le cose cambieranno a breve, promettono che nel giro di due anni tutto tornerà come prima, perché la gente birmana ha trovato un escamotage per costruire i casinò poco più lontani.
Non so cosa sperare per la città e i suoi abitanti.
Più tardi ci fermiamo da un’amica di una suora che ci prepara il latte di papavero, una specie di crema dolce fatta con i semi di papavero d’oppio macinati e cotti, un latte bianco che non stordisce ma nutre, il prodotto di chi fa necessità virtù, essendo che, da molti anni, nei villaggi della zona si è iniziata anche a soffrire la fame a causa della trasformazione delle coltivazioni. Molti hanno abbandonato il riso per dedicarsi all’oppio, coltura molto più faticosa ma potenzialmente più redditizia, se non fosse che per mille inconvenienti (uno su tutti quello di essere fuori legge) ci si può ritrovare a fine anno senza niente in mano. E allora ben vengano i semi di papavero da cuocere.

Il problema della droga nella regione è fonte di centinaia di scritti, articoli critici e considerazioni di vario genere. La zona di Mong Lar e dintorni è nota come quella di maggior produzione d’oppio e derivati (eroina e anfetamine) di tutto il mondo e questa faccia negativa non giovava certo al fiorente crescere dalla città di confine.
Così U Sai Lin, un cinese/wa capo del ESSA, esercito dello stato Shan orientale, e principale ex trafficante di droga della zona, ha deciso, una volta insediatosi al potere, di stabilire che tutta la zona era stata epurata dalle droghe. E per sancire con maggior forza questa sua affermazione, ha costruito un museo, il Drug Eradication Museum che ha dell’inquietante.

In una costruzione mastodontica, in una valle tra la chiesa cattolica e il tempio buddista, racconta di come la zona fosse infestata da coltivatori di droga e fumatori d’oppio (con tanto di foto e documenti) e di come grazie al lavoro del ESSA ora tutta la regione sia libera e i drogati guariti e impiegati in altre attività. Completano la mostra decine di foto del generale che brucia gli stessi campi da cui aveva comprato oppio pochi anni prima e una vetrina con manichini a grandezza naturale che descrivono il percorso di redenzione di un drogato che è mostrato prima con i capelli lunghi, i vestiti occidentali e una siringa nel braccio, poi catturato, riabilitato, e infine ripresentato alla società con tanto di longy tradizionale birmano e spilla del ESSA sul petto.
All’esterno in un piccolo campo crescono alcune piante di papavero d’oppio e, quando la città era nel suo splendore, i soldati mostravano come viene estratto l’oppio, raschiando il bulbo del fiore.
Parlando con alcune persone che vivono a Mong Lar ho avuto la conferma del fatto che, appena dietro ai monti, ancora si estendono centinaia di ettari di campi di papavero che sono ancora adesso la principale fonte di sostentamento per i contadini delle montagne.
In serata siamo ospiti a cena, invitati dal braccio destro cinese di U Sai Lin nel ristorante di sua proprietà. Il cibo è ottimo e le chiacchiere sono un po’ imbarazzate anche perché devono passare da un triplo filtro di traduzione: dall’italiano all’inglese, dall’inglese al birmano, dal birmano al cinese.
Naturalmente non si parla né di oppio né di droga, e si fanno ampi e grandi sorrisi. Ci alziamo dal tavolo satolli e storditi.