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domenica, 14 gennaio 2007

Diario Birmano
 
Quinto e Sesto giorno
Da Mong Lar di nuovo a Kengtung e da lì al bellissimo Lago Inle
 
01/01/2007 h 19:00
 
Siamo partiti da Mong Lar la mattina presto.
La strada è ancora più immersa nella nebbia e il paesaggio tropicale ancora più suggestivo. Passiamo velocemente i posti di blocco che il nostro autista addolcisce con delle bottiglie di vino (della messa), una rarità per la gente di queste parti. Poco più avanti ci fermiamo lungo la strada, dove vediamo un’accozzaglia di palafitte di legno, per fare pipì e il capo villaggio ci invita a casa sua, dove un buco nella terra fa da cesso. Mentre salutiamo la gente che nel frattempo si è accalcata attorno alla nostra auto, vedo passare alcune donne diverse da quelle cui siamo abituati.
Mi dicono che sono dell’etnia Loè, e si possono facilmente riconoscere dal turbante che indossano in testa.
Arrivati a Kengtung facciamo un giro attorno al lago e saliamo all’albero solitario, un enorme pianta alta quasi cento metri e vecchia di 250 anni che svetta sopra tutta la città.
 
Un ragazzo di Kengtung ci dice che c’è una leggenda tra la gente del paese che vuole che quando morirà quell’albero cadrà anche la città.
Dall’aeroporto di Kengtung voliamo a Heho, sono solo quaranta minuti di volo, ma la strada che collega queste due città non è percorribile per gli occidentali, a causa di alcune zone bellicose che attraversa. Appena atterrati ci aspetta un caro amico del vescovo, un ragazzo sui quarant’anni, di etnia Shan, che scopriamo essere uno degli imprenditori più facoltosi della Birmania: produce tek, lo commercia, ha una clinica privata, alberghi e molto altro. Con un pulmino ci porta in uno splendido Resort sul Lago Inle, uno dei pochi posti del Myanmar raggiunto dal turismo organizzato. L’Hotel è totalmente in tek e bamboo intrecciato, costruito come un’antica dimora Shan.
Ci aspettano le suite costruite come palafitte in stile Intha, la popolazione che abita la zona. In camera sono da solo è ho quattro letti e un bagno grande come casa mia con una vasca da bagno che occupa tutta una stanza. La povertà della Birmania qui, dove arrivano i turisti, è lontana anni luce. Ma basta fare qualche passo fuori dal Resort per ritrovare quello che abbiamo appena lasciato… 
La notte scende presto qui, e con la notte anche il freddo. Oggi è Capodanno, ma da queste parti non si festeggia. Il proprietario dell’Hotel però, per andare incontro ai turisti che popolano il suo complesso (pochi, a dire la verità) ha organizzato un piccolo spettacolo di musiche e danze Shan, con gli strumenti di cui avevo letto sui libri. Il nostro accompagnatore ci spiega i vari numeri e ci racconta delle storie popolari che ad essi sono legate. Dice che gli spettacoli dei Pwe, le feste in onore dei Nat, le divinità animiste che fanno parte del Pantheon buddista birmano, non sono molto dissimili da questo. La serata si conclude con la liberazione in cielo di alcuni fire baloons, dei grandi palloni di carta leggerissima che vengono gonfiati dal calore di alcuni pezzi di legno, legati al loro fondo, che bruciando spingono con il calore i palloni su nel cielo. 
I fire baloons fanno parte integrante delle feste degli abitanti di queste zone, la più grande è ad ottobre (Tazaungmon) ed è una festa di mongolfiere che raccoglie sul lago gente da tutta la nazione.
 
Andiamo a letto che ancora non è scoccata la mezzanotte.
 
La prima mattina del 2007 si apre con un’immagine tra le più belle che il mio occhio ha mai catturato, e che la macchina fotografica restituisce solo in parte.
Dalla veranda della mia camera vedo spuntare il sole tra la nebbia che avvolge il lago, mentre gli abitanti già si muovono velocemente sulla superficie liscia dell’acqua immobile.
Il lago Inle è qualcosa di sconvolgente per la sua bellezza e per la quantità di emozioni diverse che mi ha suscitato. Il turismo di massa sta iniziando a portare qui i suoi tour “BurmaThai o BaliBurma”, ma i gruppi sono ancora pochi e poco invasivi. Sul lago prevale ancora la vita delle comunità locali, e i ritmi dettati dall’agricoltura e dalla pesca.
Saliamo dal pontile dell’albergo su una long boat a cinque posti e dal fondo che pesca poco, adatto a queste acque che non sono più profonde di qualche metro (anche molto meno in alcuni punti). Oltre al ragazzo Shan che ci accompagna in questi giorni e che è cresciuto poco al di là del lago, è con noi anche Miynle, un ragazzo Intha, della tribù che popola il lago, cresciuto in città e in grado si parlare inglese.
Mentre scivoliamo tra ninfee e fiori di loto sorge potente il sole tropicale che riscalda l’aria anche a mille metri d’altezza, come siamo qui. A fare da cornice si intuiscono attraverso la nebbia le montagne dell’altopiano dello stato Shan. Lungo quasi 22 chilometri questo lago è popolato da una delle tribù più ingegnose ed operose di tutto il Myanmar, gli Intha che, non avendo terre da abitare, ha scelto di vivere sull’acqua.
Ogni costruzione (case, monasteri, templi, etc) è costruita su delle palafitte di sottilissimi bastoni di bamboo inchiodati sul fondo del lago. Anche le case sono di bamboo così come le pareti per cui hanno inventato un geniale sistema di intrecci per rendere le sottili foglie di legno più duttili ma resistenti.
Per vivere praticano l’artigianato, la pesca con grandi nasse a forma di cono, ma soprattutto l’agricoltura, inventandosi un metodo di coltivazione per cui sono famosi in tutto il mondo. Non avendo terreno fertile, hanno deciso di costruirselo: recuperano le piante acquatiche che crescono naturalmente nel lago, le sradicano e ne fanno degli ammassi informi su cui poggiano rifiuti naturali e terra che scavano dal fondo del lago.
Su questa ‘terra galleggiante’, che ancorano al terreno con dei lunghi bastoni di bamboo ma spostano anche a loro piacimento, piantano i semi che crescono rigogliosi, avendo una naturale ed infinita riserva d’acqua. Il lago Inle fornisce il 60% dei pomodori di tutto il Myanmar e la maggior parte delle primizie. Per muoversi tra i “campi” e i canali gli Intha hanno sviluppato anche un ingegnoso sistema per remare: al posto delle mani che si stancano facilmente, utilizzano una gamba che intrecciano al remo.
Questo permette loro anche di poter stare in piedi e riconoscere meglio le insidie che si nascondono nei fondali bassi e individuare più velocemente le piante da prelevare per costruire le isole galleggianti.
La prima tappa che facciamo qui sul lago è il mercato di Indein, un villaggio che solo da sette anni è stato aperto agli stranieri. Qui, a terra o su stuoie di bamboo, si vendono i prodotti coltivati sul lago ma anche gli animali allevati sulle montagne e i prodotti di artigianato delle tribù lontane che ci mettono anche quattro giorni di cammino per venire al mercato a vendere le proprie cose (è anche per questo che il mercato di Indein c’è ogni cinque giorni).
Facciamo una pausa sedendoci tra i locali su alcuni tronchi di bamboo. Ci servono del riso rosso con della carne di maiale, il tutto avvolto in una foglia di banano.
L’igiene qui lascia a desiderare, ma sono dell’idea che nella vita si debba provare (quasi) tutto quello che ti capita davanti. Stuzzichiamo anche tra altre bancarelle, buttando l’occhio ai vestiti e ai volti delle persone che mi passano attorno.
 
Riconosco, anche con l’aiuto della mia guida, delle donne Pa-o e degli uomini Taungyo, oltre agli Intha e agli Shan che sono la maggior parte.
 
La tribù degli Shan è l’unica in Birmania che non indossa il longy, la gonna, per gli uomini. Al suo posto utilizzano dei bellissimi pantaloni molto larghi che annodano in vita come fossero dei parei, lasciando il cavallo molto basso. Sarebbero un successo lungo le nostre spiagge trendy e sempre in cerca di novità esotiche… Dietro al mercato visitiamo un complesso di stupa (Nyaung Okale) completamente in rovina.
Ogni costruzione è ricoperta da vegetazione sotto la quale si riconoscono sculture in stile Shan e indiano.
La sensazione è quella di stare in una scena di un film di Indiana Jones… Prima di risalire sulla barca beviamo del latte di cocco infilando una cannuccia direttamente in un frutto che un ragazzo ci spacca davanti agli occhi. Poco più in là un gruppo di donne si lava nel fiume: qui l'acqua corrente non esiste.
Tra le palafitte ci insinuiamo in quella che, riflettiamo, avrebbe potuto essere Venezia prima del suo splendore, e visitiamo alcune case dove gli Intha fanno piccoli lavori d’artigianato: stoffe di seta, longy di cotone, piccoli oggetti d’argento, sigari arrotolati a mano.
Tra gli altri posti visitiamo anche una delle poche case dove intrecciano un tessuto che ha un nome che in italiano si potrebbe tradurre come “loto”. Prendono le piante del fiore di loto, e rompono i gambi tirando fuori i piccoli filamenti che produce naturalmente la pianta (simili a quelli che ha il sedano, ma più sottili). Arrotolano i vari fili uno sull’altro e lentamente formano una matassa di filato. Il procedimento è lunghissimo e per ottenere abbastanza filo per fare una camicia ci vogliono circa sei mesi di lavoro continuato. Se si aggiunge anche il fatto che la pianta si può raccogliere solo pochi mesi l’anno, si capisce come mai questo sia il tessuto più ricercato e più caro di tutta la Birmania, nonché uno dei tessuti più preziosi del mondo. Inizialmente con questo procedimento venivano fatte solo sciarpe votive da poggiare su statue del Budda o da donare ai monaci, oggi, grazie al lento sviluppo del turismo, se ne producono di più, ridando vigore ad un’attività che stava per morire. Inutile dire che mi compro una sciarpa che da quando sono tornato indosso quasi tutti i giorni…
Sempre ad uso dei turisti alcuni commercianti del lago hanno prelevato alcune donne Palaung dallo stato Kayah per mostrarle ai curiosi. Le donne Palaung avevano l’abitudine di fissare al proprio collo, fin dall’infanzia, degli anelli sempre più numerosi che facevano sì che il loro collo si allungasse, abbassando spalle e scapola.
Le chiamano donne giraffa ma ormai non ne rimangono che 150 sole al mondo, molte delle quali sono giovanissime e hanno riesumato questa pratica che stava andando in disuso solo perché hanno capito che poteva fruttare loro del denaro. Le donne Palaung utilizzavano questa forma di ornamento in maniera rituale, sostenendo che un tempo serviva per proteggere il collo dalle fauci delle tigri. Quando iniziò l’attività dei missionari cattolici in Birmania, duecento anni fa, i preti (che proprio dai Palaung dello stato Kayah partirono con la cristianizzazione) spinsero queste donne ad abbandonare questa pratica che ritenevano animista. Il risultato fu che molte donne che avevano superato l’adolescenza morirono con l’osso del collo spezzato.
Ora le donne giraffa stanno emigrando nella vicina Thailandia del nord, dove il turismo etnico è molto più sviluppato rispetto alla Birmania, che addirittura proibisce di entrare nello stato dove loro vivono che ancora oggi è sede di guerriglia.
 
Completiamo il giro sul lago con un paio di monasteri.
Il primo è il ‘Phaung Daw Oo Paya’ ed è uno dei principali luoghi di pellegrinaggio per i buddisti birmani: le statue del Budda che troneggiano al centro del tempio sono rese irriconoscibili dalle foglie d’oro che le ricoprono, donate dai fedeli accorsi da ogni parte della nazione. Nel tempio troviamo anche dei Silver Palaung, una rarissima etnia, chiusa in una zona proibita agli occidentali, arrivati qui dopo 200 km di cammino per pregare. Sono semplici e spauriti e quando notano che nella mia macchina fotografica si vedono le immagini mi chiedono di essere fotografati. Sui denti hanno incastonati dei rubini e degli zaffiri.
silver palaung kayah
Mentre già il sole sta tramontando passiamo dal ‘Monastero del gatto che salta’, dove i monaci buddisti hanno come passatempo quello di allenare i gatti a saltare dentro un cerchio.
Mentre torniamo al Resort il sole scende lentamente, e i pescatori vanno a gettare le nasse in acqua mentre i contadini tornano alle palafitte dopo una dura giornata di lavoro.
Tra cinquecento anni, stimano i geologi, il lago, il cui livello cresce ogni anno per i detriti degli affluenti, sarà solo un ricordo da raccontare. E gli Intha forse vivranno una vita più comoda, anche se, ai nostri occhi, meno affascinante.

Postato da: creativamente a 17:51 | link | commenti (5) |


Commenti
#1   14 Gennaio 2007 - 21:07
 
ci sono quattro foto che reputo stupende... davvero... sembrano quelle di un documentario...

Grande Giò!
poi ieri hai beccato qualche premio?

sly
utente anonimo

#2   14 Gennaio 2007 - 23:43
 
Bellissimo
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#3   15 Gennaio 2007 - 11:57
 
grazie sly e grazie criminale. sly è andata bene l'altra sera, ma naturalmente non ho vinto...
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#4   15 Gennaio 2007 - 17:59
 
Mbeh! come diceva mio nonno...
se non è questa sarà la prossima!

sly
utente anonimo

#5   18 Gennaio 2007 - 00:12
 
post troppo lungo
devi farli più corti senno' vengono male
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