Diario Birmano
Settimo Giorno
Mandalay, la grande città
02/01/2007 h 22:18
Subito dopo la sontuosa colazione sulla veranda dell’Hotel che affaccia sul lago ci arrampichiamo su per una lunga scalinata, verso un monastero che domina l’insenatura del lago. Rispetto agli altri complessi religiosi che abbiamo visitato in questi giorni, qui si respira molto si più l’aria religiosa e mistica. Forse è perché non c’è un’anima viva in giro, se si esclude un monaco che, piegato su un tavolino, scrive e legge bevendo tè. Il ragazzo che ci accompagna ci racconta delle cose sulla religione buddista e impariamo che ogni volta che qualcuno fa una donazione ad un tempio deve picchiare sulla campana, affinché il suono si oda più lontano possibile, e tutti sappiano che “ha donato”. E nel caso in cui la donazione fosse maggiore allora bisogna prendere anche dell’acqua e rovesciarla sulla terra, per far sapere anche a lei del gesto che è stato fatto: il compiere buone azioni (anche sottoforma di donazioni) è il principio base del buddismo.
Caricati i bagagli andiamo in aeroporto e, dopo mezz’ora di volo, atterriamo alla grande Mandalay, la città più cosmopolita (si fa per dire) e occidentale (anche questo si fa per dire) del Myanmar. Già dall’aeroporto, nuovo e spazioso, si capisce che qui tutto è diverso. “A Mandalay tutto è grande”, ci dicono dei birmani che incontriamo durante il viaggio.
Per pranzo ci fermiamo in un ristorante dove fanno cucina europea, e qui nostri stomaci stroncati dai sapori forti della cucina birmana, cercano ristoro.
Con un taxi raggiungiamo il Palazzo Reale, un’immensa costruzione al centro ci Mandalay, circondata da spesse mura che racchiudono anche vari edifici amministrativi. Il palazzo era il centro della vita imperiale, fino alla caduta del regno per mano degli inglesi, un centinaio d’ani fa.
Distrutto dal tempo e dalle folle, il palazzo è stato minuziosamente ricostruito ad uso dei turisti dal regime militare che vede nel recupero della tradizione monarchica un rifiuto del periodo di colonizzazione. Da vedere non c’è un gran che, le stanze sono tutte uguali e tutte vuote, e le cose più interessanti sono le storie che il nostro accompagnatore ci racconta mentre scivoliamo da una stanza all’altra.
Raccontano di sovrani senza cuore, madri che sposano i figli, principi che sterminano l’intera famiglia per salire al trono, famiglie poligame e dai rapporti complicati, delitti, suicidi e misteri. Sembrerebbero storie da mille e una notte e invece tutto questo risale a poche decine di anni fa, qui in Myanmar. Usciti dal palazzo andiamo allo Shwenadaw Kyaung, un monastero in legno di tek, vecchio più i duecento anni, completamente intagliato con decorazioni religiose che sono sopravvissute al tempo e alle guerre.
Il tempio necessita sicuramente di un restauro ma questo suo aspetto decadente e la colonia di monaci bambini che corrono tra le stanze ne rappresentano il suo fascino.
Evitando di spezzarci le gambe salendo a piedi, ci inerpichiamo in macchina lungo la strada che sale alla Moon Hill, il punto più alto di tutta Mandalay. Il tramonto rende qualsiasi luogo spettacolare e Mandalay non è da meno.
Tra i palazzi coperti di nebbia e smog spuntano pagode e stupa. I troppi turisti (birmani e stranieri) si affollano lungo la balaustra. Una studentessa birmana di inglese si avvicina, con tanto di certificato, per fare conversazione in inglese. Mi presenta il suo professore e mi riempie di domande in un inglese basic e un po’ naif. Quanti anni hai? Come ti chiami? Hai figli? Sei sposato? Da dove vieni? Da quanto sei in Myanmar? Bombardato da domande cerco di farne qualcuna anche io, sulla vita della città, ma le mie parole cadono nel vuoto, vittime di un inglese troppo complicato per una ragazzina del primo anno. Per fortuna riesco a sbarazzarmi presto della ragazza, con la scusa delle foto al tramonto (chissà se ha capito?).
Con l’ascensore scendiamo verso la città e ci dirigiamo verso la Sandamani Paya, una pagoda d’oro circondata da centinaia di stupa contenente le 1774 lastre di pietra su cui sono stati incisi i tre libri della “bibbia” buddista.
Da una venditrice ambulante con in testa una gabbia piena di volatili compriamo degli uccellini che liberiamo, come un dono che facciamo al cielo. Esprimo un desiderio.
Mentre è già buio passeggiamo tra le bancarelle del mercato, tra vestiti cinesi e vecchi libri in inglese del periodo colonialista. Compro un libro di racconti popolari birmani, pubblicato ad Oxford cinquant’anni fa.
Dopo cena andiamo a vedere uno spettacolo di marionette tradizionali. Costruito ad uso dei pochi turisti (la sala ha solo una ventina di posti, ed è il luogo principale per assistere ad uno spettacolo di marionette in Birmania) lo spettacolo è in realtà godibilissimo e interessante. Le marionette sono molto elaborate e tenute in piedi da decine di fili che muovono perfino le falangi delle dita e le bocche. Ogni tanto il sipario che nasconde i manovratori si alza svelando le tecniche complicate che fanno danzare i pupazzi.

Le storie sono prese dai racconti tradizionali e raccontano di un mondo governato da magia e divinità, tutto mescolato. Gli artisti che compongono lo spettacolo (tra cui un’orchestra tradizionale birmane, con tanto di tamburo circolare e una suonatrice di arpa birmana) sono pieni di passione per il lavoro e per la tradizione, e trattano i turisti presenti come fossero loro famigliari o amici. L’aria che si respira è autentica, nonostante attorno a me ci siano più occhi azzurri che a mandorla…