L’arte di strada è l’arte che racconta di più il presente.
La si vive ad ogni passo nel tessuto urbano, respirandola tra i distributori di flyers, sfiorandola sui muri che ci chiudono fuori dalle nostre case, catturandola su vari siti internet e trasmissioni tv che stordiscono. Il confine tra arte e non arte è diventato ancora più sottile di quello che era stato fino ad adesso.
Credo che sia il riconoscimento stesso da parte dell’artista di non essere artista a creare street art. L’arte da/di strada è caduca ed effimera: il vento stacca i poster, il freddo gli stickers, gli addetti del comune puliscono i graffiti, chi compra un gadget poi se lo dimentica, abbandonato tra le torri di Pisa di gesso e le collanine africane comprate sulla spiaggia.
L’operazione di portare l’arte di strada in un museo è quindi, di per sé, un modo per snaturarla, riconoscergli uno stato d’arte che nemmeno l’artista intende dargli, togliendo all’opera la principale componente artistica, che è l’atto di illegalità con cui essa irrompe nella realtà.
Vedere appesi alle pareti del PAC di Milano i lavori di Abominevole, Ivan, Pao o Microbo ha provocato in me lo stesso effetto che avrei avuto vedendo un quadro di Giorgione appeso in un Centro Sociale, o uno di De Pisis in bella mostra in via Gregorio VII, sotto il ponte maleodorante di piscio.
Un effetto straniante ma bello e coinvolgente. E la stessa cosa è successa a molti altri. Non per niente la mostra era piena e stracolma di facce che solitamente non varcano le soglie di esposizioni e musei.
Ma questa non è l’unica contraddizione della mostra milanese “Street art Sweet art”, ce ne è un’altra più sottile ma che segna un passaggio fondamentale per il mecenatismo pubblico: il Comune di Milano, nella persona dell’Assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi, ha voluto e sponsorizzato la mostra, spendendo soldi per far conoscere alla gente gli stessi artisti che ha perseguitato e multato per le strade buie della città, e per far vedere delle opere per le quali ha speso miliardi di euro in lavori di pulizia in nome del “decoro urbano”.
Qualche tempo fa in metropolitana campeggiavano manifesti contro il graffitiamo, oggi agli stessi posti ci sono quelli che ti invitano ad andare a vederlo al museo.
La street art ha lasciato i muri esterni per finire sui muri interni, l’arte ‘contro’ è diventata l’arte ‘dentro’. E facendo così ha smesso un po’ della sua forza sociale e estetica. Questo non può che voler dire che si aspetta una nuova rivoluzione nel linguaggio dell’arte, che tra qualche anno sarà anch’essa assorbita dalla cultura ufficiale e di nuovo sostituita. In una spiral continua di innovazioni estetiche, nuovi linguaggi e sperimentazioni. Chissà cosa esporrà il PAC tra 50 anni… Ci porterò i miei nipoti…