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gionapeduzzi(at)gmail.com
Su tutti i giornali in questi giorni si parla del Myanmar.
Finalmente.
Ogni tanto l'Occidente si affaccia su questa nazione dimenticata da Dio e dagli uomini, lontana nel tempo e nello spazio. Ma se quando fino ad ora l'aveva fatto era sempre stato per documentare gli eccidi del regime che da 45 anni soggioga la popolazione, questa volta invece le immagini che ci arrivano da quell'angolo di Asia stretto tra Laos, Cina, Bangladesh e India, sono immagini di una protesta pacifica, tollerata (per ora) dai generali.
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(il lago Inle)
Il motivo forse sta nei capi di questa rivolta.
Nessun eroe scomodo, come era capitato qualche anno fa con il premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi(
), figlia si Aung San, l'eroe nazionale birmano che con il Burma Indipendence Army (BIA) dette alla Birmania l'indipendenza che aspettava da anni.
La protesta di questi giorni a Rangon (Yangon) e non solo è capeggiata dai monaci.

(giovani monaci a Xia'he)
Quando sono stato in Birmania sono rimasto molto colpito dalla reverenza con cui i birmani trattano i monaci, molto più che in altri stati buddisti come Thailandia o Cina,. Militari compresi. Andare contro i monaci sarebbe andare contro Buddah e nessun capo militare lo farebbe mai, anche solo perchè la popolazione, religiosissima, sarebbe loro ostile ancora di più di quanto lo è adesso.

(un monaco buddista a Xia'he)
Quando sono stato in Birmania, l'inverno scorso, chi era in qualche modo vicino al regime mi ha assicurato che le previsioni del governo dittatoriale erano quelle di arrivare nel giro di qualche anno alle elezioni. Il discorso che mi era stato fatto era bene o male quello che fanno tutti i regimi militari: "Il Myanmar era uno stato disordianto in mano ai commercianti di droga, il regime in questi anni ha sistemato tutto quanto e ormai si avvicina il tempo di restituire lo stato ai cittadini finalmente responsabilizzati". Parole vuote mi erano sembrate allora e parole vuote mi sembrano oggi, quando a distanza di un anno non è cambiato niente.
Leggo sul giornale che ieri 5000 manifestanti (diventato in breve 20000) si sono radunati attorno a Shwedagon, la pagoda d'oro che svetta su tutta la capitale, una delle costruzioni religiose più imponenti che ho visitato.
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(la pagoda di Shwedagon)
Dicono che la maggior parte erano monaci, avvolti nelle loro tuniche rosso porpora gli uomini, rosa scuro le donne. Dev'essere stato impressionante.
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(in lontananza la pagoda si Shwedagon)
Forse qualcosa si smuove. Siamo lontani dall'atteggiamento di repressione a che aveva avuto il regime nel 1988 (e non nel 1998 come scrive Repubblica) quando aveva massacrato i dissidenti
Il regime birmano non può resistere contro una rivolta capeggiata da Buddah in persona.
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(il lago Inle)
Ho amato molto questo paese, ne ho parlato anche su questo blog, e spero che la situazione si sblocchi presto, anche se questo vorrà dire aprire il Myanmar al famelico occidente, che ne distruggerà ben presto l'autenticità e unicità, donando però, forse, un po' di sollievo agli abitanti.
(Donna della tribù degli Aka)
(un bimbo birmano)
(una donna Palaung)
C'è chi in questi giorni propone una linea dura dell'occidente nei confronti del Myanmar, già piegato dall'embargo, invitando a boicottare in gran parte importati dal Myanmar come il legno di Teak o certe pietre preziose.
Tutto inutile e dannoso solo per la popolazione.
Fino a che una nazione come la Cina, amica del regime e vicina di casa, vicinissima, del Myanmar continuerà a far affluire al Myanamr i propri prodotti, la Birmania potrà infischiarsene dell'occidente, con il risultato che dell'occidente non arriveranno mai le cose positive, prima di tutto il concetto di quanto sia fondamentale la libertà.
