Ci sono cose che vale la pena raccontare. E altre che sono più interessanti.
amuzing factory
bagno d'adama (video)
bar sport
dave
ditaranto
dstorto
eli
eligez fotolog
favole dispari
fionda la nana (video)
frutti di mari
fulvio
guilty (video)
immaginauta dimitri
indignato
linkedin
mad
maria de filippi
natgeo adventure
noantri
noitrentenni
quartopotere
rainwiz
santin
sbadato
sw4n
tvblog
uomo vitruviano
valentina
oggi
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
visitato *loading* volte
gionapeduzzi(at)gmail.com
In pausa pranzo sono stato in posta. Con il sistema "salva code" ho preso il numerino corrispondente a quello che avrei dovuto fare: fila C. Esce lo scontrino che segna C455, ci sono trenta persone in fila. Vado a prendere un caffè. Torno. Ancora venti persone. Faccio un giro fuori. Una telefonata. Mando un paio di messaggi. 15 persone. Passa il tempo. Tocca quasi me. Ecco il prossimo sono io. La signorina va in pausa. Dice che la fila C verrà esaurita dall'impiegata alla cassa 4. L'impiegata in questione è impegnata in una pratica con una donna peruviana. Cose di visti e passaporti. Passa il tempo. La gente si spazientisce. Girano i numeri delle altre file, fila H e fila A, ma la fila C è ferma. E sono quasi tutti di fila C. Un uomo sbotta e urla che si tratta di interruzione di pubblico esercizio ed è pronto a chiamare il 118, un'altra dice "vergogna!" un'altra vecchia e incartapecorita sbiascica: "In che paese viviamo!", un'altra: "Avete votato la sinistra? ecco cosa ci meritiamo!", un altro: "Quando viaggio mi vergogno di essere italiano". La tensione tra gli astanti monta. Rumoreggiamenti, gente che urla con le impiegate al di là del vetro. Scene surreali, da piece di vaudeville. E quelle dietro al vetro: immobili e impassibili. Abituate probabilmente a farsi scivolare addosso cose vomitate su di loro ogni giorno, per poco più di mille euro al mese. Io ho fretta, guardo l'orologio, ma me ne sto in silenzio per non alimentare la tensione che potrebbe sfociare in qualcosa di più di semplici lamentele (il principio è lo stesso che scatena gli ammassi di gente contro l'ordine costituito, vedi ultras).
Ecco il mio turno. Pago con i soldi pronti al cenmtesimo, preparati in un'ora e ventitre di fila, tempo certificato dalla stampa del mio numero C455.
L'operazione dura una trentina di secondi (1h e 23' per 30" di pratica) e mi avvio all'uscita. Accanto alla porta vedo una signora che stampa la ricevuta della fila C. Segna C569. Non sa cosa l'aspetta...
