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gionapeduzzi(at)gmail.com
La crociera sul Nilo è per molti italiani l'unica maniera pensabile per visitare l'Egitto. Assieme, naturalmente, alla settimana all inclusive a Sharm el Sheik.
Per quanto mi riguarda la crociera sul Nilo è quanto di peggio si possa pensare per una vacanza che oltre a vacanza voglia essere anche un viaggio.
In realtà non potevamo prescindere dalla navigazione del Grande Fiume che è una tradizione vecchia come il turismo in questa nazione. Un tempo si usava la Dahabiyya, barca a vela lussuosa, poi arrivarono i piroscafi e infine le navi da crociera con piscina e discoteca.
Noi invece abiamo optato per una piccola Feluca.

Le Feluca è la barca tradizionale egiziana, costruita in legno, con un pescaggio ridotto al minimo e una altissima vela di lino che opportunamente virata permette la navigazione in entrambe le direzioni della corrente.

Ci imbarchiamo da Aswan e conosciamo i due ragazzi, un capitano e un timoniere, che ci accompagneranno in quei due giorni.

Il programma infatti prevede di navigare lungo il fiume per due giorni e due notti, risalendo verso nord, fino al tempio di Komb Ombo.

I due non hanno nemmeno vent'anni, ma si vede che sul fiume ci sono cresciuti e vedono il fiume come la propria casa e la propria naturale dimensione di vita.

Fin da subito la navigazione mostra la sua ricchezza e le sue difficoltà.

La ricchezza di un panorama indescrivibile, godibile appieno grazie al lentissimo fluire della barca, grazie alla maneggevolezza del percorso, la vicinanza pressoché totale alla vita che scorre lungo il fiume, con gli animali che si abbeverano e i bimbi che giocano nell'acqua fresca.

La difficoltà di un ritmo che non ci appartiene, fatto di minuti simili l'uno con l'altro e giornate che sembrano settimane, la difficoltà del relax che ti riempie fino a svuotarti.
Abituati a riempirci di tutto è difficile apprezzare la pienezza del niente.

Il senso di spaesamento dura però solo poche ore, poi ci abandoniamo sulle assi di legno della feluca, nel silenzio e nella solitudine del fiume più lungo del mondo (escludendo la recente querelle con gli studiosi del Rio delle Amazzoni).

La barca si muove come scivolando, procedendo a zig zag per poter sfruttare appieno la potenza del vento. E così sfioriamo ora questa riva, ora quell'altra, accompagnati dal rumore sordo delle corde della vela che si tirano attorno a legni vecchi di decenni, consumati dall'acqua e dalla vita.

Ad un tratto c'è il deserto, al tratto dopo un campo coltivato. Ora un gruppo di case di fango, poco dopo un piccolo albergo per egiziani.
A volte il sole scompare per colpa delle nuvole, altre è oscurato dall'ombra alta delle navi da crociera da cui esce odore di fritto e musica occiddentale.
Noi ci trastulliamo nel non far niente avvolti dal profumo del cibo cucinato sulla barca.

Sì perchè in quei giorni abbiamo vissuto propio sul fiume e del fiume. Per cucinare infatti attraccavamo su una spiaggia di sabbia gialla del deserto, lì si buttava a terra l'ancora e si accendeva il piccolo fornello da campo. Verdura, molti legumi, pollo da friggere. Da sotto la stiva il nostro giovane capitano estrava gli ingredienti e si metteva a cucinare, usando per cuocere il riso l'acqua del Nilo, per lavare la verdura l'acqua del Nilo, per fare il caffè l'acqua del Nilo.

Un po' di reticenza, all'inizio, un po' di paura di strane malattie e, soprattutto, di attacchi di diarrea non controllabili su una nave in mezzo al fiume. Il tutto durato pochi secondi.

Poi, con la consueta incoscenza che ci accompagna in ogni viaggio, l'acqua del Nilo che ci trasportava ha iniziato anche a nutrirci e a dissetarci. Senza nessuna conseguenza.

Per andare al bagno c'era tutto il mondo. Bastava allontanarsi un po' dalla riva e portarsi dei fazzoletti. Stando ben attenti agli scorpioni e agli scarabei che popolano la sabbia lungo il Nilo...

I denti li lavavamo dalla barca sputacchiando nel fiume, la faccia con qualche salviettina umidificata e un po' di acqua naturale. Un paio di giorni in più e avremmo fatto il bagno nel Nilo.

Per la notte ci fermavamo attraccano ad una spiaggia e il capitano si arrampicava lungo l'albero per chiudere la vela su sè stessa.

Attorno alla feluca tiravamo in piedi dei teli, creando una piccola capanna con cui ci riparavamo dal freddo che comunque saliva dalle acuqe del fiume e penetrava attraverso i buchi del vecchio tessuto, arrivando fino a noi.

Ma lo spettacolo delle luci dell'alba valeva qualsiasi freddo si potesse patire nella notte.

L'ultimo giorno lasciamo la feluca con un po' di nostalgia, abituati ormai ai ritmi e al richiamo del fiume, salutati da un gruppo di vacche in fase di attraversamento.

Salutiamo il capitano che si è appena lavato nel fiume con tutta la sua galabiyya bianca che contrasta con il colore nubiano della sua pelle scura.

E' stato molto meglio di una crociera.
