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Dal sud dell'Egitto saliamo al nord. Abbandoniamo templi e rovine del mondo antico e saliamo su un autobus di linea per attraversare il canale di Suez (con un tunnel) e arrivare nella penisola del Sinai. Lì, con un percorso che dura nove ore, arriviamo fino alla punta in basso, costeggiando il mare, risaliamo attraverso Sharm El Sheikh e arriviamo fino a Dahab, di fronte all'Arabia Saudita, ad un centinaio di chilometri dal confine con Israele.
Dahab è un luogo di mare, famoso in tutto il mondo per il suo fondale incontaminato. Un tempo meta dei viaggiatori zaino in spalla, oggi raccoglie turisti e sportivi di tutta europa (in particolare russi, tanto che molti menù sono scritti anche in russo), ma non ha la ressa turistica di altri luoghi del Mar Rosso, come ad esempio Sharm el Sheikh.

A Dahab si viene principalmente per fare diving e snorkeling. Sono tantissimi infatti i procacciatori di escursioni subacquee abbinate magari ad una passeggiata in cammello, o una gita sui quad.
Il clima dei primi giorni di gennaio non è certo quello di agosto, ma la mattina il sole scalda ed è bello fare il bagno nell'acqua salata e leggera, che ti tiene a galla mentre i bambini fanno i castelli di sabbia.

Finiti i castelli i bambini fanno snorkeling lungo la riva, alla ricerca di conchiglie o pezzi di corallo trasportati dalle onde verso riva.

I genitori leggono libri o fanno windsurf, lo sport più praticato nella baia dei Resort di Dahab.

Il nostro hotel è bellissimo, il più bello del viaggio, un resort di lusso, con le ampie camere raccolte attorno alle piscine circondate da palme. La nostra camera è la prima sulla spiaggia, il mare è a dieci metri e lo vediamo e lo sentiamo dal nostro piccolo giardino fuori dalla camera.

In questi due giorni qui ci riposiamo, facendo passeggiate sulla spiaggia alla scoperta di cose strane, come una nave abbandonata tra la sabbia, lontano dal mare.

Verso le tre e mezza il sole inizia a tramontare e l'aria diventa più fredda. Siamo molto a est rispetto al fuso, e molto a sud, quindi la notte arriva prima...

L'ora del tramonto non spaventa i surfisti che in questi momenti, vestiti con la muta, riempiono l'orizzonte. I meno temerari si coprono in un maglione e passeggiano. Qualcuno resiste coraggiosamente in costume, ma sono per lo più pallidi russi slavati coperti di grasso e peluria bionda.

Il giorno dopo saliamo su una jeep aperta degli anni settanta, come se ne vedono moltissime qui, e da Dahab facciamo qualche chilometro verso nord attraverso il deserto che costeggia il mare, sobbalzando sugli ammortizzatori vecchi di trent'anni.

La destinazione è il Blue Hole, uno spettacolare buco rotondo nel fondale marino, circondato dalla barriera corallina, alghe colorate e una quantità di pesci unica al mondo.

E' una delle mete preferite dai sub esperti, che spesso qui ci lasciano anche le penne.

Noi, poco sportivi e per niente esperti, ci diamo allo snorkeling superficiale. Sono le otto del mattino e l'acqua è ancora fredda, così indossiamo le mute, che ci rendono un po' ridicoli.

Beviamo il tè offerto dal nostro noleggiatore di mute e ci buttiamo in acqua.

L'acqua non è certo il mio habitat naturale, e fatico a stare troppo con la testa sotto la superficie. Entra acqua dal naso, fatico a respirare dal boccaglio, annaspo tra i coralli. Ma la muta mi tiene a galla e così, nonostante il muco che mi cola dal naso, riesco a mettere la testa in quell'acquario naturale, dove i pesci ti si aggrovigliano tra le gambe.

Ma nella penisola del Sinai non siamo venuti solo per fare giornate di mare, ma soprattutto per scalare il monte di Mosè.
La partenza è alle 11 di sera per una scalata notturna, al buio con le pile.
