Ci sono cose che vale la pena raccontare. E altre che sono più interessanti.
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Lasciamo il Sinai con nove ore di autobus pubblico che ci riportano al Cairo. Due fermate per il bagno (un pound egiziano) e siamo già arrivati.
La mattina successiva sveglia all'alba per attraversare il deserto.
A prenderci viene un ragazzotto di poco più di vent'anni, un metro e ottanta per una massa corporea non indifferente. Sotto il suo enorme sedere una jeep quattro per quattro con tutti i confort: saranno loro due ad accompagnarci nel deserto.

Il viaggio dura cinque ore, durante il quale ci fermiamo solo ai posti di blocco della polizia e all'unica area di sosta attrezzata con un piccolo spaccio e un piccolo ristorante.
A destra e a sinistre, oltre che davanti a noi, sempre e solo deserto.

E' ormai ora di pranzo quando arriviamo all'oasi di Bahariya, a quattrocento chilometri dal Cairo. Lì andiamo al villaggio di Bawiti dove ci portano a mangiare un po di formaggio acido e due pomodori in un vecchio albergo un po malandato. Poco dopo incontriamo un agente che ci racconta del tour nel deserto che faremo i due giorni successivi. Nel pomeriggio andiamo al nostro Hotel, un piccolo tre stelle che sicuramente ha vissuto tempi migliori, costruito poco fuori dal centro, tra case di fango e strade di terra.

Le camere sono fredde e spoglie, ricche di polvere e coperte di cammello. Il bagno è mal messo e l'acqua che esce dai rubinetti e marrone, ma è cosa comune in tutte le Oasi dell'Egitto.
Mentre Mariachiara dorme abbattuta da una leggera febbre presa chissà come, faccio un giro per il piccolo villaggio che si raccoglie attorno ad una strada polverosa.

Pochi negozi, quasi nessun turista, tutte le donne con il viso coperto, i volti scuri di sole e di problemi da risolvere.
Cammino tra le case di fango, fino ad una tomba ormai rovinata dove trovo uno wahadita che cerca di spiegarmi e raccontarmi in arabo misto ad inglese. Lì accanto un gruppo di uomini si lava in una fonte di acqua calda naturale, mi riprometto di farci anche io il bagno e lo farò infatti il giorno dopo.

Poco più in là entro nel cortile della casa di Naagla Mohamed Sonusy, una pittrice locale che cerca di vendere i suoi quadri ai pochi turisti che arrivano fino a lì.

Ad aprirmi la porta arriva il marito che lavora per il governo al museo di mummie dorate dell'Oasi, uno scantinato con qualche mummia recente con il volto dipinto d'oro. L'uomo è gentile e premuroso e va a chiamare la moglie che arriva coperta da un velo nero che le lascia scoperto solo gli occhi. Non appena vede che sono un occidentale si scopre il volto ed io, per gentilezza, allungo la mano per stringere la sua che si ritrae immediatamnte per riallungarsi verso di me, non volendo essere scortese, fino a sfiorare la mia mano, per poi sparire nel velo nero, ritirarsi subito nei suoi appartamenti.

I quadri ritraggono scene di vita quotidiana dell'oasi e non solo, tematiche politiche e sociali e anche altro. Lo stile è naif e un po' stucchevole, a volte diventa astratto tanto da far pensare che ci sia la mano di qualcun altro...
Lascio una piccola mancia e rientro verso l'hotel dove ci viene a prendere il nostro autista che parla poco inglese ma si dà un gran da fare per farci stare bene.

Visitiamo il lago salato, luogo dove confluiscono tutte le acque calde e fredde dell'Oasi, un paio di fonti calde, un vecchio forte della prima guerra mondiale e poi facciamo un piccolo safari (nel senso etimologico di "viaggio") nel deserto attorno all'Oasi, e il nostro autista, forte di una jeep nuova e potente e due passeggeri giovani e divertiti, si lancia in una gara con i driver delle altre macchine, arrivando per primo ai piedi della piramide naturale.

Al tramonto bagniamo gambe e braccia in una fonte dall'acqua bollente, ma di più non riusciamo: la tempreatura è altissima e insopportabile per noi...
In serata Mariachiara è stanca e si addormenta subito, io esco e vado in uno di quei caffè che punteggiano le città arabe.
Qui, unico occidentale, mi mescolo agli uomini e agli anziani maschi del paese, sedendomi ad un tavolino, ordinando un caffè turco e una shisha (il narghilè), osservando gli altri che giocano a domino e parlano con voce non troppo alta. Qualcuno guarda la tv che manda stralci di partite calcistiche, qualcun altro si addormenta con il becco della shisha in bocca, uno parla al cellulare avvolto in un pesante mantello di lana di cammello.
Io osservo, e immagazzino.
Mentre il tabacco della shisha mi fa girare la testa che diventa sempre più pesante...
E' ora di andare a letto...
