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gionapeduzzi(at)gmail.com
Cammino per strada. E' venerdì sera eppure tutto è immobile. Silenzio. Soltanto qualche macchina interrompe la sospensione della realtà che fa sembrare Roma una città post atomica.
Invece si tratta "solo" dei mondiali di calcio.
Le finestre sono tutte aperte, per cercare se non di far entrare aria fresca, almeno di permettere all'immobilità della stanza di non essere così immobile. Sui soffitti vibra il riverbero della luce della tv. Più sotto immagino facce incollate allo schermo, un po' sudate, un po' agitate, un po' tese. Guardo bene dentro alle poche macchine che si muovono e vedo i guidatori stranamente più lenti del solito, tutti intenti a guardare la strada. Ma non è la strada che guardano, è un campo immagnario che si materializza sul loro parabrezza ascoltando la radiocronaca della partita, maledicendo il fatto di dover stare per strada per un impegno che non si può rimandare.
D'un tratto un urlo.
Un altro.
Un altro ancora.
All'unisono da tutte le finestre, da tutti i portoni, da tutte le macchine.
E così in tutta la città, in tutta Italia.
Trombe. Clacson. Campane.
La nostra squadra ha segnato.
C'è chi si starà abbracciando asciugandosi il sudore del viso nel trucco della moglie stretta tra le braccia come non mai, c'è chi si è alzato in piedi, rovesciando la birra che aveva appoggiato sul bracciolo della poltrona per accendersi l'ennesima sigaretta, c'è chi si era distratto proprio in quel momento per andare in bagno a fare pipì, ed è costretto a tornare in fretta e furia, bagnandosi e bagnando tutto attorno pur di vedere il replay: per pulire ci sarà tempo. C'è chi, semplicemente, sorride.
Domani gli ascolti segneranno cifre astronomiche.
Ma tra quegli spettatori io non ci sarò, mi affascina questa comunanza di cuori e passioni, ma non riesco a farne parte. Un po' mi spiace. E un po' no.
