Ci sono cose che vale la pena raccontare. E altre che sono più interessanti.
amuzing factory
bagno d'adama (video)
bar sport
dave
ditaranto
dstorto
eli
eligez fotolog
favole dispari
fionda la nana (video)
frutti di mari
fulvio
guilty (video)
immaginauta dimitri
indignato
linkedin
mad
maria de filippi
natgeo adventure
noantri
noitrentenni
quartopotere
rainwiz
santin
sbadato
sw4n
tvblog
uomo vitruviano
valentina
oggi
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
visitato *loading* volte
gionapeduzzi(at)gmail.com
L’opera è forse l’unico genere di intrattenimento teatrale genuinamente italiano che abbia grande fama all’estero. Eppure la stragrande maggioranza degli italiani non ne ha mai vista una… Colpa forse dei prezzi proibitivi (eppure per molte rappresentazioni e in molti teatri esistono riduzioni notevoli… perfino alla Scala), o soprattutto della non conoscenza della materia che fa pensare “chissà che noia…”. Certo l’opera non è un concerto rock, ma sa essere emozionante, nonostante l’aria di “mondo morto” che si porta dietro.
Ieri sera sono stato a vedere un’opera alle Terme di Caracolla, a Roma, dove c’è la stagione estiva del teatro dell’Opera. La location è già di per sé è suggestiva, con le immense costruzioni romane alle spalle della scena. L’opera era la Turandot di Puccini, un’opera novecentesca tra le più famose, almeno di nome. Tratta da una fiaba teatrale di Carlo Gozzi racconta di una principessa pechinese che “aborre il sesso mascolin”, e non vuole sposarsi, così sottopone a tutti i pretendenti tre enigmi, solo chi li scioglierà potrà avere la sua mano, superbamente certa della sua perpetua vittoria. Naturalmente chi non scioglierà gli enigmi dovrà porgere la testa al boia. Calaf, un principe in guerra, arriva a Pechino e si innamora del volto della principessa, scioglie gli enigmi ma Turandot non cede. Pur di averla Calaf allora propone a sua volta un enigma alla principessa: se entro l’alba scoprirà il suo nome si farà tagliare la testa, altrimenti “si apparecchino le nozze”. Turandot non riuscirà a indovinare il nome (lo diceva Calaf: “il nome mio nessun saprà, all’alba vincerò”), ma il suo cuore sarà vinto dall’amore. La trama di per sé è esigua e archetipica. Eros e Thanatos. Con il condimento patetico tipico dell’opera.
Nell’allestimento delle Terme di Caracolla, che debuttava ieri, il regista ha attuato un gioco metateatrale di strehleriana memoria, con una compagnia di girovaghi che negli anni ’20 arriva in una piazza e lì inscena la fiaba cinese prendendo come comparse la gente del posto e riempiendo tutto di festoni, draghi e lanterne cinesi. La trovata, che certo non è originale, è comunque efficace, soprattutto nel finale, quando, dopo la morte di Liù, una serva di Calaf di lui innamorata, che si uccide perché non vede spazio per il suo amore, Puccini si bloccò non riuscendo a trovare un finale che lo soddisfacesse e morendo prima del completamento del terzo atto. Se alla prima nel ’27 Toscanini fermò l’orchestra girandosi verso il pubblico e annunciando che lì era il punto in cui il maestro si era fermato, ignorando il completamento dell’opera fatta postuma su appunti del maestro da Franco Alfano, qui la trovata metateatrale spoglia gli attori degli abiti cinesi per ritornare alla contemporaneità e concludere una storia che drammaturgicamente ha superato ormai il suo climax e che conclude in maniera meccanica. Ma in fondo siamo all’opera, e la storia non conta… Quello che conta è farsi trascinare delle emozioni di parole e musica e osservare come tutti quanti tendano il collo verso la scena quando all’inizio del terzo atto il principe canta le note del Nessun Dorma, forse la romanza più famosa del repertorio operistico, che conclude con il “Vincerò”, cavalo di battaglia di molti tenori.
L’acustica all’aperto non è delle migliori, e la microfonazione fa sì che si perda quella magia tipica dei teatri all’italiana, dove la voce corre naturalmente su fino al loggione. L’allestimento però è realmente suggestivo, merito anche delle decine e decine di artisti sul palco (agli applausi ne conto un centinaio) tra comparse, coro, ballerini, coro delle voci bianche, cantanti e acrobati.
Finito lo spettacolo tutti si riversano sulla strada e dal mondo delle fiabe si rientra alla vita di tutti giorni. Attorno a me i commenti più disparati mi divertono e incuriosiscono. Io prendo un taxi e vado ad una festa su una terrazza di Trastevere dove un dj mette musica elettronica che tiene sveglio tutto il vicinato. La giacca la lascio in macchina e apro un bottone in più della camicia.
